PIANGERE NON SERVE, incipit

Piangere non serve copertina 2015

 

Una domenica di maggio. Lui, mio padre, se ne va.

Mi saluta come se uscisse per andare in ufficio, un giorno qualunque: “Ci vediamo presto.”

Presto. Non a pranzo. Non a cena. Nemmeno domani. Forse il prossimo fine settimana. O quello dopo.

 

E così è finita.

Aspettavo e temevo questo momento da quando, trentasette giorni fa, con cautela e imbarazzo, mi hanno dato la notizia. Mi hanno spiegato che erano molto dispiaciuti per me, ma che la loro decisione era irrevocabile e definitiva e, alla lunga, si sarebbe rivelata positiva per tutti noi. Solo allora mi sono resa conto che avrei dovuto prevederlo, captare i segnali che da mesi aleggiavano nell’aria, capire che i silenzi lunghi intere giornate in cui si erano trasformate le loro discussioni accese indicavano chiaramente che la fine si stava avvicinando. Avrei dovuto prevederlo anche se, comunque, non avrei potuto impedirlo.

Fisso la porta che ho chiuso io stessa alle sue spalle, mentre scendeva il terzo scalino. La esamino, ne scruto ogni minimo dettaglio: è robusta, di legno scuro, noce forse; ha una doppia serratura di sicurezza e la maniglia dorata, mentre i cardini sono neri; al centro una vite, in corrispondenza del pomello situato sulla parte esterna.

Passi dietro di me. Mia madre.

Che fai?”

Niente.”

Scappo in camera e metto un po’ di musica. Qualcosa a caso, non mi interessa cosa, non l’ascolterò. Ho solo bisogno di un po’ di rumore. Molto rumore, per non sentire i miei pensieri e riempire il vuoto che mi si è spalancato dentro.

Lei non sopporta la mia musica, ma stamani non si presenta, come al solito, a protestare per il volume troppo alto. La odio. E odio anche lui. Per quel saluto senza rimpianto. Piangere non serve, mi ripeteva quando ero piccola, ogni volta che mi sbucciavo un ginocchio o mi capitava un piccolo incidente. Io non versavo nemmeno una lacrima.

Neanche adesso piango. Non serve.

Passerà, mi dico. Tutto passa e si scorda, come ho letto in un’intervista a Mick Jagger che ho trovato in un vecchio ritaglio di giornale che lei custodiva con cura. Non riesco a stare ferma, percorro la camera in lungo e in largo come una tigre in gabbia. Dalle foto appese al muro Brad Pitt e Rihanna sembrano prendersi gioco di me, soffoco l’impulso di strappare quelle immagini. Basta anche con la musica.

Esco.

I marciapiedi scorrono veloci sotto i miei passi, mentre spio nelle targhe delle auto la presenza di qualche messaggio in codice: nessuna rivelazione.

 

 

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3 pensieri su “PIANGERE NON SERVE, incipit

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