Pubblicato in: Racconti

Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #3

Finalmente la riunione si interrompe. Un breve riassunto, poi andiamo a cena, in una trattoria a conduzione familiare che uno dei nostri conosce nelle vicinanze. Mangiare, oltre che un bisogno, è un modo di sfuggire alla monotonia di quella stanza marroncina; anche i miei compagni sono più vivaci davanti al cibo e al vino, la tensione si allenta, battute e risate animano la tavolata e dimentichiamo per un po’ le trattative, che più tardi riprenderanno, sempre in ristretta.

Uno dei colleghi, ritenuto dagli altri un dongiovanni a causa delle storie che – dicono – ha intrecciato con le impiegate della sede romana del nostro sindacato, un biondino di Genova della mia età, che finora mi ha ignorata, mi chiede se ho fissato una camera in albergo. Rispondo di no: rimanere a Roma così a lungo è stato un fuori programma, e, comunque, non dobbiamo essere vicini ai nostri nazionali per ogni eventuale bisogno? Lui annuisce, vagamente deluso. Dopo mi rendo conto che forse, nonostante i miei jeans, in quella domanda era celata una proposta, ma non me ne importa niente, non mi sento né lusingata né offesa, e poi alla mia stanchezza un letto fa gola solo per riposare.

Tutti, meno un paio di romani che vanno a casa, passeremo la notte nella stanza in cui abbiamo trascorso il giorno. È quasi mezzanotte, i nostri vengono a darci gli ultimi passaggi, un po’ come la radiocronaca di una partita. Una breve discussione in merito a quanto ci dicono, poi restiamo nuovamente soli e stanchi. Il tempo adesso scorre più lentamente. Ho sonno. Avvicino alcune sedie per formare un piano ove distendermi, e mi copro con il giaccone. Malgrado il mio abbigliamento pesante ho freddo. Sonnecchio, ma anche così le ore non passano mai. Cerco conforto nei miei pensieri, ma non basta immaginare di stare comodi e caldi e di allungare una mano per sentire il pelo morbido del mio gatto perché questo sia vero. Sento dei respiri pesanti intorno: le lampade sono state spente, molti si sono assopiti, chi appoggiato al tavolo, chi seduto, chi su una precaria costruzione come me. Ogni tanto avverto dei passi e intravedo contro il vano della porta, nella luce del corridoio, sagome che si muovono. Guardo spesso l’orologio nella penombra, ma la mattina sembra avere deciso di non venire.

Verso le sei non ce la faccio più: non ho passato neanche quattro ore su queste sedie, ma mi sento a pezzi, e ho dormito pochissimo. Vado in bagno e cerco di lavarmi: con le mani pulite, il viso rinfrescato e i capelli ravviati mi sento un po’ meglio. Anche la maggior parte degli altri è sveglia. Vorrei tanto un bel cappuccino caldo, sono ancora infreddolita. Con i soliti bolognesi e altri due toscani esco, diretta al bar di sotto. Ma è sprangato. Ora che siamo fuori la colazione è un obiettivo: un po’ a caso e un po’ a memoria ci incamminiamo a passo svelto nel freddo verso la strada in cui c’è il self-service, ieri abbiamo visto un bar da quelle parti; difatti c’è, chiuso; chiediamo a un uomo in divisa, forse un autista dell’autobus, e lui ci spiega che più avanti ce n’è uno, che è anche tabaccheria e di sicuro è già aperto.

Il sollievo è scarso: il locale è squallido e le paste rafferme. Mi sgomenta la strada che devo fare per tornare: non riesco a scaldarmi.

Al rientro c’è una novità. I nostri sono appena usciti dalla riunione, stanchi e con il mal di testa, ma con un possibile accordo in mano. Stanno descrivendo i punti salienti e la risoluzione di quelli controversi fino alla sera prima; i delegati chiedono dei chiarimenti, sottolineano alcune piccole sconfitte che i nazionali prontamente giustificano esibendo piccole vittorie ottenute in cambio e si stupiscono per queste obiezioni, dicono ma insomma sembra che sia la prima volta, lo sapete che contrattare significa dare per avere. Anch’io espongo le mie critiche, e, come previsto, la replica è decisa, ma come, non mi pare che si sia ottenuto abbastanza? Ribadisco che su certi punti non mi pare proprio, poi taccio, la mia disapprovazione non basta a far rimettere le cose in discussione, e poi forse non è un così cattivo contratto, sono troppo stanca per valutarlo. Nonostante alcuni dissensi, i delegati approvano, come da copione, all’alba, dopo una notte insonne.

Le ultime formalità, i nostri tornano da loro per siglare insieme l’accordo, e poi via, con una fotocopia del documento firmato, verso la stazione e un treno che mi riporta a casa.

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