Una parola difficile

Volevo scrivere un post un po’ diverso dal solito e, quando mi sono imbattuta in una parola che non avevo mai letto né sentito, ho pensato di aver trovato il soggetto giusto.

Sto leggendo Due uomini buoni, di Arturo Perez Reverte; si tratta di un romanzo in cui uno scrittore racconta di due accademici della Real Academia Española che, verso la fine del XVIII secolo, vengono incaricati di recarsi a Parigi per acquistare una copia dell’Encyclopédie di d’Alembert e Diderot (opera che, all’epoca, era proibita sia in Francia che in Spagna). Sul romanzo scriverò un post a lettura finita, adesso mi limito ad osservare che la scrittura di Reverte, in questo caso, in certo senso mi ricorda quella di Saramago, ha il tono di un narratore che racconta, sì, ma anche parla con il lettore, esprime le sue considerazioni e lascia intuire come la pensa, anche sui personaggi stessi. Lo dico in senso positivo, sia chiaro.
Torniamo alla parola: la introduco citando la frase in cui compare:

Sánchez Terrón sostiene il suo sguardo per qualche istante, poi si volta un po’ verso Higueruela, con displicenza.

La parola in questione è displicenza.
Forse per qualcuno di voi (o per tutti) dal contesto è facile capire cosa significa, per me non lo era molto; non essendo questo un punto fondamentale della storia avrei potuto ignorare la mia ignoranza e proseguire, ma siccome sono curiosa ho preso il vocabolario e sono andata a cercare diligentemente il termine. Ecco cosa ho trovato, una definizione po’ deludente, per la verità…

+displicenzia, -za, f. displicentĭa. Dispiacenza.

Ecco, una sola parola come significato o sinonimo, piuttosto datata (magari anche perché il mio dizionario è uno Zingarelli edito nel 1961), per svelare il mistero. Ci sono rimasta un po’ male, mi aspettavo almeno una frase. Pazienza, ho comunque imparato una nuova parola, anche se dubito che la userò. Ah, il + davanti al vocabolo indica che è arcaico…

E voi, conoscevate questo vocabolo? Il vostro dizionario né da altri significati?

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7 pensieri su “Una parola difficile

  1. La Treccani dice ‘dispiacere’, che forse ci porta un po’ più lontano, ma non molto: http://www.treccani.it/vocabolario/displicenza/
    Ma da brava traduttrice cerco alla sorgente. In spagnolo la parola ha l’aria di andare più lontano del semplice dispiacere. La RAE ne dice questo: http://dle.rae.es/?id=DxTiOsS
    Sarebbe dunque un dispiacere o una diffidenza riguardo a un evento o una persona che provoca un’indifferenza nel modo di reagire e trattare con l’evento o la persona (carica quindi la frase di Reverte di un significato abbastanza più interessante, descrivendo un modo di essere/fare del personaggio, con una parola sola!!)
    Bella idea (ri)parlare delle parole.

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    • Ti ringrazio molto per questa precisazione; dal testo infatti mi pareva che un semplice dispiacersi non rendesse la sensazione provata dal personaggio, che, a mio parere, è anche un po’ di fastidio e di imbarazzo, in quanto si trova ad accettare un compromesso che gli viene proposto da un nemico (ideologicamente parlando).

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  2. Ah… e ovviamente questo genere di parole, che fanno la qualità intrinseca di un autore, sono il rompicapo del (buon) traduttore… Forse anche io avrei finito per metter ‘displicenza’, ma la scelta resta almeno in parte infelice: il lettore italiano non ha lo stesso sentimento finale del lettore spagnolo, né può trovarlo servendosi del dizionario… peccato, ma è il limite delle traduzioni (anche di quelle buone!) 😦

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  3. Pingback: Storia dell’assedio di Lisbona – José Saramago | Antonella Sacco
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