Clifford D. Simak – La casa dalle finestre nere

Clifford D. Simak pubblicò questo romanzo nel 1963, periodo in cui la Guerra Fredda raggiungeva il suo apice e il timore di un conflitto mondiale in cui si sarebbe fatto uso di armi nucleari era diffuso. Posso perciò immaginare che l’argomento destasse l’interesse di scrittori, in particolari di scrittori come Simak che, almeno negli altri tre romanzi che ho letto, si occupava spesso di temi sociali.

2016-02-19 Simak casa finestre nere OK

Ne La casa dalle finestre nere (il cui titolo originale, come spesso accade più evocativo, è Way Station) Enoch Wallace, un uomo che ha combattuto sotto Lincoln e ha partecipando alla battaglia di Gettysburg nel 1863, dopo oltre cento anni è ancora vivo e non è nemmeno invecchiato. Abita in mezzo alla campagna e non frequenta i vicini che, pur considerandolo strano, non si occupano di lui. Enoch ha rapporti solo con il postino, che gli porta la posta e fa acquisti per conto suo.

Presto il lettore scopre che la casa di Enoch è stata trasformata in una stazione di passaggio per esseri viventi che abitano altri pianeti della galassia e che si devono spostare da una parte all’altra della galassia stessa; l’uomo non invecchia durante tutto il tempo che trascorre dentro la sua casa-stazione ed è per questo che è quasi immortale. Il ruolo di Enoch all’interno dell’organizzazione galattica è e deve rimanere segreto, nessun altro terrestre lo deve scoprire. Una serie di fatti e, soprattutto, il rischio di un’inevitabile una guerra fra le nazioni terrestri, inducono l’organizzazione a ritenere necessario chiudere Stazione e impongono ad Enoch di prendere drastiche decisioni. Qui mi fermo per non svelare altro sulla trama, che ho trovato avvincente e un poco visionaria (come del resto si addice a un romanzo di fantascienza).

Come potrete rilevare anche dalle citazioni che riporto nel seguito Simak pone l’accento sia sulle riflessioni e la psicologia del protagonista, sia, come dicevo all’inizio, sull’incapacità degli esseri umani di vivere in pace.

Uno dei personaggi è Lucy Fischer, la figlia sordomuta dei vicini di Enoch); Enoch, durante una delle sue passeggiate fuori dalla casa-stazione la incontra, la saluta, comunica in silenzio con lei:

e fra loro era nata la comprensione che può stabilirsi soltanto fra chi vive ai margini del mondo e chi è solo. Ma l’intesa reciproca si basava anche su qualcos’altro: sul fatto che ciascuno avesse un suo mondo, grazie al quale vedeva cose che gli altri ignoravano. Nessuno dei due aveva mai accennato al proprio mondo interiore, ma sapeva che l’altro ne possedeva uno e questo era un solido fondamento per il nascere dell’amicizia.

Nel corso degli anni Enoch ha imparato molte cose dalle creature degli altri pianeti, fra queste mi ha colpito la riflessione sulla velocità della luce, che vi propongo:

Se mai fosse venuto il momento di partecipare alla cultura galattica, l’uomo non solo avrebbe dovuto imparare cose nuove, ma avrebbe dovuto ricredersi su molte altre.
Per esempio, il limite di velocità della luce.
Se niente potesse muoversi più veloce della luce, il sistema di trasporto galattico sarebbe impraticabile.
Ma non bisognava criticare l’umanità per aver creduto in quel limite: le sue premesse si basavano sull’osservazione. E poiché la scienza umana non aveva ancora scoperto niente che fosse in grado di procedere a una velocità superiore, era arrivata alla conclusione che non si potesse infrangerla. Del resto, si trattava di supposizioni.

Quando Enoch pensa alla guerra è inevitabile che faccia un confronto fra quella che ha combattuto lui e quella che potrebbe essere nell’epoca in cui vive:

La guerra era già abbastanza brutta quando gli uomini si affrontavano faccia a faccia, ma in un grande conflitto moderno enormi carichi di distruzione avrebbero attraversato il cielo per inghiottire intere città; e le armi non avrebbero puntato agli obiettivi militari, ma a tutta la popolazione.

Gli abitanti di un pianeta hanno insegnato ad Enoch la possibilità di dare corpo, in certo senso, alle illusioni e lui ha così creato alcune persone ma alla fine non riesce a gesire il rapporto con esse e la considerazione che fa sulla responsabilità mi sembra condivisibile:

Alla creazione segue la responsabilità; Enoch non era stato all’altezza di assumersi l’onere morale del male che aveva fatto. Ma la responsabilità, quando non comporti la responsabilità di alleviare gli errori commessi, è perfettamente inutile.

Ancora sulla guerra:

In quel momento s’era reso conto di quanto la guerra fosse pazzesca: l’inutile gesto che col tempo perde ogni senso, l’assurdo fomentare odio per avvenimenti che la memoria fa fatica a ricordare, la totale mancanza di logica nel dover dimostrare, morendo, di combattere per l’idea giusta o di poter affermare un principio.
Dai primordi della storia l’uomo aveva accettato quella follia come regola, insistendo sulla sua strada fino a oggi, quando la follia tramutata in principio stava per spazzare via , se non il genere umano nella sua interezza, almeno i beni materiali e morali che erano diventati i suoi simboli, dopo secoli di lotte.

E ancora, sull’essenza dell’uomo:

Enoch pensò che era vero: così era fatto l’uomo. Portava il terrore con sé, e aveva sempre avuto paura soprattutto di se stesso.

E sull’incapacità di mantenere la pace:

Finché un solo uomo fosse fuggito urlando per il terrore, per qualunque genere di terrore, non avrebbe potuto esserci vera pace. Finché l’ultimo uomo non avesse gettato via la sua arma, di qualunque genere essa fosse, l’umanità non sarebbe stata in pace. E il fucile, pensava Enoch, era solo l’arma meno micidiale della Terra, era solo un simbolo della crudeltà dell’uomo verso l’uomo.

A mio parere anche questo romanzo è davvero bello, sia perché una storia ricca di fantasia, sia per i concetti che esprime. Come ho scritto prima l’ho trovato visionario (come del resto anche L’anello intorno al sole e City) e in questo mi ha ricordato molto certe storie di Philip Dick, anche se l’essere visionari di questi due scrittori è molto diverso.


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