Scrivere zen – Natalie Goldberg #4

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)

20161230_141111 blog

Un altro concetto interessante e condivisibile, almeno per me, è quello descritto nel capitolo “Problemi con il revisore”. La Goldberg considera lo scrittore come diviso in due figure: il creatore e il revisore. E afferma che i due ruoli devono essere distinti e lavorare separatamente, altrimenti il revisore potrebbe bloccare la creatività.

Ecco le sue parole:

Quando ci si dedica allo scrivere, è importante tenere il creatore separato dal revisore, cioè dal censore interno, così che il creatore goda di ampio spazio per respirare, esplorare ed esprimersi. Se il revisore comincia a scocciare sul serio, e ci si trova in difficoltà a distinguerlo dalla propria voce creativa, ogni volta che è necessario sedetevi e scrivete quello che vi sta dicendo; concedetegli di esprimersi pienamente. “Sei una stupida, chi ti ha detto che sai scrivere, che cosa sono queste schifezze…”

Meglio lo si impara a conoscere, questo revisore, e più facile diventa ignorarlo. … Non rafforziamone il potere ascoltando le sue parole vuote.

In effetti, se stiamo scrivendo la prima stesura di una storia e quindi siamo nella fase più creativa, giudicare quello che si scrive mentre lo si scrive può essere bloccante. E fermarsi per criticare ciò che si scrive prima di averlo finito può anche impedirci di finirlo. Invece, una volta arrivati in fondo alla storia, avremo modo di apprezzare e utilizzare il nostro senso critico: anzi, sarà necessario affidarsi a lui per correggere e modificare tutto quello che non funziona.

 

Annunci

Scrivere zen – Natalie Goldberg #3

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)

20170416_154342 blog

Un capitolo del libro si intitola “Scrivere ovunque”: come si intuisce facilmente suggerisce che è possibile scrivere ovunque e in qualunque situazione, per difficile che possa sembrare.

Trovo che sia vero, almeno in parte, per me. Ho imparato a scrivere in molte situazioni “di attesa” e nonostante la confusione. Certo non potrei revisionare un testo, in quella fase ho bisogno di calma e di un minimo di comodità, ma riesco a buttare giù parole e pagine, anche se poi, le correggerò, magari pesantemente. È comunque bello poterlo fare, è un modo per restare in contatto con l’idea e la storia a cui sto lavorando. O, a volte, per iniziare qualcosa di nuovo.

Ecco quella che, a mio parere, è la parte centrale del capitolo:

Tira fuori un altro taccuino, prendi un’altra penna, e scrivi, scrivi, scrivi. Al centro del mondo, basta fare un solo passo positivo. Al centro del caos, basta fare un solo atto definitivo. Scrivi e basta. Si’ di sì, resta viva, sii desta. Scrivi e basta. Scrivi. Scrivi.

In fin dei conti la perfezione non esiste. Se si vuol scrivere, bisogna tagliar corto e scrivere. Non esistono atmosfere perfette, quaderni perfetti, penne o scrivanie perfette. Perciò bisogna addestrarsi a essere flessibili.

Aggiungo anche che, per quanto mi riguarda, cerco di scrivere anche quando sento che quello che metto nero su bianco non mi piace. Lo butterò, lo cambierò. Ma intanto resto ancorata alla storia e alla scrittura.

 

Scrivere zen – Natalie Goldberg #2

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)

20170624_100349

Fra gli altri suggerimenti Natalie Goldberg consiglia di non arrendersi, di non lasciarsi scoraggiare dagli insuccessi. Questo è vero per la scrittura, ma ovviamente lo è per ogni cosa a cui si tiene veramente.

Ma non dobbiamo ascoltare i nostri dubbi. Non ci portano che sofferenza e depressione.

A volte, aggiungo, i dubbi sono la voce, o, almeno, i sostenitori della pigrizia. Perché perseguire uno scopo, assecondare una passione è anche molto faticoso e richiede molta volontà. È più facile rinunciare, se le cose non vanno subito come si vorrebbe. Ma rinunciare non vale…

 

Scrivere zen – Natalie Goldberg #1

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)fiore di sanseviera x blog

 

Diversi anni fa qualcuno mi consigliò questo libro sulla scrittura creativa. L’ho letto e riletto più volte, trovando sempre qualche stimolo nuovo, qualche incoraggiamento.

Ho pensato di riportare alcune delle frasi che ho sottolineato durante queste mie letture. Oggi vi propongo la prima.

Il lavoro dello scrittore consiste nel dar vita al banale, nel ridestare il lettore all’eccezionalità dell’esistente.

Questa affermazione esprime, a mio parere, qualcosa di analogo al concetto secondo cui le storie sono tutte simili, sono il modo e lo stile di raccontarle a renderle diverse.

 

 

 

Il buio oltre la siepe – Harper Lee * impressioni di lettura

(Titolo originale “To kill a mockingbird”, Traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer; originale pubblicato nel 1960; edizione italiana da me letta del 2010)

Nonostante il romanzo racconti una vicenda drammatica, per me somiglia a una favola. Somiglia a una favola perché ci sono dei personaggi fantastici, troppo perfetti per essere veri. In particolare Atticus Finch, avvocato e padre dei bambini Scout e Jem, i protagonisti.

Cover Buio oltre la siepe

Difficile, a mio parere, definire chi sia il protagonista, certo il personaggio più presente è Scout, che è anche la narratrice. E forse sì, è lei la protagonista, perché è dai suoi occhi e dalla sua sensibilità di bambina che ci viene narrata la storia o, meglio, alcune delle storie che si svolgono a Maycomb, la cittadina del profondo sud degli Stati Uniti in cui i Finch abitano.

All’inizio del romanzo Scout ha quasi sei anni e il fratello Jem quasi dieci; alla fine ne avranno due di più. I due ragazzi sono orfani di madre e vivono con Atticus, il padre, che è aiutato nella gestione della casa e dei figli da Calpurnia, una donna di colore che non dorme in casa con loro.

Scout ama vestirsi con i calzoni e non le piace comportarsi da bambina, ha imparato a leggere prima di cominciare ad andare a scuola e ama i libri, tanto che quando il primo giorno di scuola la maestra, le proibisce di leggere perché deve imparare a farlo con il metodo che le verrà insegnato, si trova a pensare:

Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?

Vicino alla casa dei Finch abita una famiglia il cui figlio, ormai adulto, non esce mai di casa e non si mostra neppure alle finestre; si tratta di Arthur Boo Radley. I ragazzi fantasticano su questa persona, preparano incursioni nel suo giardino anche se hanno paura. Ma i loro atti non sono mai cattivi: quello che caratterizza i due fratelli, e poi anche Dill, l’amico che vive a Maycomb solo per le vacanze, è il rispetto che portano agli altri, anche quando scherzano o giocano. Rispetto che hanno imparato dal padre, che glielo insegna con le parole e le spiegazioni e soprattutto con l’esempio.

È questo, per me, il senso della favola: la presenza di un personaggio assolutamente corretto, con un senso della giustizia e dell’equità totali, pur senza essere mai né ingenuo né illuso. Un uomo consapevole di lottare, spesso, contro i mulini a vento ma altrettanto consapevole che quella lotta va sostenuta, a maggior ragione quando è persa in partenza, come spiega a Jem parlando della signora Dubose, dopo che questa è morta.

A conferma della sua profonda umanità ed empatia, proprio alla fine, Atticus dice alla figlia:

«Quasi tutti sono simpatici, Scout, quando finalmente si riesce a capirli.»

Il fatto più rilevante che accade nel romanzo è la difesa da parte di Atticus di Tom Robinson, un uomo di colore, accusato di aver violentato una ragazza bianca. Il padre di Scout riesce a dimostrarne l’innocenza durante il processo a cui assistono anche la bambina, il fratello e l’amico Dill, ma l’uomo viene lo stesso condannato, mentre il padre della ragazza promette vendetta contro Atticus. Il senso di giustizia del padre di Scout si spinge anche a indurlo a vegliare davanti alla prigione per difendere l’accusato da un gruppo di uomini bianchi che vorrebbe ucciderlo senza nemmeno processarlo.

Inizialmente Jem e soprattutto Scout non capiscono perché il padre abbia accettato di difendere l’uomo di colore, ovvero di fare qualcosa che alla maggior parte degli altri abitanti di Maycomb sembra brutta. Si picchiano, comunque, contro i loro compagni che criticano Atticus, ma solo fino a quando lui chiede loro di non farlo più e poi spiega loro il senso e la necessità che lui faccia quello che sta facendo. Riesce sempre a farsi comprendere e a condividere con loro i suoi valori. Riesce sempre anche a capire i suoi figli e le motivazioni del loro agire e non perde mai la pazienza.

Un personaggio totalmente positivo, Atticus, altro che il principe delle fiabe…

Pure Jem e Scout (i cui nomi per intero sono Jeremy Atticus e Jean Louise) lo sono – e non potrebbe essere altrimenti – benché siano ragazzi a tutti gli effetti: impulsivi, talvolta disobbedienti, amanti delle avventure, a volte un poco incoscienti.

Intorno alla famiglia Finch ruotano molti altri abitanti di Maycomb, fra i quali ci sono personaggi sulla stessa linea d’onda di Atticus ma anche molto diversi da lui, che gode comunque della stima di molti.

In qualche modo, penso più che altro per l’ambientazione in una cittadina e per il fatto che il punto di vista è quello di una bambina, questo romanzo mi ricorda L’estate incantata di Ray Bradbury.

Insomma, se non si fosse capito, Il buio oltre la siepe è un libro che mi è piaciuto moltissimo. E sono molto curiosa di leggere Va’, metti una sentinella, il sequel scritto dopo decine di anni.