Pubblicato in: Libri

Spillover – David Quammen * impressioni di lettura #9

(Titolo originale “Spillover Animal Infections and the Next Human Pandemic”; traduzione di Luigi Civalleri; pubbl. 2012; edizione italiana del 2014)

Lo so che dopo il quarto viene il quinto, ma ho appena finito di leggere l’intero libro e il capitolo che ho più fresco in memoria è l’ultimo, il nono. Si intitola “Dipende…”, vocabolo che è anche l’ultima parola dell’ultima pagina.

L’autore inizia questo capitolo descrivendo l’invasione da parte di una specie di bruchi (Malacosoma disstria) che, nel 1993 nella cittadina in cui lui vive, divorò le foglie di quasi tutti gli alberi. Nessun tipo di rimedio riuscì a bloccare i bruchi; la devastazione si fermò da sola quando i bruchi si infilarono nei bozzoli e poi ne uscirono fuori dopo qualche settimana in forma di piccole falene brune. Una simile grande crescita di una popolazione viene definita esplosione (Outbreak). L’entomologo Alan A. Berryman ha affermato nel suo saggio “The Theory ad Classification of Outbreak”:

Dal punto di vista ecologico, un’esplosione si può definire come un estremo aumento della numerosità di una determinata specie che avviene in un intervallo di tempo relativamente breve.

E poi aggiunge:

Da questo punto di vista, la più seria esplosione verificatasi sul pianeta Terra è quella della specie Homo Sapiens.

In effetti il numero di esseri umani sta aumentando in modo molto rapido: nel 1960 eravamo tre miliardi e nell’ottobre del 2011 eravamo saliti già a sette.

Le esplosioni, ad ogni modo, prima o poi finiscono. Nel caso dei bruchi la fine fu determinata da un virus (Nucleopoliedrovirus) che li assalì nella loro forma di falene e ne diminuì drasticamente il numero (le uccideva sciogliendole, letteralmente).

Anche la popolazione umana potrebbe essere ridimensionata da un virus.

Il virus potrebbe essere quello di un’influenza, malattia molto importante, molto complicata da studiare e potenzialmente devastante. È causata da tre tipi di virus, il più preoccupante e diffuso è etichettato con la lettera “A”; si tratta di un virus a RNA. Due delle proteine prodotte, emoagglutina e neuroamidasi servono per far entrare e uscire il virus dalla membrana della cellula ospite. Il virus che causò l’epidemia di spagnola nel 1918 e 1919 e uccise circa cinquanta milioni di persone è stato identificato con precisione solo nel 2005 (è una variante di H1N1).

Il virus dell’influenza si trasforma con molta facilità e questo rende difficile poterlo combattere. Non tutti i tipi di influenza (almeno per ora) colpiscono gli esseri umani.

In una conferenza nel 1997, l’infettivologo ed epidemiologo Donald S. Burke

enunciò i criteri che rendevano certi virus probabili candidati al ruolo di scatenatori di epidemie: «Il primo è il più ovvio: responsabilità per recenti pandemie umane. Il secondo criterio è la provata capacità di causare serie epidemie in popolazioni di animali non umani.» Il terzo era «la intrinseca capacità evolutiva» cioè la facilità di mutare e ricombinarsi.

Fra gli esempi citava i coronavirus, perché

ad alta capacità evolutiva e provata abilità di causare epidemie nelle popolazioni animali.

Lo specialista di ecologia matematica Greg Dwyer disse a Quammen che nello studio da lui fatto di tutti i più celebri modelli matematici delle epidemie umane

Lo aveva colpito una cosa: l’influenza decisiva del comportamento individuale sul tasso di trasmissione.

E che riteneva che la varietà dei comportamenti (detta eterogeneità) potesse ridurre il tasso globale di infezione:

«Ogni piccola cosa che facciamo può abbassare il tasso di infezione, se ci rende diversi gli uni dagli altri e non corrisponde al comportamento standard del gruppo»

Insomma, l’essere umano può scegliere di non compiere le azioni che possono avere come conseguenza uno spillover e una diffusione di virus e batteri, cosa che un bruco (ad esempio) non è in grado di fare.

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