DELUSIONE D’AMORE, un racconto

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Mezzanotte spaccata: come Cenerentola corre via. La festa è appena cominciata ma non importa. Fuggire, solo questo conta. Da tutti quelli che dentro si divertono, ridono e ballano. Impossibile per lei divertirsi, non potrà mai più.

Lui, abbracciato alla bionda, e poi loro, che si baciavano. Questo no, questo è troppo. Mai più potrà innamorarsi, troppo dolore stasera.

Un amore non ancora sbocciato è già in pezzi, lui e la bionda così, come niente fosse: Ti presento Lara, la mia ragazza.

Il mondo che crolla, macerie dovunque, schegge negli occhi. È rimasta in silenzio, le parole perdute, annientate dalla sua frase: Ti presento Lara, la mia ragazza. Non si è nemmeno accorto che non gli aveva risposto, stringeva Lara alla vita e Lara stringeva lui.

 

Disperata sconsolata e triste cammina in mezzo di strada, tanto c’è poco traffico e poi se la investono meglio, così finisce tutto. La sua ragazza. Lara.

Non c’è niente da fare. Lara è bella. Bionda. Felice.

Lei è bruna. E infelice.

Comincia a piovere. Potrebbe bagnarsi e prendere la polmonite. Altro modo per morire e non soffrire più. Difficile però, perché è estate.

Pioggerellina sottile, più un refrigerio che un fastidio. Lei in mezzo alla strada cammina e lascia lacrime sul selciato.

Lara e lui. Sempre davanti agli occhi. Ti presento la mia ragazza.

NO NO NO

Un sasso, un calcio. Una lattina vuota, un calcio. Potessi prendere a calci il mio dolore e gettarlo lontano.

Si sta avvicinando al centro. Rumori di persone. Passano dei motorini. Le gridano qualcosa.

Prosegue. Bar illuminati. Gente che parla. Gente che ride.

Ti presento Lara.

Lara. Lara. Lara. Le due sillabe le risuonano nella testa. Vede il suo volto in tutte le ragazze che incontra: sono tutte bionde, sono tutte belle, sono tutte felici: solo lei è bruna insignificante e infelice.

 

Vicino scorre il fiume, sarà facile gettarsi giù dal ponte. Non resiste più.

Cammina a testa bassa. Angolo. Si scontra con qualcuno. Scusa, ti sei fatta male? Ragazzo moro, occhi scuri, un sorriso che illumina la notte. Il braccio che l’ha sorretta per non farla cadere è forte e cortese e la mano indugia sulla sua. 

 

Lara non è più tanto bionda e il fiume è meno invitante.

(un mio racconto di qualche anno fa)

Sara Cerri, Isadora Duncan

La prima intervista pubblicata in questo blog è a Sara Cerri, scrittrice viareggina che abita a Firenze e che ha al suo attivo diversi libri editi da importanti editori. Parliamo con lei del suo romanzo sulla vita di Isadora Duncan, la grande ballerina americana.copertina ISADORA DUNCAN

Chiedere perché hai scelto Isadora Duncan, soprattutto dopo aver letto il tuo romanzo, mi sembra inutile, ci sarebbe da chiedersi piuttosto perché non siano tanti gli scrittori e soprattutto le scrittrici che le hanno dedicato un loro lavoro. Ti domando piuttosto cosa ti ha colpita di più e perché di questa donna speciale, sulla quale ti sei documentata moltissimo.

È stato un inizio casuale. Giravo in rete, senza una meta, e mi è apparsa una sua fotografia, un portrait. Lei guarda nell’obiettivo: l’espressione del suo viso, lo sguardo diretto, le labbra, il naso dritto, tutto di lei sembra sfidare il mondo. Me ne sono innamorata. Come se avessi raccolto la sua sfida, perché raccontarla è stata una sfida difficile – forse è questa la ragione per cui non molti scrittori non l’hanno raccontata. Esistono pochi documenti che parlano di lei; tutta la sua danza, la sua vita, erano legate a lei stessa come personaggio in atto di viversi e non raccolte in documentazioni scritte.

Quanto ti riconosci in Isadora e in cosa vorresti essere come lei?

Isadora ha amato il mare e ogni decisione importante della sua vita è stata presa ascoltandone il suono. Questo è un tratto che mi accomuna a lei, io sono solita trascorrere molto tempo sulla spiaggia, anche con il mio blocco note a prendere appunti e a pensare al mio lavoro di scrittura. Lei è stata una donna molto tenace nella sua emotiva istintività. Ha saputo parlare di una danza che allora nessuno poteva immaginare, era visionaria, raccontava dei mondi lontani danzando, ma sapeva occuparsi anche di attualità del suo tempo. Odiava le regole scritte, odiava le scarpette e tutto ciò che poteva costringere i suoi passi. Applicare tutto questo alla scrittura non sarebbe meraviglioso? Beh, ho provato a danzare scrivendo la sua vita, un autentico ballo sentito che mi ha accompagnato nel tempo della stesura del mio libro.

La difficoltà maggiore che hai incontrato nello scrivere questo romanzo?

Sicuramente la reperibilità delle fonti storiche. Non è stato tanto difficile occuparmi dell’epoca – fine 1800/ 1900 – ma proprio dei movimenti di Isadora attraverso il suo tempo. Per fortuna ho potuto contare su aiuti inaspettati. Sempre in rete ho conosciuto Jeanne Bresciani, danzatrice duncaniana e conoscitrice del personaggio. Lei, a cui è dedicato il mio libro, mi ha gentilmente indicato biblioteche straniere dove avrei potuto trovare materiale interessante e così è stato.

L’aspetto più piacevole di scrivere questo romanzo?

La mia scrittura, all’inizio incerta e mano a mano che entravo nel personaggio che si sviluppava come tante onde, è stata una bellissima esperienza capace di farmi dimenticare le difficoltà iniziali.

C’è qualcosa riguardo al tuo romanzo che vorresti dire e che magari non ti ha ancora chiesto nessuno?

Quanto desidereresti una traduzione per il tuo romanzo? Moltissimo, credo che questa prova – la storia di Isadora raccontata attraverso una prima persona immersa – meriti di essere conosciuta anche all’estero, nei paesi che lei ha toccato, da persone che ancora oggi abbracciano le sue idee, la sua danza, la sua libertà del vivere.

Quale dei tuoi libri, escluso questo, senti più tuo, almeno in questo momento?

Un piccolo libro uscito da poco sempre per il gruppo editoriale David and Matthaus. Si tratta di Yeeeeeh, la storia di una ragazzina adolescente nell’inverno a cavallo tra 1967 e 1968. Le prime contestazioni, il dolore per gli abbandoni, i primi amori, le esperienze scolastiche. Credo che sia vero che il lavoro che si ama di più è l’ultimo uscito, quindi il più vicino a noi.

Un cenno sui tuoi progetti più immediati

Ho consegnato da pochissimi giorni un libro per bambini. L’argomento non è facile, ma forse ho trovato la voce giusta per dirlo e il come narrarlo. Di questo non vorrei anticipare nulla, sono in attesa di una risposta da parte del mio editore. Sto poi iniziando a scrivere una storia d’amore ambientata negli anni ’40, un racconto lungo per adulti, ma non mi separerò mai dal mio amore per i romanzi sull’adolescenza, stagione che amo e per la quale voglio scrivere ancora.

Milan Kundera, L’arte del romanzo

L’uomo vuole, attraverso l’azione, rivelare la propria immagine, ma questa immagine non gli assomiglia.” (pag. 9)

Rendere “vivo” un personaggio significa: andare fino in fondo alla sua problematica esistenziale. Significa cioè andare fino in fondo ad alcune situazioni, alcuni motivi, alcune parole, direi, di cui è fatto niente di più. (pag. 14)

 La sola ragion d’essere del romanzo sta nel dire quello che solo il romanzo può dire. (pag. 14)

Consumo ergo, quasi un racconto

Tutto è una parola dal significato chiaro e nello stesso tempo così vago, così impreciso che, Mi scusi, mentre filosofeggio con in mano la moneta da introdurre nell’apposita fessura per noleggiare il carrello qualcuno dietro le spalle ha parlato. Mi scusi, ripete. Scusi lei, rispondo, e rapida infilo la moneta.

Ho perso il filo, cosa stavo dicendo? Non importa, comunque non ho tempo.

Pronti partenza via, la spesa può iniziare. O, anche, su il sipario, lo spettacolo comincia. Monotono ma sempre diverso. Tutti attori e tutti spettatori, spettatori distratti, presi ognuno dal proprio ruolo. Cercare scegliere risparmiare accumulare accatastare correre alla cassa arrivare prima di quello col carrello pieno così pieno che più pieno non si può.

Controllare la scadenza, verificare gli ingredienti, ci saranno ogm, domanda senza risposta o almeno senza risposta certa, nell’incertezza posare la confezione, non cedere alla tentazione. Carta fedeltà, punti, regalo. Illusione del biologico, del solidale. Illusione di scegliere mentre invece si è scelti. Prodotti tentacolari che si insinuano nel carrello, vi si tuffano, vi si nascondono, inseguono.

Guarda chi si vede, nonostante la concentrazione sulla lista degli acquisti notare un conoscente. Come va, sembra infastidito di essere stato notato. Come al solito di corsa, a queste parole si rilassa, la sua fretta è salva, Sono in ritardo, si trincera dietro questa frase. Lasciarlo libero, non costringerlo a un’imprevista e indesiderata conversazione. Ci vediamo, saluta a casa, Grazie anche tu. Non guardarlo ripartire, allontanarsi prima di lui, senza rimpianti, i rimpianti sono un lusso da adolescenti e da vecchi, quando il tempo sembra abbondare, ma neanche allora abbonda, è solo più facile illudersi che sia così.

Arrivare a metà spesa e accorgersi di non aver preso l’aglio, che è vicino all’entrata. Tornare indietro, percorrendo i corridoi contromano, essere guardati male dai colleghi acquirenti, gli eccentrici sono sempre e comunque sospetti, non si sa mai potrebbero trovare il modo di tirare una fregatura. Mettere l’aglio al sicuro nel carrello, controllare la lista in cerca di eventuali altre dimenticanze, sospirare di sollievo perché non ve ne sono, proseguire il viaggio nella direzione giusta.

Continuare a recitare confusi nel traffico, la lista in mano come una bandiera, cose che passano dallo scaffale al carrello, di quando in quando cose che tornano dal carrello allo scaffale: timore di ogm truccati, prezzo troppo esiguo, produttore straniero, rari pentimenti per l’eccessiva sudditanza al dio consumo.

Consumo ergo sum, ma così dicendo il sum è già dentro il consumo, possiamo economizzare e riassumere il tutto con: consumo ergo. Per inciso anche riassumere contiene sum. Vuoi vedere che alla fin fine ego sum davvero?

Osservare passandoci davanti la fila alla cassa veloce, quella per chi ha meno di dieci oggetti: carrelli mezzi pieni, sono davvero molti quelli scarsi in aritmetica, che non sanno neanche contare. Questa cassiera non ha voglia di discutere, non manda indietro nessuno, quella dell’altra settimana al contrario era così agguerrita che induceva al dubbio: vorrà difendere la regola o limitare il numero degli scontrini di sua spettanza?

Camminare estasiati nel corridoio dei surgelati. Le lusinghe dei piatti pronti sono canti di sirene che si trasformano in voci gracchianti solo nel leggere gli ingredienti, una fiera di anti: conservanti, coloranti, coagulanti. Antipatici. Lasciare delusi i gustosi manicaretti nelle vetrine frigorifere, arrabbiarsi con se stessi per aver indugiato in una ricerca notoriamente inutile. Invidiare e compatire a un tempo chi infila nel carrello con beata incoscienza non tutto ma di tutto, conquistato dalle appetitose immagini stampate sulle confezioni o dalle promesse di spot pubblicitari: Buono così neanche tu stesso sapresti farlo…

Arrancare infine verso la cassa, cercando quella con la fila più breve, controllando per l’ultima volta la lista delle cose da comprare, accidenti il sapone per i piatti, dimenticato. Decidere se prenderlo perdendo il turno o rimandare alla prossima volta, forse quello che c’è a casa basterà per una settimana. Domande di fretta, domande che Amleto neanche avrebbe saputo porsi, lui si limitava a stare davanti allo specchio a chiedersi se era oppure no, avrebbe dovuto provare con un carrello pieno di roba, gente impaziente davanti, gente impaziente dietro. Consumo ergo. Ecco tutto. Ecco la risposta.

Disporre le confezioni sul nastro scorrevole, ascoltare gioiosi il bip del lettore che decodifica il codice a barre, speriamo che non si blocchi, speriamo che non si blocchi, lo scontrino diventa sempre più lungo, alla fine la cassiera pronuncia un numero. Infilare gli acquisti nelle borse o nelle buste di plastica. Pagare. Consegnare la carta e digitare il pin o firmare la ricevuta, oppure contare gli euro e incassare il resto. Arrivederci, salutare, anche le cassiere hanno un’anima, benché pare che alcune non lo ricordino perché rispondono stupite.

Approdare all’auto, scaricare le borse e le buste nel portabagagli, volare a posare il carrello, la monetina di nuovo in tasca, finalmente sedere alla guida. Anche per questa volta è fatta. Consumo ergo. Scusate se è poco.

(“Consumo ergo” è un mio testo di qualche anno fa. Questo racconto è pubblicato, con altri editi, nel mio ebook Kindle “Un grande fuoco: 10 racconti”.)

Scrittura: forma e contenuto

In generale

Si scrive per comunicare qualcosa: un concetto, un’informazione, una storia… Si costruisce un testo mettendo insieme parole e punteggiatura secondo certe regole e secondo la nostra sensibilità.

Scrivere è dunque disporre un contenuto in una forma.

Cos’è più importante, il primo o la seconda?

Forse verrebbe spontaneo rispondere il primo. Forse in qualche caso è davvero così.

Ma consideriamo bene il quesito. Qualunque sia il contenuto che vogliamo esprimere, affinché la nostra comunicazione sia efficace ovvero trasmetta il nostro messaggio nel modo migliore, cioè più chiaro, più poetico, più completo, dobbiamo individuare la forma più adatta al nostro scopo.

Se è un’indicazione dobbiamo comporla in modo che sia comprensibile a tutti e inequivocabile.

Se è un manuale dobbiamo stilarlo servendoci della terminologia esatta e possiamo non preoccuparci troppo delle ripetizioni perché dobbiamo privilegiare la chiarezza.

Se è un saggio dobbiamo redigerlo esponendo informazioni, teorie e tesi con proprietà di linguaggio, ricchezza di vocaboli e cercando di mantenere viva l’attenzione e l’interesse del lettore dalla prima all’ultima pagina.

Se è scrittura creativa il discorso è più complesso: cerco di approfondirlo, sia pure in modo superficiale (spero che sia intuibile il senso di questo ossimoro), nel seguito dell’articolo.

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Scrittura creativa

Il legame tra forma e contenuto assume secondo me una valenza diversa nel caso della scrittura creativa rispetto agli altri tipi di scrittura: anche se abbiamo minori vincoli esterni (come ad esempio la necessità di utilizzare vocaboli tecnici) non possiamo limitarci a mettere in sequenza tante belle parole ma dobbiamo fare in modo che il nostro romanzo o racconto esprima proprio quello che intendiamo raccontare.

Pare che vi siano in tutto non più di 36 possibili trame (secondo il drammaturgo francese Georges Polti, e comunque è universalmente riconosciuto che sono un numero finito, poche decine), di conseguenza anche il numero di ruoli che i personaggi possono ricoprire è altrettanto limitato. Questo significa che “tutte le storie sono già state scritte”… Allora perché continuare a scriverne ancora? Perché molte storie ci sembrano comunque completamente diverse le une dalle altre?

Semplicemente perché, anche se la trama e i personaggi, ovvero il contenuto, sono simili e possono essere ricondotti a un numero esiguo di schematizzazioni, le storie si differenziano per la forma.

È corretto affermare che ogni coppia di innamorati appartenenti ad ambienti diversi e magari in lotta fra loro (famiglie, classi sociali, nazioni) rivive la storia di Romeo e Giulietta, ma può farlo in infiniti modi, che si distinguono fra loro per la forma. Come vengono dipinti i personaggi e il contesto in cui vivono, quanta importanza viene data all’ambientazione, quale epoca viene scelta: questi elementi combinati nei modi più disparati forniscono innumerevoli variazioni su un unico tema. Infine c’è quella che si può considerare la forma per eccellenza, costituita dal linguaggio, dal tono, dallo stile, dal punto di vista. Anche in questo caso le combinazioni possibili tendono all’infinito e ciascuna dà origine a una storia diversa.

Esercizi di stile * Raymond Queneau

Per apprezzare quanto la forma influisca sul contenuto e viceversa, vi suggerisco di leggere un geniale libro di Raymond Queneau, tradotto da Umberto Eco, dal titolo “Esercizi di stile”. Queneau racconta un piccolo fatto in 99 registri diversi, ottenendo così 99 brevi storie.

Potrebbe essere un esercizio utile e divertente ripetere l’esperimento di Queneau: prendendo spunto da un piccolo fatto insignificante e narrarlo con toni, linguaggi, punti di vista e ambientazioni differenti.

L’altrui mestiere  * Primo Levi

Termino questo primo articolo sulla scrittura creativa con una sorta di elogio alla chiarezza, riportando questo brano di Primo Levi tratto da “L’altrui mestiere” in merito alla necessità di far comprendere quello che si scrive: “…la scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, da luogo a luogo e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto. Quando questo avviene, il lettore di buona volontà deve essere rassicurato: se non intende un testo, la colpa è dell’autore, non sua. Sta allo scrittore farsi capire da chi desidera capirlo: è il suo mestiere, scrivere è un servizio pubblico, e il lettore volenteroso non deve andare deluso.”

Se questo articolo non risulta chiaro la colpa è dunque solo mia… però potete porre  domande o fare osservazioni e io cercherò di rispondere.

 

 

Jeannette Winterson, Gli dei di pietra

Sto leggendo questo libro e per il momento mi piace molto; se la fine non mi deluderà ne scriverò una recensione.

Annoto intanto un paio di citazioni.

 

“Non è della morte che abbiamo avuto paura, ma del vuoto.”  (pag. 113)

“La mente non crederà nella morte perché, per la mente, la morte non arriva mai.” (pag. 115)

Sololibri.net, una recensione a La torre della Papessa

Una bella recensione al mio libro… pubblicata da Claudia Graziani (che ringrazio) su Sololibri.net

http://www.sololibri.net/La-Torre-della-Papessa-Antonella.html

La carta della Papessa o Sacerdotessa dal mazzo Rider-Waite

La carta della Papessa o Sacerdotessa dal mazzo Rider-Waite