Scrittura – frase principale e subordinata: concordanza dei tempi

Per una volta scrivo un post che potrebbe risultare antipatico a qualcuno. Premetto che quando scrivo rileggo e revisiono i miei testi molte volte prima di pubblicarli, spero così che contengano pochissimi errori, ovvero solo quelli sfuggiti ai ripetuti controlli. Premetto anche che non scrivo recensioni negative e quindi non ne scrivo nemmeno in caso di libri che secondo me sono scorretti dal punto di vista dell’italiano, non mi piace comunque criticare il lavoro altrui.

Però adesso mi interessa parlare di questo tema e lo faccio, in modo comunque assolutamente generale.

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Nel leggere ebook di autori self non di rado mi capita di trovare, purtroppo, errori di vario genere, sia di sintassi che di costruzione dei periodi. L’incontro diventa per me piuttosto irritante se il numero e la frequenza degli errori sono tali da farli riconoscere come veri e propri sbagli: se sono molti è impossibile infatti considerarli refusi.

Devo dire che spesso la presenza di molti errori di italiano si unisce, secondo la mia opinione di lettrice, a una narrazione che necessiterebbe di una buona revisione: per la presenza di personaggi scontati, di ripetizioni (non solo di vocaboli ma anche di concetti), di incoerenze nella trama e/o mancati approfondimenti. Insomma non mi è ancora capitato di leggere una bella trama, avvincente e originale, in un testo scritto in italiano scorretto, mentre i buoni testi che mi sono capitati fra le mani erano tutti scritti con una forma altrettanto di qualità. Penso che gli ebook di self che ho letto finora siano circa centocinquanta e la mia esperienza è basata su questi. Sottolineo che non sto dicendo quanti fra i centocinquanta secondo me sono buoni e quanti no, sto solo affermando che quando ho trovato qualità nella forma l’ho trovata anche nel contenuto e quando era carente la prima lo era anche il secondo.

Uno degli errori di italiano che mi capita di riscontrare più spesso riguarda la concordanza dei tempi verbali nei periodi composti da più frasi. Si tratta di un errore che raramente, invece, trovo nei libri pubblicati da editori: ovviamente non so quanto per merito degli scrittori e quanto per merito degli editor.

Secondo me sarebbe possibile ovviare a questi sbagli anche a orecchio, rileggendo il testo ad alta voce: si dovrebbe avvertire quando qualcosa non torna.

Ad esempio, se scrivo “Luca mangiò la mela che comprò dall’ortolano” non vi pare che ci sia una stonatura? Se invece scrivo “Luca mangiò la mela che aveva comprato dall’ortolano” sentite come il discorso fila via liscio?

Quando la subordinata esprime un’azione che è precedente a quella della frase principale il tempo del verbo della subordinata deve essere un passato anteriore rispetto a quello della principale. In fondo basta anche seguire il senso della narrazione, no?

Un’altra relazione importante è quella in cui la subordinata contiene un’azione futura rispetto alla principale. Ad esempio: “Alle cinque Luca comprò la mela che avrebbe mangiato dopo cena”.

Non c’è verso, se Luca prima compra la mela e poi la mangia i tempi e modi verbali da usare sono questi e non altri e dipendono da come è costruito il periodo, ovvero da quale è la frase principale e da quando si è svolta rispetto ad essa l’azione della subordinata.

Ci sono delle regole precise, in italiano (come nelle altre lingue), sull’uso dei verbi e sulla relazione fra tempi e modi verbali della frase principale e delle subordinate. Credo che quando una persona scrive debba tenerle presente e rispettarle: non considerarle non ha niente a che fare con le licenze poetiche o con la libertà d’espressione, soprattutto se il testo è in prosa.

Costruire un periodo nel modo corretto non significa solo seguire le regole ma anche rendere più chiara la narrazione, consentire al lettore di comprendere, senza possibilità di equivoci, la sequenza e la correlazione fra le varie azioni.

Voi come la pensate in merito?

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8 pensieri su “Scrittura – frase principale e subordinata: concordanza dei tempi

  1. Penso che purtroppo quando studiamo queste cose fummo dei bambini e saremmo dovuti essere più grandi.

    Facendoci seri. Tu sollevi due problemi: 1) alcuni ebook sono scritti male; 2) ci sono regole che abbiamo per lo più dimenticato per disuso. Il primo è un problema grave. L’ho già detto diverse volte. Secondo me un testo prima di arrivare alla pubblicazione necessita (con la N maiuscola per la miseria) essere controllato. Capisco che queste grosse piattaforme vogliano arricchirsi, ma la cultura la stiamo buttando nel cesso. Il secondo problema è invece legato alla quotidianità. La gente parla come mangia, e mangiamo da schifo. Bisognerebbe rispolverare la grammatica, farla studiare anche alle superiori! Se ne dovrebbe parlare meglio…il tuo è un sassolino…

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    • Lo so che è un sassolino… e, per quanto mi impegni per scrivere bene (ho pubblicato con editori e non mi sono state mai fatte correzioni all’italiano), affidandomi a grammatica e dizionario quando ho dei dubbi, non mi sentirei di scrivere molto di più che “sassolini”.
      Da quando pubblico anche in ebook ho letto parecchi “colleghi” e ho trovato, appunto, errori che non avrei voluto vedere… Mi sembra, cioè, che qualcuno tratti la scrittura in modo non sufficientemente serio, e questo mi infastidisce. (eufemismo) Ho trovato anche dei romanzi davvero buoni e questo mi ha fatto molto piacere.

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  2. In linea di massima, Antonella, sono d’accordissimo con le tue valutazioni. La questione, a dire il vero, mi sembra molto coerente. Per scrivere un buon romanzo bisogna innanzitutto ragionare a lungo sulla trama, su come va strutturata tale trama, su quello che i personaggi devono essere (o rappresentare), non buttare giù le prime idee che ci vengono in mente. Per superare poi i propri limiti linguistici, occorrono pazienza, costanza, e umiltà. Non bisognerebbe mai vergognarsi, al minimo dubbio, di prendere in mano il dizionario, la grammatica o, se si è online, aprofittare delle informazioni che la rete ci offre gratuitamente.
    Per cui, chi già parte con poca umiltà e tanta noncuranza da pensare che, soltanto perché è venuta in mente a lui/lei, un’idea sia automaticamente buona, difficilmente è disposto alla fatica (a volte davvero grossa) di dare almeno una forma decente a tale idea.
    Insomma, mi pare abbastanza logico che, in linea di massima, chi trascuri qualche aspetto importante della scrittura, sia soggetto a trascurarne anche degli altri.
    Un tempo esisteva una certa umiltà, chiamiamola timidezza, verso la scrittura: in tanti si tenevano nel cassetto i loro scritti per timore che non fossero all’altezza, e quindi di rimediare pesanti figuracce.
    Ora il linguaggio televisivo (e dire che un tempo la tv ha insegnato l’italiano agli italiani, sigh!) è fatto di semplificazione a tutti i costi o, al contrario, di un uso di parole roboanti adottate perché “suonano bene” senza avere nessunissimo senso all’interno della frase in cui sono inserite. Ora il giornalismo scritto è decaduto al punto che per fare fronte a esigenze economiche impossibili da coniugare con la qualità spesso gli articoli sono buttati giù in mezz’ora e con la mano sinistra, e altrettanto spesso vengono pubblicati senza un adeguata revisione (lo testimoniano i refusi che compaiono sempre più frequentemente anche nelle testate importanti).
    Di fronte alla pochezza dei “grandi”, la timidezza non poteva che scomparire: hai mai provato a spiegare a qualcuno che il sintagma “piuttosto che” è avversativo e non disgiuntivo? Alla risposta “ma in tv lo dicono in quel senso” non possono che cadere le braccia.

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    • Purtroppo è come dici, però avevo bisogno di questo piccolo sfogo. peraltro anche un po’ timido…
      Penso anche che, per poco che possa servire, non sia male ricordare che esistono delle regole e che ci si può appoggiare a dizionari e grammatiche e a certi siti nella rete.

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      • Il tuo sfogo, in effetti, è giusto e giustificato. volevo solo porre un accentino sul fatto che, mentre prima avevamo dei modelli culturali validi a cui appoggiarci, ora non ne abbiamo più. Fino all’epoca moderna erano le parlate dei nostri padri unite ai giornali (o, a livello alto, i libri). Poi sono state la radio e la tv, poi, quando la radio e la tv hanno scelto di “disimpegnarsi”, è mancato un modello valido e allo stesso tempo diffuso. La rete offre ottime possibilità ma,contrariamente alle parlate dei nonni o alla tv che ci insegnavano intrattenendo, necessita, nella fase di ricerca, di un certo impegno per essere sfruttata a dovere. Per questo, e perché essendo per definizione “plurale” difficilmente riesce a offrire modelli univoci, ho qualche dubbio che possa trasformarsi nel modello ora assente. Chissà… la mia idea è che marciamo verso un futuro sempre più frammentato in cui (se già noi che pure la stiamo vivendo, questa frammentazione, ne risentiamo) tutta l’umanità del passato, abituata ad avere almeno qualche certezza, rischierebbe di impazzire.
        Ci scriviamo un libro? 😉

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      • Sì, purtroppo (di nuovo) hai ragione. E il discorso vale non solo per la scrittura e la cultura in generale, ma anche per tutto il “mondo dei valori”, e questo è ancora più grave e non può portare certo a qualcosa di buono.
        Ci si potrebbe scrivere un’enciclopedia… 😦

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  3. Io credo che la sgrammatica rappresenti un problema per taluni testi. Se scrivo un testo in italiano forbito, non ho scampo. Se,invece, scrivo con un mio stile , allora posso sgrammaticare a volontà. Faccio un esempio sacro e uno profano: l’ Ulisse di Joyce il blogger Vito Manfruito.

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    • Credo che prima di conquistare uno stile sgrammaticato sia necessario comunque conoscere quali sono le regole. Si sente la differenza (abissale, direi) fra un testo scritto ignorando le regole per mancanza di conoscenza e uno in cui le regole sono state intenzionalmente “trascese”, se mi passi il termine, per ottenere un determinato risultato.

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