L’OROLOGIO, quasi un racconto

orologio Verona

L’orologio appeso al muro scandisce il tempo con un tic-tac che sembra il trotto lento di un cavallo stanco. Forse adesso che è notte vorrebbe dormire anche lui, e magari la lancetta rallenta, gira distrattamente, scuotendosi di tanto in tanto dalla sonnolenza.

Lavoro ingrato, questo: percorrere ogni giorno ogni ora ogni minuto sempre lo stesso spazio circolare, senza vedere mai niente di nuovo, senza potersi riposare, soffermare… Se qualche volta, incauto, riprende fiato e sosta, immediatamente si alzano grida di allarme: “L’orologio si è rotto” “Va portato subito a riparare!” E via, qualcuno lo stacca dal muro e corre dall’orologiaio, che con minute pinzette e sottili cacciaviti lo guarisce dalla malattia.

Sono tutte preoccupazioni superflue: il Tempo non si ferma se l’orologio è guasto, né, viceversa, trascorre più veloce se gli ingranaggi, difettosi o manipolati ad arte, affrettano il ritmo del tic-tac.

A pensarci bene è davvero bizzarro che sia tanto grande il valore attribuito alla misurazione di una cosa così ineffabile, intangibile, indescrivibile nella chimerica speranza che, pur senza capirla, la si possa imbrigliare, sottomettere, dominare. Illusioni, nient’altro che illusioni, Nel mentre che lo si scandisce il Tempo passa, e vince. Non è forse meglio, allora, lasciare che ogni tanto l’orologio si fermi, e riposi, e dimenticare con lui, per un po’, ciò che per mezzo suo crediamo di controllare?

 

Domani, un racconto

Il fumo esce sottile dalla sigaretta, dapprima sale diritto, poi si scompone e si arrampica verso l’alto in volute sempre più larghe, sempre più incerte. Lo guardo con amore e rimorso.

“Devo smettere di fumare” mi dico.

Me lo ripeto di continuo, settimana dopo settimana, da quasi quattro anni.

“La prossima non l’accenderò fino a stasera” proclamo a me stesso, riponendo il pacchetto in tasca. Ma dopo neanche mezz’ora mi accorgo che ne sto spegnendo una da qualche parte. Un’altra. E così, continuando a promettere e a non mantenere, al calar della sera ho lasciato molte cicche dietro di me, come i sassi di Pollicino. Allora, anche per oggi, non posso che arrendermi: domani, ecco, domani, o al più tardi dopo domani ridurrò molto il numero di sigarette, addirittura andrò al lavoro con un pacchetto mezzo vuoto, così ne fumerò pochissime.

Ma quando esco non dimentico di intascare una provvista che mi tenga al riparo da ogni evenienza. Una volta ho rispettato l’impegno e sono andato in ufficio con sette, dico solo sette morbide bionde… A metà mattina ho cominciato a chiedere sigarette a tutti, mi sono sentito così umiliato. Appena ho potuto mettere il naso fuori mi sono precipitato dal tabaccaio per rifornirmi della preziosa merce.

Eppure so che dovrei smettere. Per i miei polmoni, per il mio cuore. Certo, se non fossi sicuro che la mia salute ne soffre, non mi angustierei con il tentativo di abbandonare questa dolce dipendenza.

“Domani sarò più forte” mi dico, alla constatazione quotidiana di non aver rispettato i limiti che io stesso mi sono imposto; ma questo domani non arriva mai, ogni domani la seduzione che loro esercitano su di me è sempre più forte, annienta la mia volontà di separarmi da loro.

Come fare? Da quando ho iniziato queste riflessioni sono già alla seconda sigaretta. È così piccola e fragile. È incredibile che possa nuocere tanto.

Eppure.

Basta, ho deciso. Da domani non fumerò più.

Ora che ci penso.

Ho ancora quattro pacchetti interi. Giusti giusti per due giorni. È un peccato gettarli via e non so a chi regalarli, i miei amici hanno smesso tutti di fumare.

Smetterò non appena li avrò finiti.

Marcela Serrano, un cenno su questa grande scrittrice

Marcela Serrano è nata a Santiago del Cile nel 1951 ed è una delle più importanti scrittrici sudamericane. Si è sempre impegnata per la realtà politica del suo paese e sostiene le rivendicazioni femministe, temi, entrambi, che si ritrovano costantemente nei suoi romanzi.

I suoi romanzi hanno per protagoniste belle figure di donne e, secondo me, colgono con una grande sensibilità i vari aspetti della psicologia e della condizione femminile.

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I libri di Marcela Serrano 

(la prima data è riferita alla pubblicazione originaria e l’altra alla prima in Italia)

Noi che ci vogliamo così bene (1991 – 1996)

Il tempo di Blanca (1993 – 1998)

Antigua, vita mia (1995 – 2000)

L’albergo delle donne tristi (1997 – 1999)

Nostra signora della solitudine (1999 – 2001)

Quel che c’è nel mio cuore (2001 – 2002)

Arrivederci piccole donne (2004 – 2004)

I quaderni del pianto (2007)

Dieci donne (2011)

Adorata nemica mia (2013)

Una citazione tratta delle prime pagine di “Dieci donne”

Quanto mi commuovono le donne. E che pena mi fanno. Perché una metà del genere umano si è fatta carico di un fardello così pesante, mentre l’altra metà non fa nulla? Non temo di sembrare sciocca, dice fra sé Natasha, so quello che dico. So quello che dico.”

(Natasha è una psicoterapeuta)

IL VIAGGIO, un racconto

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C’era stato un momento, anche più di uno, qualche tempo prima, in cui aveva pensato di comprare un’automobile nuova. La sua era davvero vecchia: quindici anni e sette mesi. Ma non ne aveva fatto di nulla, nessuna di quelle che si poteva permettere era di suo gusto.

Quel mattino si rallegrò di non averla cambiata. Non sarebbe stata la stessa cosa, in una vettura farcita di optional pro sicurezza e di comfort inutili. Per il gesto essenziale che si apprestava a compiere la semplicità della sua vecchia compagna era perfetta.

L’aveva fatta lavare il giorno prima, e subito dopo chiusa in garage. Era ancora bella, portava i suoi anni molto meglio di lui e dei suoi sogni appassiti. Forse perché una macchina non ha sogni, quindi non le si possono dissolvere fra le mani e allora non soffre, o soffre meno. Non che fosse proprio sicuro di questo. Ricordava sempre l’apprensione provata la volta in cui era stato tamponato e si erano rotti i fanali posteriori: allora, e anche dopo, si era chiesto se lei non avesse sentito male. Certo non si era lamentata. Ma forse la sua voce lui non sapeva udirla.

Chissà cosa avrebbe pensato quando lui, abbassata la saracinesca del garage, si sarebbe seduto al posto di guida e avrebbe acceso il motore, restando seduto con i finestrini aperti, il cambio in folle, il freno a mano tirato, il capo abbandonato sulla spalliera, gli occhi, dopo un ultimo abbraccio all’abitacolo, chiusi.

Avrebbe capito che quel viaggio fatto senza muoversi sarebbe stato il più lungo, una partenza senza ritorno?

O forse era proprio il ritorno, chissà.

Indossò la giacca grigia, quella del suo abito migliore, comprato per il matrimonio del fratello, sei anni prima. Scese in garage. Era pronto. Aveva studiato ogni particolare: un errore avrebbe trasformato il rito in una farsa.

Prima di salire percorse con la mano il tetto dal portabagagli al cofano. Una carezza che lo confortò e gli confermò che quanto stava per fare era la cosa giusta. Gli parve quasi che fosse la prima volta che toccava il metallo della sua carrozzeria. Aveva lasciato un biglietto in cui salutava il fratello e gli chiedeva di occuparsi di lei, dopo. Lui non poteva che abbandonarla. Addio amica fedele, pensò.

Inserì la chiave nel quadro e la girò, provocando il familiare brontolio; gradatamente abbassò la leva dell’aria perché il motore non si spegnesse per la troppa benzina quando lui avesse già perso conoscenza.

Trascorsi pochi minuti ciò che respirava non bastava più ai suoi polmoni. Tossì. Soffocò l’impulso di aprire lo sportello e gettarsi fuori dal garage, riuscendo a sorridere della sua debolezza. Tossì ancora, poi, mentre immagini del suo passato presero a turbinargli impazzite nella retina, il suo capo cadde in avanti, il suo petto premette il volante e il clacson cominciò a suonare. Lui udì confusamente le prime note, poi più nulla.

 

 

E adesso? ( vorrei che fosse un racconto)

Elezioni – elezioni – elezioni…

Domani si vota, a ciascuno saranno consegnate tre schede, una giallo paglierino, una rosa antico e una azzurro pervinca, che qualche insensibile alla TV ha definito celeste. Ogni scheda riporta un’interminabile lista di simboli, e righe per scrivere i nomi dei candidati prescelti, massimo tre sulla scheda rosa, massimo quattro su quella gialla e uno solo su quella azzurra: ormai votare è diventato quasi più difficile che compilare la dichiarazione dei redditi, e scusate se è poco.

Adesso esco, vado al seggio, a compiere il mio dovere: ho studiato con cura le liste e so come manifestare la mia volontà di elettore (per la verità vorrei esprime ben altro, ma allora le mie schede verrebbero annullate… devo usare per forza il linguaggio imposto, per far contare – sia pure poco – la mia voce).

Sono passate quasi dieci ore, e i seggi sono chiusi già da un po’. In TV è una sarabanda di numeri e discorsi, discorsi e numeri, schemi raffronti e grafici, a torta e a istogramma, e proiezioni e introspezioni, e autocritiche e sorrisi di soddisfazione e “ce lo aspettavamo”… Sembra una gigantesca partita di calcio, con qualcuno che ha segnato, qualcun altro che ha insaccato un’autorete e un mucchio di gente che corre qua e là, non si capisce bene dietro a che cosa, visto che in questo campo il pallone non ha dei contorni precisi, ma molto frastagliati, fanno pensare quasi a dei tentacoli…

O miei piccoli voti, dove siete svaniti? Inghiottiti in questo minestrone non vi riconosco più, io non volevo giocare al calcio, non mi piace nemmeno…

 

giugno 1994

 

 

Sono passati quasi vent’anni da quando ho scritto questo breve sfogo e le cose sono decisamente cambiate: è certo che, a chiunque vadano i voti, chi governerà il paese non sarà nessuno degli eletti.

Prima, forse, c’era una democrazia. E adesso?