Pubblicato in: Interviste self

Intervista ad Abel Waakam

Abel Waakam è scrittore, esploratore, fotografo, programmatore ma soprattutto un ribelle, come si definisce lui stesso. Fra le altre sue iniziative il portale “Writer Officina”, un luogo virtuale in cui gli autori possono inserire brani dei propri libri e leggere quelli degli altri; in cui vengono pubblicate interviste a scrittrici e scrittori famosi e agli autori dell’Officina. Da qualche settimana sul portale è in corso un nuovo interessante esperimento, un romanzo collettivo. Nell’intervista che segue Abel ci racconterà qualcosa di sé e di Writer Officina.

Perché scrivi? Qual è la molla che ti spinge a farlo?

Abel Wakaam: Scrivo perché ho sempre scritto, sin da bambino, come se fosse normale trasformare in parole le mie fantasie. Forse ho cominciato a scrivere perché non sapevo disegnare e avvertivo la necessità di comunicare ciò che avevo dentro. Oggi lo faccio perché la scrittura è una forma di creatività intimistica e necessaria per raccontare ciò che vedo nei miei viaggi. Si può dire che trasformo le mie impressioni in racconto, così da infondere in ogni lettore l’enfasi di ciò che vivo.

Cosa ti resta più difficile nello scrivere? Ad esempio l’inizio, la fine, la revisione…

Abel Wakaam: Per me è tutto naturale, istintivo, come respirare. Scrivo al mattino, dalle 7,30 fino alle 11,30, prendendomi delle pause per seguire le mie attività sul web. Scrivo ovunque mi trovo perché uso una piattaforma online dedicata, disponibile sul mio sito, quindi posso lavorare senza la necessità di uno strumento particolare.

Cosa ti entusiasma di più nella scrittura?

Abel Wakaam: La scrittura è creatività, assolutamente necessaria per “consumare” le idee che altrimenti mi si affollano nella testa. Quindi allo stato attuale non posso farne a meno.

Cosa cerchi o pensi di comunicare o condividere con i tuoi lettori?

Abel Wakaam: Sono un raccontastorie, quindi trasformo mentalmente i lettori in un gruppo di amici, seduti con me attorno al fuoco, come quello che tutte le sere mi scaldava nel Sahara. Condivido la mia visione del mondo e plasmo i miei personaggi su facce conosciute. Descrivo i loro pregi e difetti, li avvolgo nella tela intricata della mia trama e lascio che ognuno si riconosca.

La caratteristica/dote più importante per uno scrittore secondo te?

Abel Wakaam: La capacità di indurre chi legge a credere che tutto sia vero. Non verosimile, ma completamente reale, condivisibile, una sorta di vita parallela da cui non ci si può divincolare. Ripeto sempre che la verità è una bugia in allestimento, dunque non si può sapere quale sia la sua forma perfetta se non dopo che l’intera storia è stata svelata.

Sei anche un viaggiatore e un fotografo: cos’hanno per te in comune viaggiare e scrivere?

Abel Wakaam: Viaggiare è la faccia oscura della luna, dove si incontrano le ombre a cui dare un volto umano. Se parti senza idee, torni con una bagaglio di visioni che devi soltanto distribuire su un foglio bianco. La fotografia è parte integrante del viaggio perché fissa in una memoria sintetica ciò che la mente fatica a organizzare, così si possono usare i sensi per immagazzinare i profumi, le sensazioni, le paure e i sorrisi.

Writer Officina: un luogo virtuale per scrittori. Non è il primo portale che fondi e che gestisci: cosa ti proponi di realizzare con queste esperienze? Quanto conta per te questo tipo di interazione/collaborazione con altri autori?

Abel Wakaam: Writer Officina è soprattutto una scommessa. Erano molti anni che non davo vita a una nuova Community e sentivo il bisogno di armeggiare con i codici di programmazione, per timore di avere la mente troppo arrugginita. Poi è diventata una sfida, per dimostrare ai detrattori che si potevano coinvolgere gli altri scrittori in un progetto comune. Non un Gruppo, ma una Comunità e la differenza non è poca cosa. Ogni componente di un gruppo pensa principalmente a se stesso, mentre in una comunità si agisce insieme per il bene comune. E in questo modo, semplicemente condividendo il proprio estratto, si concede visibilità anche agli altri. Ad oggi, pur con una certa riflessione, ritengo che sia stata una scommessa vinta.

Valigie nella tormenta”: un esperimento di scrittura collettiva. Vuoi parlarcene?

Abel Wakaam: “Valigie nella tormenta” ha il compito di creare il rito dell’aggregazione, indispensabile per suggellare ciò che ci siamo detti sopra. Lo scopo è quello di indurre degli sconosciuti a imbastire una trama senza altra preclusione che il luogo in cui si svolge. Il filo conduttore è blando, proprio per lasciare che ognuno trovi l’anello della catena a cui congiungersi. È ancora un esperimento, quindi bisognerà discuterne alla fine.

Mi è sembrato di capire che non sei un lettore, personalmente non capisco come si possa essere uno scrittore senza leggere (per me sono due facce della stessa medaglia). Ho capito bene? Perché allora inventare uno spazio per gli altri scrittori?

Abel Wakaam: No, non sono un lettore, non lo sono mai stato. Dopo il mio primo libro “Il richiamo della foresta” ho deciso che avrei raccontato delle storie come quella e che, per farlo, non avrei mai dovuto copiare ciò che avevano scritto gli altri. Leggere mi annoia, a meno che siano nozioni tecnologiche. Non ho la pazienza di sfogliare le pagine perché ruba tempo a quelle che potrei scrivere. Ma nello stesso tempo mi piace l’idea di dare spazio agli altri, per una forma di rivalsa verso quegli editori che hanno chiuso le porte agli autori emergenti.

Ringrazio Abel e invito i lettori a curiosare fra i suoi libri e su “Writer Officina”.

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