La ragazza vestita di nero * un racconto

Alle nove meno tre minuti la ragazza vestita di nero salì sull’autobus e sedette come sempre dietro al posto di guida. Quella sera portava la minigonna, gli stivali, un giubbotto imbottito e lo zainetto, tutto nero; anche i capelli erano neri, mentre la pelle del viso era molto chiara; le labbra ravvivate da un rossetto quasi fucsia erano sottili e neppure il colore sfacciato riusciva a renderle volgari. L’autista non aveva ancora potuto scorgere gli occhi e non sapeva di che colore li avesse, ma era sicuro che anch’essi fossero scuri. Indossava orecchini in argento, forse coccodrilli oppure serpenti. Il tempo che impiegava la ragazza a passargli accanto era troppo poco perché lui fosse in grado di cogliere certi particolari; il ritratto che andava dipingendo nella sua mente era il risultato di pennellate raccolte in due settimane.

La ragazza vestita di nero pareva una studentessa, era giovane; l’autista pensava che non avesse più di diciotto anni. Lui ne aveva quaranta corredati di famiglia.

Non era innamorato della ragazza vestita di nero. Non proprio. Ma se avesse dovuto definire il sentimento che provava per lei quello che era più simile gli sembrava l’amore. Durante il giorno, soprattutto quando era alla guida dell’autobus pensava spesso a lei, e cercava di immaginare cosa stava facendo, dove viveva, che luoghi e che persone frequentava. Non era amore. O forse sì. Ma questo non era importante. Era importante che ogni sera lei salisse sull’autobus. A volte avrebbe voluto dirle qualcosa, scambiare due chiacchiere, fare conoscenza. Ma tutte le frasi che gli venivano in mente gli sembravano terribilmente banali, e così non le parlava mai.

Una sera di gennaio pioveva forte. Erano le nove meno due minuti e lei non era ancora arrivata. Un minuto alle nove, le nove: niente. Lui aspettò ancora, non sapeva decidersi a partire. Sull’autobus, per via del brutto tempo, solo tre passeggeri. Alle nove e due accese il motore. Un altra manciata di secondi e poi sarebbe dovuto partire. Stava per ingranare la prima quando la vide all’angolo della piazza, correva, riparandosi sotto una mantella di incerato nero.

Appena fu salita l’autista chiuse le portiere e l’autobus si mosse. Lei si era appoggiata alla porta di vetro che separava la cabina di guida dai passeggeri. Disse: “Credevo di aver perso l’autobus, ero così in ritardo.”

Aveva una voce argentina, squillante. Giovane, assolutamente giovane.

“Non sono partito in orario. Ti ho aspettata, ero sicuro che stavi per arrivare.”

Lei lo guardò con stupore misto a una soddisfazione quasi infantile:

“Ti ringrazio. è bello sapere che ti sei accorto di me.”

Dall’impermeabile della ragazza scendevano gocce d’acqua che formavano una pozza ai suoi piedi, lui le vedeva ogni volta che si girava. Al primo semaforo rosso ebbe modo di guardarla: gli orecchini erano a foggia di draghi: né serpenti né coccodrilli dunque, semmai entrambi. E gli occhi erano grigi, di una tonalità che non aveva mai visto, ricordavano il colore dell’argento brunito.

“Torni a casa adesso?” le chiese, non tanto perché gli interessasse la risposta, quanto per il piacere di udire la sua voce.

“No, vado a trovare un’amica. Resto da lei per un’ora, poi me ne vado. L’autobus che prendo per tornare alla Stazione tu non lo guidi mai.”

“Infatti, finisco il turno alle dieci.”

Per un attimo temette che lei gli dicesse “vediamoci dopo”: avrebbe rovinato tutto; parlarsi era già quasi troppo, figuriamoci un appuntamento.

Ma la ragazza vestita di nero non aveva altro da dire. Gli sorrise e andò a sedersi dietro di lui. Quando scese gli fece un cenno con la mano per salutarlo.

Da quella sera quando saliva gli diceva “ciao” prima di accomodarsi al solito posto.

L’autista lavorava tutto il giorno pensando a quella corsa, in cui guidava solo per lei. Se lei gli avesse chiesto di cambiare strada lo avrebbe fatto, infischiandosene delle proteste degli altri, o inventando loro che il percorso era stato modificato per qualche giorno. Ma la ragazza non gli chiedeva mai niente.

Un giorno, era la metà di febbraio, mentre era fermo al capolinea in attesa dell’ora di partire, provò un dolore al cuore. Un dolore netto, come se una lama gli spaccasse il muscolo. E poi lo invase una grande stanchezza. Un signore salendo sull’autobus notò il suo pallore e gli chiese se stava male.

“No, sto bene” rispose lui con fatica. Se avesse detto di sentirsi male lo avrebbero portato da un medico e non avrebbe potuto guidare la corsa delle nove, e non avrebbe visto la ragazza vestita di nero.

Ma dopo qualche istante un sonno pesante lo avvolse, e reclinò la testa da un lato. I passeggeri chiamarono gli autisti degli altri autobus fermi lì vicino. Lo portarono all’ospedale.

Alle nove precise un lieve sorriso gli allargò le labbra.

Alle nove e uno la macchina che tracciava i battiti del suo cuore prese a segnare una linea piatta. La moglie che lo guardava dal vetro della stanza per le terapie intensive comprese.

Nel corridoio, leggera come un’ombra, passò una ragazza vestita di nero era venuta a prenderlo.

(1996)

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