Il primo capitolo di “Lidia, che detesta la Matematica”

L’INCONTRO

Non dimenticherò mai il giorno in cui ho conosciuto Oscar.

Forse perché in pochi minuti ho fatto, una di seguito all’altra, una serie di cose proibite, come lasciare la casa di Marghe alle 14,30 invece che all’ora stabilita con la mamma, come parlare con uno sconosciuto – per giunta adulto e maschio – e accettare di entrare in casa sua.

Forse perché stando con lui ho dimenticato per qualche minuto che avevo appena passato uno dei peggiori momenti della mia vita.

Forse perché, se non lo avessi incontrato, nei mesi seguenti non avrei scoperto certe cose su me stessa.

Stavo camminando sotto il sole ancora caldo dei primi giorni di settembre e mi sentivo abbandonata e tradita: quella che avevo creduto fino ad allora la mia migliore amica mi aveva appena confidato che Luca, al ritorno dalle vacanze, le aveva telefonato ben cinque volte in due giorni, che quella mattina si erano visti – infatti lei non aveva potuto uscire con me – e che si erano messi insieme. Peccato che io, come Marghe sapeva bene, ero cotta di Luca da un sacco di tempo, almeno dalla festa di carnevale.

Non avevo neppure avuto modo di sfoggiare sotto il suo sguardo – di Luca, intendo – i sandali nuovi comprati alla svendita estiva del mio negozio preferito: erano con il tacco sottile e alto, altissimo rispetto alle mie abitudini, e fatti di striscioline color argento. Quando li avevo provati a casa e mi ero contemplata nello specchio avevo realizzato che con quelli nessuno avrebbe potuto resistermi.

Non capivo se ero più arrabbiata, delusa, ancora innamorata o solo schifata della vita e, immersa nelle mie riflessioni, non badavo al fatto che i miei sandali così carini non erano adatti ai marciapiedi pieni di buche. Sono finita per terra, a pelle di leone, come dice la mamma, sentendomi, oltre che depressa, tradita e schifata anche imbranata. L’unica – magra, magrissima – consolazione era che nessuno mi aveva vista ruzzolare.

Le mie ginocchia, tutte e due, sanguinavano e mi facevano male. Niente di grave, certo, ma in quel momento mi pareva che il mondo intero, compresa la strada, fosse contro di me. Il sole a picco sulla testa, le ginocchia sbucciate, la maglietta che inspiegabilmente si era strappata: «che sfortuna», ho pensato.

In quel momento una voce calma ha rotto il silenzio facendomi sobbalzare:

«Vuoi pulirti le ferite?»

A parlare era stato un uomo anziano con la barba e i capelli grigi e lunghi, quasi come i miei (io ho un caschetto biondo tiziano che poi in realtà è quasi arancione carota). Aveva uno sguardo sereno e indossava pantaloni chiari e una casacca bianca di tela leggera.

«Puoi entrare in casa a rinfrescarti», ha ripetuto.

Io mi sentivo come in mezzo al deserto e lui mi offriva un’oasi: in barba alla prudenza sono entrata.

 

(Il romanzo è stato pubblicato nel 2013 da Scienza Express)

 

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