La donna che faceva la maglia, un racconto

maglia - particolare

La donna che faceva la maglia muoveva le mani e i ferri con rapidità, come un insetto che sfregasse le zampe anteriori. Un movimento sicuro, conosciuto, ritmato. L’intrecciarsi dei fili produceva un tessuto morbido, che cresceva lentamente, allungandosi a ogni cambio di ferro, quando cioè le maglie erano state trasferite tutte da una parte e i ferri venivano invertiti, quello vuoto a destra quello pieno a sinistra per poterlo vuotare ancora.

La donna di quando in quando alzava gli occhi e volgeva lo sguardo intorno a sé, nella penombra della stanza. Le sue mani avevano occhi e non si fermavano mai. I suoi pensieri vagavano indietro nel tempo, intorno ad altre maglie lavorate e alle persone che le avevano indossate. Bambini, vecchi, donne, uomini, perfino il bassotto di una zia a cui aveva fatto una sorta di mantello, con i buchi per le zampe davanti. E poi coperte, centrini, tende. Tutto quello che si poteva fare con i ferri lo aveva fatto. Nient’altro ricordava della sua vita, se non il ticchettare dei suoi strumenti, la morbidezza della lana, l’asprezza del cotone, la varietà dei colori, composti a volte come in un quadro.

La donna che faceva la maglia non si levava quasi mai in piedi; sbocconcellava un pezzo di pane rimanendo con il lavoro in mano, e quando era troppo stanca si addormentava sulla sedia con la testa reclinata sulle braccia a loro volta appoggiate sul tavolo. Sognava di fare la maglia: di intrecciare lane e filati meravigliosi, soffici e leggeri come mai le era accaduto nella realtà. E tutte le volte che dormiva riprendeva, anche nel sogno, il lavoro interrotto l’ultima volta che si era svegliata, cosicché il sonno e la veglia si distinguevano per lei solo per la qualità della lana: in entrambi gli stati, infatti, portava avanti la stessa opera, una grande coperta con la quale poter coprire tutta la terra. Sapeva di non avere abbastanza tempo, era troppo vecchia, aveva cominciato tardi. Ma, proprio per questo, non poteva smettere, e continuava a sferruzzare sempre più veloce. Una volta all’anno usciva a comprare gomitoli e gomitoli di lana, che le bastassero fino all’anno dopo. Nel sogno, invece, aveva sempre un unico gomitolo, che non finiva mai, e ogni notte mutava colore.

Una sera d’inverno si assopì più stanca del solito, le mani indolenzite. Si trovò ben presto immersa nel sogno, dove non provava mai la fatica. Stavolta il gomitolo era molto piccolo e, accanto alla sua sedia, posato per terra, c’era un altro lavoro a maglia, lunghissimo come quello che aveva fra le mani. Lo riconobbe: era la coperta che stava facendo durante la veglia. Capì che doveva unire i due lavori insieme; quando ebbe compiuto questa operazione la coperta sembrò illuminarsi, e lei vi si avvolse dentro. Anche se non bastava a coprire tutta la terra era molto grande, era come essere dentro una nuvola, che la teneva calda e la proteggeva, cullandola in quell’ultimo sonno.

 

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