IMPOSSIBILE, un racconto

ImmagineCredevo che non avrei mai smesso di cadere. Ho continuato a precipitare per un tempo lunghissimo, come in un incubo. Poi, finalmente, l’impatto. Per fortuna braccia e gambe sembrano ancora intere. Solo la caviglia sinistra mi duole, e sta gonfiando. Dev’essere una slogatura. Allento lo scarpone sperando in un po’ di sollievo.  Mi guardo intorno, ma il mio orizzonte è molto limitato. In alto le linee spezzate che formano la bocca di questo profondo crepaccio rivelano solo un’angusta fettina di cielo. Intorno a me i riflessi azzurrini delle pareti di ghiaccio che mi circondano e mi costringono in una posizione scomoda. Non tento neppure di alzarmi in piedi, è inutile che sforzi la caviglia: arrampicarsi su questi muri lisci senza ramponi e piccozza è impensabile.

La natura qui è incontaminata, perfetta. Bellissima. Spietata.

Non posso fare altro che aspettare. Magari prima di buio passerà qualcuno. Comunque stasera in albergo si accorgeranno della mia assenza. Chiameranno il soccorso alpino e verranno a cercarmi. Diranno che sono stato un imprudente, mi pare già di sentirli: la stagione è troppo inoltrata e la zona infida per avventurarsi con gli sci lungo itinerari inconsueti come questo. E da soli, poi. È vero, hanno tutti ragione. Ma è proprio perché questi luoghi sono semideserti che amo percorrerli. Le piste, invece, quelle conosciute e frequentate, mi fanno sentire esattamente come mi sento in mezzo al traffico metropolitano: una formica impazzita, traboccante astio e in competizione con tutti. Trascorrere qualche giorno in questa solitudine mi aiuta ad affrontare per un altro anno il caos cittadino e lo stress del lavoro. La mia vita da formica, insomma.

Fra qualche giorno questo incidente diverrà un aneddoto da raccontare agli amici. A mia moglie ne accennerò appena: si preoccupa sempre in occasione delle mie gite, non voglio accrescere la sua ansia. Le ho spiegato che non corro alcun vero pericolo. Ma non l’ho convinta. Non mi crede.

Eppure è così.

Anche adesso, come tutte le volte che mi trovo in una situazione dalla quale sembra impossibile potersela cavare, avverto in bocca il sapore di una pasta e fagioli di tanti anni fa, quella che non potei finire perché mio padre mi tirò via per un braccio dalla tavola. Stava suonando l’allarme. Mia madre e mia sorella erano già scappate al rifugio. Io ingoiavo un cucchiaio dietro l’altro, non volevo lasciarla nel piatto, la pasta e fagioli. Era così buona, quella sera. La più buona che abbia mai assaggiato.

Fa freddo qui. è difficile muoversi per scaldarsi un po’ in questa stretta fessura, e poi la caviglia mi fa male. La luce va lentamente diminuendo, l’ombra delle montagne intorno ha coperto la tana inospitale che mi tiene prigioniero.

Allora, invece, faceva caldo. Forse per via dei nostri corpi ammassati: come al solito in quella vecchia cantina si erano riparate quasi tutte le famiglie che abitavano nella strada. Noi arrivammo fra gli ultimi, e già l’aria era tiepida e densa di odori. Il più forte era quello della paura.

Mentre continuavo a rimpiangere la mia scodella piena e sbocconcellavo una fetta di pane afferrato prima che mio padre mi portasse via, il soffitto prese a franare sulle sulle nostre teste e un rumore insopportabile ci avvolse. Grida e invocazioni si alzarono intorno a me, mentre i calcinacci ci piovevano addosso. Una bomba ci aveva dunque colpiti, pensai: era la fine. Saremmo morti tutti. Mi tappai le orecchie con le mani per non sentire, e vidi che mia sorella aveva fatto altrettanto. Ma non ci fu alcuna esplosione: anzi, lì dentro il rumore diminuì, mentre la polvere ci accecava nonostante ormai non si staccassero che pochi frammenti di intonaco dai muri. Nessuno di noi era rimasto ferito, ma tossivamo tutti, l’aria era divenuta irrespirabile. Il rifugio era semidistrutto. Una parete e un angolo del soffitto erano crollati. Ci ammucchiammo tutti nella parte rimasta in piedi e aspettammo.

L’aria che respiro è pura e frizzante. Sto cercando di non lasciarmi andare e di aiutare in ogni modo il mio sangue a circolare, battendo le mani, e massaggiando le parti del corpo dove riesco ad arrivare. Il dolore alla caviglia mi tormenta. Comunque è solo questione di tempo: presto qualcuno si affaccerà dalla sommità del crepaccio e mi chiederà: “Come va? Qualcosa di rotto?”.

Questa prigionia mi fa tornare alla mente i libri che divoravo da ragazzo, in cui gli eroi superavano prove e difficoltà di ogni genere e i cattivi soccombevano sempre. Quei cavalieri popolavano la mia fantasia, ed ero con loro quando fuggivano dalle segrete in cui il nemico li aveva gettati, quando si battevano in duello per salvare la fanciulla del cuore o l’amico ferito, quando cavalcavano. Li ammiravo con tutto me stesso, e sognavo di diventare come loro. Invece sono un funzionario di banca a pochi anni dalla pensione, e loro un lontano ricordo che questa assurda situazione, chissà perché, ha evocato.

Aspettammo dunque lì dentro fino a quando la sirena annunciò il cessato allarme; allora uscimmo all’aperto, dopo aver liberato la porta dalle macerie che la bloccavano. Davanti ai nostri occhi, fra mattoni, cocci, mobili in pezzi e stracci colorati che una volta erano stati abiti, vicino a un comodino capovolto ma quasi intatto, una bomba inesplosa puntava il suo muso metallico e appuntito verso il cielo. Mio padre disse “Non era la nostra ora”; mia madre e mia sorella si segnarono, guardando intimorite l’ordigno; io lo osservai con molta attenzione. Era il primo che vedevo integro, fino ad allora mi ero imbattuto solo in qualche frammento, quando con gli altri ragazzi del quartiere partecipavo a spedizioni fra le rovine. Dapprima fu una delusione: il suo aspetto era così poco minaccioso, come credere alla potenza distruttrice di un oggetto tanto insignificante? Qualcosa però mi induceva a non staccare gli occhi da quella bomba, mi aveva quasi incantato: forse il contrasto fra il suo aspetto e il suo potere, o il fatto che quel potere, per una volta, non lo aveva messo in atto, e ci aveva risparmiato la vita. A un tratto compresi che essa mi porgeva un messaggio molto importante: la morte, che quella sera mi aveva sfiorato senza però colpirmi, avrebbe potuto accostarsi a me più e più volte, ma non mi avrebbe mai preso di sorpresa. Sarebbe venuta a me solo quando io fossi stato pronto per lei.

E così è stato. Mi è passata spesso vicino, ma senza chiedermi di seguirla. Sa che non lo farò. Non fino a che non mi capiterà, un giorno, di finire quel piatto di pasta e fagioli.

(scritto nel dicembre 1994)

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