La preda – Irène Némirovsky * impressioni di lettura

(titolo originale La proie– trad. Laura Frausin Guarino)

Come ho già detto la scrittura di questo romanzo è davvero di grande livello. Ho letto solo un altro testo di questa scrittrice (Il ballo), quindi mi sento “in diritto” di “scoprire” la sua bravura. Lo so che Irène Némirovsky è ritenuta un’autrice di talento, ma per me è lo stesso una scoperta.
La storia è quella di un giovane studente povero che, a Parigi, cerca di dare la scalata al successo e fa di tutto per riuscirci. Raggiunge una certa posizione come collaboratore di un uomo politico importante (Langon) ma proprio quando sembra che possa aspirare a un ruolo migliore la fortuna lo abbandona. O, forse, è lui a non fare niente per trattenerla, perché ha scoperto che tutto quello che ha ottenuto non gli interessa, o non gli interessa più. Mi fermo qui per non svelare troppo.
Il protagonista, Jean-Luc Daguerne, e la sua psicologia sono descritti in modo magistrale tanto che, per quanto non abbia provato molta simpatia per lui e il suo comportamento, ho voluto leggere il libro in fretta per sapere cosa gli sarebbe successo pagina dopo pagina. Insomma, l’ho trovato intrigante.
Credo proprio che leggerò altre opere di questa scrittrice, sono sicura che ne valga la pena.
Per chi non lo sapesse, Irène Némirovsky, nata a Kiev nel 1903, ha vissuto in Francia ed è morta ad Auschwitz nel 1942.

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Dal risvolto di copertina
«La mia anima, come una nave nella burrasca, è trascinata verso ignoti abissi»: quando Jean-Luc Daguerne scoprirà dentro di sé «quel desiderio di tenerezza, quel disperato bisogno di amore» che ha sempre negato e represso, saprà anche che non riuscirà mai a soddisfarli. Lui, che per tutta la vita non ha sognato altro se non di «afferrare il mondo a piene mani», soprattutto quello vicino al potere, e che per riuscirci ha messo incinta la figlia di un ricco banchiere, costringendo così il padre a dargliela in moglie; lui, che ha accettato di essere umiliato, di mentire, di adulare, di fare il doppio gioco, che ha inaridito il proprio cuore perché potesse affrontare senza fremere «un mondo di imbroglioni e di sgualdrine»: ebbene, proprio lui si troverà di fronte all’impossibilità di farsi amare dall’unica creatura che abbia amato in vita sua, dall’unica donna nelle cui braccia abbia sentito riemergere in sé, fino a soffocarne, la sua fragilità di bambino. Allora non gli importerà più niente della sua carriera politica, né del successo tanto rabbiosamente cercato. E si chiederà che senso abbia avuto tutto quel lottare ansimante per sottrarsi a un destino di miseria, per intrufolarsi negli ambienti giusti, per avere in mano le carte vincenti. Alla fine, il patto faustiano si rivela una beffa, e il successo che, «da lontano, ha la bellezza del sogno, allorché si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino».


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