Pubblicato in: Fantascienza, Libri

Il grande contagio – Charles Eric Maine * impressioni di lettura

(Titolo originale “The Darkest of Nights”, Traduzione di Andreina Negretti; originale pubblicato nel 1962; edizione italiana del 2009)

La dottoressa Pauline Brant lavora a Tokyo, nella sede dell’Organizzazione Internazionale Ricerche Virus. Il virus Hueste, letale e potente, si sta diffondendo da pochi mesi fra le popolazioni del pianeta, con una rapidità drammatica. Gli scienziati di tutto il mondo sono alla ricerca di un vaccino ma se anche questo verrà trovato, di certo non sarà abbastanza presto per evitare la morte di milioni di persone.
Pauline rientra a Londra, dove vive Clive, il marito, giornalista ed ex inviato. Quando i due si rivedono lui le chiede il divorzio, perché intende sposare la figlia di un magnate della TV americana. In realtà il matrimonio fra i due è finito, ma Pauline esita prima di acconsentire al divorziare. Va ad abitare in albergo invece che in casa con Clive e nei giorni successivi offre la sua attività di medico alla sede londinese dell’O.I.R.V., trovandosi così nuovamente impegnata a operare contro il virus Hueste.
Clive, dopo un breve giro in oriente per capire la portata dell’epidemia, cosa impossibile a causa della censura in vigore nei vari paesi, raggiunge la fidanzata a New York e prende accordi con lei e il padre per il lavoro che svolgeranno insieme, una sorta di documentario per la TV. Infine torna a Londra.

Il diffondersi dell’epidemia fa sì che nei vari stati si costruiscano rifugi in cui far vivere in isolamento e quindi protette le persone più importanti, ovvero i vertici politici e finanziari nonché i medici e gli scienziati. Pauline, nonostante un’incertezza iniziale, accetta di scendere in uno di tali rifugi per proseguire il suo lavoro di medico, mentre Clive, raggiunto dalla fidanzata, inizia con lei a raccogliere filmati e testimonianze di quanto avviene.
Ben presto gruppi di persone escluse dai rifugi salvavita si ribellano alle autorità e si scatena, com’era prevedibile, una guerra civile.
Il romanzo segue prevalentemente le vicende di Clive, uomo ambizioso e opportunista, anche cinico, ma non privo di un proprio sistema di valori; un personaggio umano e complesso, a mio parere. Verso la fine del libro, prima di operare una scelta molto rischiosa, così Maine ci descrive il suo pensiero:

Era uno di quei punti di svolta della vita in cui era necessario prendere decisioni rapide, fulminee, per il meglio o per il peggio, quali che fossero le conseguenze. Rifletté profondamente per cinque secondi e poi prese la sua.

Maine mostra quello che potrebbe avvenire delle nostre società in una situazione estrema come quella causata dal virus Huesta, in cui le autorità si arrogano il diritto di scegliere chi può sopravvivere e la popolazione ovviamente non intende accettare passivamente il proprio destino; l’autore descrive in modo realistico il comportamento di alcune persone: Clive, Pauline, altri dottori dell’O.I.R.V., alcuni ribelli.
E realistica è, secondo me, la raffigurazione dei cambiamenti, per lo più violenti, causati dall’epidemia nelle varie nazioni: nonostante l’incombere della minaccia mortale rappresentata dal virus, l’uomo non riesce a instaurare con i suoi simili una collaborazione per lottare contro il pericolo comune, ma si affida ad atti di forza per sopravvivere e/o per approfittare dell’occasione per rovesciare lo status quo. Sono abbastanza sicura che, in circostanze analoghe, le cose si svolgerebbero più o meno nel modo immaginato da Maine.

Piccola sincronicità a margine: il libro che ho letto prima di questo era di Stephen King, nato nel Maine: l’autore de “Il grande contagio” ha per cognome, sia pure dello pseudonimo, Maine…

cover il grande contagio Maine

L’autore

Charles Eric Maine è lo pseudonimo dello scrittore David McIlwain, nato a Liverpool il 21 gennaio 1921 e scomparso a Londra il 30 novembre 1981. Ha lavorato per radio e TV inglesi sia come tecnico che come autore e ha pubblicato numerosi romanzi, firmando alcuni polizieschi con il nome di Richard Rayner e di Robert Wade.

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