PECORE CON GLI SCARPONI, #5

La finestra

Andando al lavoro passava sempre dalla stessa strada, un percorso obbligato, per così dire. Un’abitudine, in realtà.

Quando si fermava al secondo stop del suo itinerario, a un incrocio a forma di “T”, fronteggiava una fila di case terra tetto degli anni Cinquanta, di quelle divise, o meglio protette, dal marciapiedi e dalla strada dallo spazio di un piccolo giardino. Si somigliavano tutte, avevano la porta d’ingresso a due finestre corte, con le persiane verdi o marroni.

Sul davanzale interno della finestra di sinistra della terza casa c’erano due cuscini, uno dietro a ciascuna anta, e spesso su ognuno, un gatto.

Gattino

Uno dei due gatti era prevalentemente nero, l’altro invece bianco con grosse macchie scure un po’ tigrate. Di solito dormivano o comunque erano acciambellati o accovacciati, ma qualche volta uno dei due era seduto e guardava fuori. Mentalmente Laura li salutava, e, se per qualche giorno non li vedeva, si chiedeva se si fossero ammalati o peggio. Erano parte del suo orizzonte, erano dentro la sua vita, anche se probabilmente non li avrebbe mai neppure sfiorati né si sarebbe avvicinata più di quanto faceva ogni giorno, passando. Quante cose, pensava, erano dentro la sua vita senza sapere di esservi, come quei gatti.

Chissà se anche lei era nella vita di qualcuno e non lo sapeva. Forse fra i frequentatori della biblioteca qualcuno aveva incluso lei, la bibliotecaria grassa, nel suo orizzonte. Forse perché era grassa, forse perché aiutava a cercare i libri, forse perché il suo orizzonte era così vuoto che metterci almeno lei era meglio di nulla.

 

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