Storia dell’assedio di Lisbona – José Saramago

Tradurre un vocabolo o una frase può cambiarne il significato e quindi tradire le intenzioni dell’autore.
Questo dato di fatto mi ha ricordato il primo romanzo che ho letto di José Saramago, Storia dell’assedio di Lisbona.
Lo presi in biblioteca perché lo scrittore era un premio Nobel per la letteratura di cui non avevo letto niente e mi sembrava opportuno vedere come scriveva; scelsi quello perché mi intrigò la quarta di copertina: era la storia di un correttore di bozze che aggiungeva un “non” in una frase, frase che descriveva un fatto accaduto (l’assedio di Lisbona da parte dei Mori nel 1147) e che quindi, così modificata, non rappresentava più la realtà. Come si può scrivere un romanzo su queste premesse? Certo non è un’impresa alla portata di tutti…

La lettura si rivelò un po’ faticosa, soprattutto all’inizio: Saramago non è uno degli autori più facili, almeno non fino a che non si è preso confidenza con il suo modo di scrivere e, quasi, di interloquire con il lettore. Comunque non mi arresi alle prime pagine e il romanzo mi conquistò, tanto che dopo ho letto quasi tutti i libri di questo grande scrittore che è diventato uno dei miei preferiti.
Saramago ha sviluppato questo romanzo intrecciando tre fili narrativi: la storia vera dell’assedio, la trama ucronica di come sarebbero andate le cose in virtù di quel “non” (i crociati non sarebbero andati in soccorso del re spagnolo contro i Mori, assedianti) e la vicenda personale del correttore di bozze che, in seguito alla sua azione, conosce una responsabile della casa editrice per cui lavora con cui ha una storia d’amore.

Ecco, dopo aver scritto il post sul termine displicenza e aver letto gli interessanti commenti ricevuti, pensavo che, come Saramago ha genialmente “giocato” sull’aggiunta di un avverbio, un altro (magari altrettanto bravo…) potrebbe prendere spunto dalla traduzione non troppo fedele (per necessità o per scelta) di una parola per raccontare un’altra storia.


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4 pensieri su “Storia dell’assedio di Lisbona – José Saramago

  1. Bellissimo post per stile e per originalità. Saramago era geniale anche perché riusciva a vedere una storia dove la gente normale non l’avrebbe mai vista. Mi rammarico di non riuscire a leggere i suoi libri senza punteggiatura… I pochi che ho letto erano più “normali”
    In quanto a DISPLICENZA la trovo una parola fantastica, non la conoscevo ma vorrei iniziare ad usarla perché racchiude in sé una melodia non comune.

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    • Ti ringrazio molto. Peccato davvero che tu non riesca a leggere alcune delle cose di Saramago, è vero che all’inizio il suo modo di scrivere spiazza un po’, ma basta prendere il ritmo, farci l’abitudine.
      Se non li hai letti, cmq, potresti provare Cecità e L’anno della morte di Ricardo Reis (l’eteronimo di Pessoa, altro colpo di genio prenderlo come protagonista di un romanzo…); questi due romanzi non sono tanto “anormali”. Sostanzialmente lui usa la punteggiatura, quello che ha abolito sono i segni dei dialoghi, spesso le battute terminano con una virgola. Io trovo geniale anche questo modo di scrivere…
      Bè, l’ho già detto, è uno dei miei scrittori preferiti, ovvio che lo trovi geniale 😉

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      • Anche io lo trovo geniale:) Penso che il mio sia un problema ansioso, vedere pagine piene con la punteggiatura ridotta, mi provoca una sorta di malessere fisico, di ansia, di soffocamento. Ho bisogno degli spazi, dei punti, degli “a capo” per respirare. Di lui ho letto I quaderni e Lucernario, il suo inedito uscito postumo. Chissà che più avanti non ci riprovi, per adesso mi crea troppo disagio.

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