Sensazioni di una lettrice

Stamani mi si è affacciata alla mente una riflessione sulle mie letture e sulle sensazioni che queste suscitano e hanno suscitato in me.

La riflessione è scaturita sostanzialmente dal confronto fra due romanzi che ho letto, fra gli altri, nelle ultime settimane: “Una questione privata” di Beppe Fenoglio e “Il cardellino” di Donna Tartt: quello che mi hanno lasciato è profondamente diverso e stamani, appunto, ho individuato da cosa derivano, per me, le differenze.

Trovo il secondo freddo, nonostante la narrazione in prima persona, le molte riflessioni e l’evento iniziale d’effetto e geniale; mentre il protagonista del primo, Milton, con la sua irrazionale ricerca dell’amico per scoprire la verità sulla ragazza amata, l’ho sentito vivo e vero, benché la sua storia si svolga oltre sessant’anni fa e quella di Theo ai giorni nostri.

Ho realizzato che i romanzi come quello di Fenoglio, a cui aggiungo quelli, letti soprattutto da giovane, di Pavese, Hemingway, Pratolini, Silone, Hesse, Böll (solo per fare qualche esempio) mi danno l’impressione di una grande sincerità della scrittura, dell’esigenza di esprimere sentimenti e sensazioni, magari raccontando in modo più e meno dichiarato episodi della propria vita. I libri come “Il cardellino”, sia pure costruiti quasi alla perfezione, li trovo, appunto, costruiti con l’obiettivo di raccontare una storia e raccontarla in un certo modo, piuttosto che scaturiti da un’urgenza interiore.

Forse la mia è solo una sorta di interpretazione romantica degli autori che ho letto in gioventù (e la gioventù, dopo una certa età, diventa inevitabilmente qualcosa di romantico, insieme a tutto quello che la riguarda). Quello che so è che da ragazzina cercavo nei libri le avventure, le vivevo con i protagonisti e mi rattristavano le storie senza lieto fine (come “I tre moschettieri”, “Ivanhoe” e molte di Salgari), anche se le rileggevo e rileggevo; dopo ho amato i personaggi in cerca di se stessi, con le loro vite talvolta senza speranza, avvolti da un senso di poesia, spesso tragica, ed è proprio in questi romanzi che ho avvertito di più la presenza degli autori: in quello che narravano c’erano davvero pezzi di loro stessi .

Ovviamente sto parlando di sensazioni e opinioni assolutamente personali, leggo perché mi piace e non sono un critico, e sono convinta che ogni lettore abbia una sua sensibilità che lo rende più o meno affine alle pagine lette. Leggo quello che posso, i libri sono innumerevoli e il tempo a disposizione troppo poco, quindi le possibilità che ho di fare confronti sono limitate.

Però l’elemento sincerità per me è importante e sono convinta che sia quello che mi fa considerare migliore o peggiore un romanzo, me lo fa amare oppure no. Sentire in quello che leggo la partecipazione dello scrittore e non solo la sua maestria nel disegnare trame e personaggi per me fa la differenza. (Mi ripeto: non è detto che la partecipazione non ci sia solo perché io non la sento, la questione è molto personale.)

Alla luce di questo concetto mi spiego anche perché mi sono trovata talvolta a valutare (che brutta parola) dei romanzi di autori self con più stelle di certi best seller: nei self che ho apprezzato ho avvertito quella sincerità, quell’impegno nel raccontare una storia e nell’esprimere sentimenti e sensazioni che spesso non ho percepito negli altri scrittori.

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