L’altrui mestiere, Primo Levi #3

Un altro brano sulla scrittura dalla raccolta di saggi di Primo Levi, stavolta sui personaggi; anche questo è tratto da Scrivere un romanzo.

post personaggi Levi

 

Quanto ai personaggi, il discorso si fa complesso. Su questo tema, il ménage a tre fra l’autore, il personaggio e il lettore, si sono scritti quintali di libri, ma essendo io ormai un addetto ai lavori, mi permetto di dire la mia, ossia di proiettare le mie diapositive. Anche per i personaggi si prova all’inizio l’impressione di una libertà senza limiti. In astratto, tu hai su di loro un potere assoluto, quale nessun tiranno ha mai avuto sulla faccia della terra. Puoi farli nascere nani o giganti, puoi affliggerli, torturarli, ucciderli, resuscitarli; o donare loro la bellezza e giovinezza eterne, la forza, la sapienza che tu non hai, la felicità di ogni minuto (ma questa, sarai capace di descriverla senza annoiare il tuo lettore?), l’amore, la ricchezza, il genio. Ma solo in astratto: perché sei legato a loro più di quanto non appaia.

Ognuno di questi fantasmi è nato da te, ha il tuo sangue, nel bene e nel male. È una tua gemmazione. Peggio, è una tua spia, rivela una parte di te, le tue tensioni, come quegli incastri di vetro che si usano per rivelare se la crepa di un muro è destinata ad allargarsi. Sono un tuo modo si dire «io»: quando li fai muovere o parlare rifletti a quello che fai, potrebbero dire troppo. Forse vivranno più a lungo di te, perpetuando i tuoi vizi ed errori.

Veramente i personaggi di un libro sono creature strane. Non hanno pelle né sangue né carne, hanno meno realtà di un dipinto o di un sogno notturno, non hanno sostanza che di parole, ghirigori neri sul foglio di carta bianca, eppure puoi intrattenerti con loro, conversare con loro attraverso i secoli, odiarli, amarli, innamoratene. Ognuno di loro è depositario di certi elementari diritti, e sa farli valere. La tua libertà di autore è solo apparente. Se, una volta concepito il tuo homunulus, tu lo contrasti, se gli vuoi imporre un gesto avverso alla sua natura, o vietargli un atto che gli sarebbe congeniale, incontri una resistenza, sorda ma indubbia: come se tu volessi comandare alla tua mano di toccare un ferro rovente, un oggetto che ti (che le) ripugna. Lui, il non-esistente è lì, pesa, spinge contro la tua mano: vuole e disvuole, silenzioso e testardo. Se tu insisti, intristisce. Si apparta, cessa di collaborare con te, di suggerirti le sue battute; perde corpo, diventa piatto, sottile, bianco. È carta, e ritorna in carta.

Sono abbastanza d’accordo con le affermazioni di Primo Levi. E voi cosa ne pensate?

 

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