Uno, nessuno e centomila – Luigi Pirandello * Citazione #6

Quello che riporto sotto è un passaggio sull’impossibilità di comprendersi.

Come trovo vero questo concetto, è uno dei punti cardine della poetica pirandelliana e uno dei temi che ho sempre condiviso. Però, poi, chissà se ho inteso quello che davvero intendeva dire, oppure ho dato alle sue parole il mio senso…

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Ma il guaio è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.


Uno, nessuno e centomila – Luigi Pirandello * Citazione #5

Moscarda, il protagonista del romanzo, compila una lista delle riflessioni scaturite dall’osservazione fattagli dalla moglie secondo cui il suo naso pendeva a destra.

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Riflessioni

1 – che io non ero per gli altri que che finora avevo creduto d’essere per me;

2 – che non potevo vedermi vivere;

3 – che non potendo vedermi vivere, restavo estraneo a me stesso, cioè uno che gli altri potevano vedere e conoscere, ciascuno a suo modo; e io no;

4 – che era impossibile pormi davanti questo estraneo per vederlo e conoscerlo; io potevo vedermi, non già vederlo;

5 – che il mio corpo, se lo consideravo da fuori, era per me come un’apparizione di sogno; una cosa che non sapeva di vivere e che restava lì, in attesa che qualcuno se la prendesse;

6 – che, come me lo prendevo io, questo mio corpo, per essere a volta a volta quale mi volevo e mi sentivo, così se lo poteva prendere qualunque altro per dargli una realtà a modo suo;

7 – che infine quel corpo per se stesso era tanto niente e tanto nessuno, che un filo d’aria poteva farlo starnutire, oggi, e domani portarselo via.

 

 

Il libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa #22

La libertà è la possibilità dell’isolamento. Sei libero se puoi allontanarti dagli uomini senza che ti obblighi a cercarli il bisogno di denaro, o il bisogno gregario, o l’amore, o la gloria, o la curiosità, che non si addicono al silenzio e alla solitudine. Se è impossibile per te vivere solo, sei nato schiavo.

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L’effetto Susan – Peter Høeg * citazione #4

(titolo originale Effekten af Susan– trad. Bruno Berni – pubblicato nel 2016)

So che estrapolare un brano da suo contesto può alterarne e perfino stravolgerne il significato. Ma corro lo stesso il rischio, perché quanto sto per riportare mi sembra che si adatti a qualunque paese.
È Susan, a parlare, rivolta al marito, Laban, un musicista.

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«Siamo immersi in una specie di musica d’ambiente, Laban. E non è solo qui, è ovunque in questo paese, l’ho sempre sentita. È una canzonetta che dice che tutto va bene, che possiamo prendercela con calma, che i nostri bisogni sono soddisfatti. Qualcuno si occupa del nostro benessere, le meraviglie non hanno fine, dobbiamo solo rilassarci e goderci la vita. È un canto di sirena. Deve farci dimenticare che viviamo in una finestra temporale molto breve. Deve farci dimenticare una fame più profonda. Ma con me non funziona, Laban. Io ho sempre fame.»


L’effetto Susan – Peter Høeg * citazione #3

(titolo originale Effekten af Susan– trad. Bruno Berni – pubblicato nel 2016)

Qui Susan, la protagonista che narra in prima persona, parla della propria bicicletta.

Ha passato un anno in solitudine. È sgonfia, e questo non vale solo per le ruote. Ha un aspetto trascurato.
Gonfio le gomme, spruzzo d’olio la catena e le parlo dolcemente. Sembra sollevare la testa. Bisogna parlare con la propria bici. È una cosa sulla quale lascerò cadere un’osservazione in ambienti specialistici. Magari non alla Società delle Scienze. Le profonde verità scientifiche sono come l’onestà: devono essere dosate con riguardo.

Da ragazzina parlavo sempre con la mia bici (le avevo anche dato un nome che però tengo per me), anche per per questo le frasi di Susan mi hanno colpita.

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L’effetto Susan – Peter Høeg * citazione #2

(titolo originale Effekten af Susan– trad. Bruno Berni – pubblicato nel 2016)

C’è chi crede alla psicologia. Io no. Siamo solo biochimica su un substrato di effetti di elettronica quantistica. Thorkild Hegn dev’essere stato prodotto sciogliendo una bacinella di capiufficio, tenenti colonnelli e direttori generali in un liquido fortemente corrosivo. Poi la soluzione è stata ridotta per evaporazione fino al concentrato che ora è seduto davanti a noi. Ho visto molti uomini potenti, ma lui vince la mano.

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L’effetto Susan – Peter Høeg * citazioni

(titolo originale Effekten af Susan– trad. Bruno Berni – pubblicato nel 2016)

Ho appena iniziato a leggere questo romanzo, che è scritto in prima persona dalla protagonista, una scienziata che si occupa di fisica, di nome Susan. Anche Andrea Fink e John Bell sono due fisici, la prima è un personaggio del libro l’altro è realmente vissuto (1928 – 1990).
Nel brano riportato Susan si riferisce alla sua vita familiare, ma mi interessa quanto afferma relativamente alla fisica.

Avrei dovuto saperlo. Niente al mondo è per sempre. Le leggi della natura sono temporanee. Appena la fisica si ferma su un’unica immagine del mondo, questa viene dissolta e si rivela un caso particolare in un paradigma più grande. Una delle prima cose che mi disse Andrea Fink fu che a un seminario all’Amherst College aveva sentito John Bell dire che la fisica quantistica racchiude nelle sue stesse basi il germe del proprio destino.