PECORE CON GLI SCARPONI, #7

Grigio

Anche in casa era circondata da libri, soprattutto romanzi, qualche saggio. Conservava quelli della sua infanzia e adolescenza: fiabe illustrate, fumetti, classici per ragazzi, ed era tutto ordinato, catalogato. Una piccola personale, privata biblioteca. Non per emulazione di quella grande in cui lavorava, piuttosto perché classificare e disporre i volumi secondo regole precise dava loro un senso, quasi una certezza di necessità: erano lì perché avevano avuto e avevano un loro compito da assolvere, insomma.

Vorrei sapere se ne ha uno anche la mia vita. Pensava. E il mio corpo.

Nothing you want to put in a book, recitava una poesia letta tanti anni prima a scuola. Quel verso si era impresso nella sua memoria, forse ne aveva intuito il valore profetico riferito alla sua stessa vita, in cui niente valeva la pena di essere messo in un libro. Giornate che si susseguivano le une uguali alle altre, se avesse potuto scambiarle fra loro non avrebbe notato alcuna differenza.

Una monotonia totale, in cui comunque tirava avanti. Incredibilmente, inspiegabilmente anche per se stessa, tirava avanti.

Quasi sempre, almeno.

Di quando in quando, come quella sera, il grigio l’avvolgeva in un bozzolo appiccicoso e le toglieva il respiro. Tutto si rivelava allora impietosamente insensato, vano. Un percorso assurdo e insignificante verso una meta nota e ignota nello stesso tempo: la morte.

Qualunque cosa faccia arriverò lì, a quel traguardo sconosciuto e incomprensibile, di cui so solo che c’è. Allora che senso ha fare una cosa piuttosto che un’altra? Posso lasciar scorrere il tempo giocando con il computer o guardando trasmissioni idiote in TV, avrò meno da rimpiangere, perché il mio passato non sarà stato tanto interessante e avvincente da sentirne la mancanza sul limitare della morte.

Se poi penso a quanto sono insignificante quantitativamente, cioè come dimensione e durata nei confronti dell’universo, la sensazione di inutilità totale diviene enorme, dilaga dentro di me e mi spaventa: non posso fermarci l’attenzione, è un pensiero troppo grande, troppo devastante.

Sospirò.

Sospirò più volte, guardando senza vederle le pecore con gli scarponi che sorridevano dalla vestaglia.

 

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