La camicia azzurra * un racconto

Il primo squillo penetra nella sua coscienza, al secondo la scena che sta vivendo si dissolve come quella di un film quando la pellicola si brucia: è stato solo un sogno. Uno di quelli in cui l’inganno non è solo per gli occhi, ma per tutti i sensi: gli oggetti che tocchi hanno la consistenza di quelli reali, gli odori sono intensi come quelli veri, le ferite e i dolori fanno male davvero.

Lascia che l’apparecchio suoni, stringe gli occhi, ostinandosi a trattenere nella mente le sensazioni provate. Gli squilli si interrompono per un minuto, poi ricominciano. Rassegnata allunga il braccio verso il comodino, controllando l’ora sulla sveglia.

Pronto.”

Nessuno risponde. La persona di là dal filo sospira e riattacca, lei lancia un’imprecazione, sottovoce, sono appena le quattro di mattina. Forse dovrebbe essere contenta perché non cercavano lei, una telefonata nel cuore della notte può portare solo cattive notizie.

Appena abbassa le palpebre il telefono riprende a squillare. Che fare? Rispondere o ignorarlo, aspettando che l’altro si stanchi? Il rumore è insistente e fastidioso, così alza ancora la cornetta e aspetta.

Pronto.” Pronuncia una voce lontana. “Sono io.”

Non riconosce a chi appartiene, la ricezione è disturbata.

Chi parla?”

Silenzio.

Stavolta è lei a riattaccare. Dopo qualche secondo scende dal letto e stacca la spina: così non suonerà più.

Si domanda chi era al telefono, è quasi sicura che l’altro – ma avrebbe potuto anche essere una donna, si sentiva così male, c’erano interferenze sulla linea – abbia sbagliato numero. Quasi. Passa in rassegna amici, conoscenti e colleghi, ma non riesce a collegare nessuno a quella voce. Chi voleva e perché?

Prende il libro dal comodino, spera che leggere l’aiuti a rilassarsi e a dormire un altro po’, è troppo presto per alzarsi e poi deve riposare, la giornata che l’aspetta sarà impegnativa, ma le parole scorrono dentro di lei senza lasciare un segno, come se non avessero un significato: la sua mente continua caparbia a tentare di ricomporre i frammenti delle sensazioni provate. Allora spegne la luce e lascia che i pensieri siano liberi di inseguire le ombre e di accogliere le associazioni evocate dal sogno.

In una folla di immagini, una affiora sulle altre.

Una camicia, azzurra come i suoi occhi. In spiaggia. Una macchia azzurra sulla sabbia, accanto alla sua maglietta. Loro due distesi sopra i jeans, vicini, a guardare il cielo e a raccontarsi, a scambiarsi qualche bacio delicato, mentre il tempo scorre troppo veloce. Quando si rivestono lei raccoglie la camicia e gliela porge, per un attimo nella stoffa percepisce il suo odore.

IMG_1869 blog 2017

Lo stesso che ha avvertito poco prima, nel sogno, chissà perché la sua memoria inconscia, fra tanti ricordi, le ha consegnato proprio questo.

Erano tornati a casa in moto, ma non si erano più rivisti. Per giorni aveva fissato il telefono sperando che squillasse, dicendosi che magari anche lui lo guardava aspettando una chiamata, ma senza decidersi a comporre il suo numero. Poi aveva cominciato a dirsi che, in fondo, era stato meglio così, perché non avrebbero mai potuto trascorrere un altro pomeriggio magico come quello e se si fossero incontrati ancora e si fossero abbandonati al desiderio, l’incanto sarebbe svanito. Da qualche parte aveva letto che gli amori più belli sono quelli non consumati e si era cullata in questa convinzione, rifiutandosi di ammettere che non la condivideva.

Scivola nel sonno in bilico fra malinconia e rimpianto.

Dorme fino a che la sveglia suona, appena si alza infila al suo posto la spina del telefono chiedendosi perché mai l’aveva staccata e poi, ricordando, Ma chi diavolo era, stanotte?

Quando, poco dopo, esce, chissà perché indossa una camicia celeste sopra i jeans.

 

 

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