Pubblicato in: Racconti

Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #2

Finalmente ci sono tutti. Tutti quelli che contano, intendo, non quelli come me, che sono qui da ore, e che non hanno una parte di rilievo nella recita.

Seguiamo i nazionali e i rappresentanti dell’azienda in un’altra stanza, in cui, come in tutte, si trova un tavolo disposto parallelamente alla parete più lunga, come se fosse un palcoscenico. Da un lato di esso siedono loro, dall’altro i nostri, in modo da dare le spalle a noi che prendiamo posto sulle sedie ordinate in file fra la porta e il tavolo, proprio come a teatro o in un’aula universitaria. Ora siamo insieme ai membri delle altre due organizzazioni, in tutto un centinaio di persone, comprese quelle (una ventina) intorno al tavolo; lo spazio non è sufficiente: qualcuno è rimasto in piedi, qualcuno non è neanche entrato, tanto noi delegati non possiamo prendere la parola, al massimo tirare per la giacca uno dei nostri per ricordargli qualcosa.

Uno scambio di battute sembra avere uno scopo distensivo, prima di entrare nel vivo. Poi cominciano ad affrontare la questione. Anche se siamo vicini sentiamo poco, e quello che riesco a udire non è interessante: le controparti non fanno altro che ribadire le rispettive posizioni. Alla fine uno dei nostri si inquieta ed esclama: «A questo punto noi ce ne possiamo anche andare, voi non avete intenzione di trattare, vi convinceremo altrimenti». E si alza in piedi per dare maggior peso alle sue parole. Un mormorio di approvazione corre lungo le nostre file: bisogna essere decisi. Inutile parlare e parlare, ci vuole un bello sciopero.

Io resto incerta: e se l’esibizione facesse parte della recita? Il mio dubbio trova conferma: un altro dei nostri lo convince a sedersi ancora, poi dice qualcosa alla controparte e infine si alzano tutti; i rappresentanti dell’azienda lasciano la stanza; qualcuno dei nostri condiscendente ci spiega: «Proseguiremo in ristretta, lo sapete, si lavora meglio. Comunque, avete visto come li abbiamo messi a posto, no?»

Riunione ristretta, dunque, come sempre. Siamo venuti qui per aspettare l’esito delle riunioni ristrette. Ma quali segreti si racconteranno mai quando rimangono in pochi? A volte mi viene il sospetto che parlino d’altro, o che tirino fuori un mazzo di carte, e che sia proprio per questo che vanno due piani più in alto, perché noi non si possano sentire… secondo me il nostro contratto, almeno apparentemente, ha sempre la strada tracciata, con un paio di incontri si potrebbe siglare, e invece no, devono trascorrere dei mesi, occorre qualche sciopero…

L’ora di pranzo è passata, decidiamo quindi di andare a mangiare qualcosa. È una giornata fredda, piuttosto grigia, non trovo piacevole neppure star fuori. Percorriamo qualche centinaio di metri per infilarci in una sorta di self-service in cui non ci sono altri clienti. L’arredamento, in plastica prevalentemente arancione, sembra ricoperto da una patina di unto, e il cibo nei vassoi dietro il vetro del banco non ha un aspetto salutare. Gli uomini che non rinunciano a un pasto completo si accomodano, ma per fortuna le mie perplessità sono condivise dai miei colleghi bolognesi, e con loro torno al bar dove ieri abbiamo mangiato dei tramezzini niente male; è anche comodo, nello stesso edificio in cui si svolgono le riunioni.

Nel primo pomeriggio i nostri ci aggiornano sugli sviluppi della trattativa, chiedendoci per l’ennesima volta i limiti cui siamo disposti a giungere e i punti su cui non vogliamo cedere. Dicono sempre di sì, alle nostre richieste, poi però cercano di convincerci che, forse, si può un po’ retrocedere, mediare… Mi sento impotente: non riesco a distinguere quanto di ciò che si sta dicendo è sincero e quanto fa parte di un gioco che non so giocare. Non sto imparando niente, accumulo solo altri dubbi.

Più tardi altra ristretta: ormai non hanno più voglia di recitare davanti a noi. Che si sia davvero vicini all’accordo?

La possibilità di essere a casa per cena è sfumata, e si allontana anche quella di tornarvi a un’ora decente; forse dovremmo telefonare in albergo per fissare una stanza per stanotte. Quelli che hanno alle spalle parecchi rinnovi però mi dicono di no, se l’incontro prosegue anche noi dobbiamo restare. Non sono dello stesso avviso ma non replico.

Inganniamo l’attesa giocando a poker con delle carte formato ridotto che il collega alto atesino porta sempre in queste occasioni; usiamo dei foglietti come fiches e, probabilmente perché non giochiamo di soldi, ho una fortuna sfacciata, e mi diverte che gli altri la sottolineino; inoltre le carte sono un territorio prevalentemente maschile, e vincere è davvero piacevole. Presto però anche il poker è noia; torniamo a discutere del contratto, e si fanno previsioni su come si chiuderà, e sul quando.

Raccolgo un po’ di spiccioli e chiamo a casa, per avvisare che tornerò domani. Lui mi chiede come va, e io non posso fare altro che confermare le sue e le mie previsioni: come nelle precedenti riunioni mi sento inutile, le istanze di cui sono portavoce non vengono considerate quanto vorrei. Gli dico anche che lo invidio, perché stanotte dormirà nel nostro comodo letto insieme al gatto, e io invece sono qui, in questo posto che non mi appartiene e a cui non appartengo. Il telefono a gettoni, con quel continuo tintinnio di monetine ingurgitate, disturba le nostre parole, così ci auguriamo la buona notte.

L’ora di cena viene e passa; qualcuno è andato via, altri sono arrivati nel pomeriggio, invitati dal sentore della fine. Anch’io ho parlato un paio di volte con i colleghi a Firenze, per aggiornarli sull’andamento dell’incontro. Uno di loro è giunto da poco, per non mancare alla probabile firma, e anche lui, annusata l’atmosfera, ritiene che siamo vicini alla conclusione.

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(opera di Vinicio Berti)

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