Una poesia di Emily Dickinson #4

We never know we go when we are going –
We jest and shut the Door –
Fate – following – behind us bolts it –
And we accost no more –

Non sappiamo di andare quando andiamo.
Noi scherziamo nel chiudere la porta.
Dietro, il Destino mette il catenaccio
E non entriamo più.

(Traduzione di Margherita Guidacci)

20181129_100036 bl


Annunci

La mano – Henning Mankell * Impressioni di lettura

(titolo originale Handen, traduzione di Laura Cangemi; originale pubblicato nel 2013, in Italia nel 2013)

Una storia breve, contrariamente agli altri romanzi che vedono Wallander come protagonista. Sufficiente comunque a ritrovare un vecchio amico. Cercando la casa dei suoi sogni, una villetta con giardino in cui ospitare un cane e trascorrere la vecchiaia, il commissario si trova a dover indagare su un delitto vecchio decine di anni. Lo farà con la consueta caparbietà e umanità, naturalmente.

Anche se non sono sicura di essere d’accordo con questa affermazione, mi piace com’è scritto questo pensiero di Wallander, che va a parlare con Elin Trulsson, una vecchia signora che potrebbe fornirgli informazioni sul vecchio delitto.

Elin Trulsson era una donna molto anziana, con il viso incartapecorito e la pelle solcata da rughe profonde. Wallander la trovò bellissima, come un vecchio tronco. Non era una reazione nuova per lui. La prima volta l’aveva avuta osservando il volto di suo padre. C’era una bellezza che solo la vecchiaia poteva conferire a un essere umano. Nelle rughe di un viso era scolpita una vita intera.

cover la mano

 

 

Il paradiso sui tetti – poesia di Cesare Pavese

Un’altra poesia di Pavese che mi piace molto. È tratta dalla raccolta Lavorare stanca.

In realtà mi piacciono molto tutte le sue poesie, lette e rilette quando ero adolescente, come tutti i suoi romanzi. Rileggerle adesso, dopo decine di anni, è come ritrovare un vecchio amico, un ritmo e una musicalità mai dimenticati.

Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.

Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserò un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

cover Poesie Pavese

 

Tabacaria #0 – Álvaro de Campos

Ho scoperto che quelle che credevo due diverse poesie di Pessoa (più precisamente del suo eteronimo Álvaro de Campos), sono in realtà parti di un’unica poesia, più lunga e, a mio parere, incredibilmente bella, il cui titolo è Tabacaria, ovvero Tabaccheria.

Il mio errore era dovuto al fatto che avevo letto quei versi nel libro di Tabucchi L’automobile, la nostalgia e l’infinito, in cui erano citati, non nel volume che raccoglie con le altre poesie anche questa (Una sola moltitudine, volume I).

Questi i link agli articoli (a cui ho cambiato titolo): Tabacaria #1 e Tabacaria #2

Cito in questo articolo l’inizio della poesia:

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.

(la traduzione dal portoghese è di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi)

cover una sola moltitudine 1 ok

 

 

Citazione da Gerard Genette

In realtà è la citazione di una citazione: ho trovato questo periodo nel libro Dino Campana Sperso per il mondo, a cura di Gabriel Cacho Millet e, più precisamente, nella premessa.

È in francese e così la riporto, seguita dalla mia traduzione.

Le temps des oeuvres n’est pas le temps défini de l’écriture, mais le temps indéfini de la lecture et de la mémoire. Le sens des livres est devant eux et non dérrière, il est en nous.

(Gerard Genette)

(Il tempo delle opere non è il tempo definito della scrittura, ma il tempo indefinito della lettura e della memoria. Il significato dei libri è davanti a loro e non dietro, è in noi.)

20180829_215116 bl Genette

 

 

Ombre * un brano

Un brano dal mio racconto “Labirinto“, pubblicato nella raccolta “Ombre“, in formato ebook amazon kindle.

 

La prospettiva di scendere là sotto mi sgomenta, se fosse un altro labirinto, solo più stretto e più buio?

Non ho un’alternativa e scendo, avendo cura di bloccare il battente in modo che non mi si chiuda alle spalle. Una ventina di scalini più in basso le esalazioni sono più forti e più pestilenziali. Risalgo, per riprendere fiato. Mi riposo, poi tenterò un’altra esplorazione.

Fogne.

E’ un accesso alla rete fognaria. Scoppio a ridere, anche se non c’è proprio niente da ridere. La tensione, credo. In fondo alle scale in muratura c’è una sorta di pozzo, con gradini in ferro lungo le pareti. Non proseguo, non sono sicura di volerlo fare. Torno su per decidere. Laggiù gli occhi dopo un po’ si abituano alla penombra, ma lasciare questa luce non mi è facile. Del resto, però, qui non ho via di scampo. E poi evasioni celebri, almeno nei libri che ho letto, sono passate proprio per le fogne. Non sempre ciò che sembra il peggio lo è davvero.

cover OMBRE 30-1-18


Lo scheletro nell’armadio – W. Somerset Maugham * impressioni di lettura

(titolo originale Cakes and Ale or, The Skeleton in the Cupboard (1930); trad. Franco Salvatorelli (2004))

Circa un anno fa ho scaricato questo ebook perché gratuito, poi l’ho dimenticato nella mia libreria virtuale. Qualche giorno fa ho scoperto di averlo (dovrei dire riscoperto) e ho iniziato a leggerlo. Negli anni ho letto e apprezzato vari romanzi di Maugham ed ero abbastanza sicura che mi sarebbe piaciuto.

E, infatti, mi ha subito conquistata per la sua ironia, elegante ma graffiante. In parte i suoi strali sono diretti contro gli scrittori e in parte sulle convenzioni sociali e le ipocrisie. È un racconto anche autobiografico, ed ha per narratore uno scrittore. Una storia di scrittori: un tema che mi intriga sempre. In questo caso, per quanto i critici e i contemporanei abbiano voluto riconoscere nei personaggi – altri scrittori, oltre al narratore, che comunque si tiene sullo sfondo come autore – nomi famosi dell’epoca, trovo che i personaggi, con le loro debolezze, vizi e virtù, siano molto attuali. Del resto Maugham era/è un grande romanziere, a mio parere.

Il romanzo è sostanzialmente un susseguirsi di flashback: al narratore, lo scrittore Willie Ashenden, viene chiesta da un altro scrittore, Alroy Kear, di raccontargli quello che ricorda di un famoso romanziere, Edward Driffield, morto da poco, dato che la vedova lo ha incaricato di scrivere un libro su di lui. Questa richiesta è l’occasione per Aschenden di ricordare Driffield e la sua prima moglie Rosie, da lui conosciuti quando era adolescente e poi frequentati anche qualche anno dopo, quando a Londra studiava medicina.

Ed è nel rievocare questi ricordi e nel descrivere Kear e la vedova di Driffield, la seconda moglie, che l’ironia si fa spesso feroce, contrapposta a una sorta di tenerezza mista ad ammirazione verso Rosie, donna semplice e istintiva, di costumi liberi e sincera.

Lo stile e, soprattutto, il tono, caratterizzano e rendono particolarmente godibile il romanzo che, comunque, ho trovato anche avvincente, perché Maugham, fino dall’inizio, suscita una sorta di attesa: dapprima, di sapere cosa vuole Kear dal narratore, poi di scoprire come le vicende di Driffield e di Rosie si erano intrecciate con quelle di Ashenden. Il lettore, alla fine si trova anche davanti a un piccolo colpo di scena, di quelli che fanno piacere.

cover Scheletro nell'armadio

Trovo assolutamente necessario, per rendere un poco l’idea di com’è scritto questo libro, riportare alcune citazioni.

(La casa dei Driffield a Londra, fra il poetico e l’ironico)

Limpus Road era una strada lunga, larga e diritta, parallela alla Vauxhall Bridge Road. Le case si assomigliavano tutte: intonacate di tinte neutre, solide, con portici solenni. Costruite, suppongo, per essere abitate da gente con una certa posizione nella City. Ma la strada era decaduta, o non aveva mai attratto gli inquilini giusti; e nella sua sfatta rispettabilità aveva un’aria a un tempo furtiva e sciattamente dissipata; faceva pensare a persone che avessero visto giorni migliori e adesso, un po’ alticce, parlassero della distinzione sociale goduta in gioventù.

(Sulla politica)

…a parte il fatto che nessuno può aver frequentato l’ambiente politico senza accorgersi che non occorre (a giudicare dai risultati) una gran levatura mentale per governare un paese.

(Aschenden riflette sul fatto che sono in troppi a sentirsi scrittori, e si spinge a immaginare di assegnare a ciascuna categoria di nobili un genere di scrittura) (pos 1738)

Uno dei massimi benefici conferiti al mondo dall’istruzione obbligatoria è l’ampia diffusione tra la nobiltà grande e piccola dell’esercizio della scrittura. Horace Walpole scrisse a suo tempo un Catalogue of Royal and Noble Authors; oggi un’opera del genere avrebbe le dimensioni di un’enciclopedia. Un titolo, sia pure di cortesia, può fare di chiunque o quasi uno scrittore famoso, e si può fondatamente affermare che per il mondo delle lettere non c’è miglior passaporto del rango. In verità, a volte penso che siccome la Camera dei Lord sarà inevitabilmente abolita tra breve, sarebbe un’ottima cosa se la professione letteraria fosse per legge riservata ai suoi membri e loro mogli e figli. Sarebbe un garbato indennizzo offerto dal popolo britannico ai Pari per la rinuncia ai loro privilegi ereditari.

(Ad esempio, per i duchi:)

Corona della letteratura è la poesia. Fine e meta suprema; l’opera più sublime della mente umana; la bellezza raggiunta. Lo scrittore di prosa non può che farsi da parte, quando passa il poeta; il poeta fa strame dei migliori di noi. È ovvio che il poetare va riservato ai duchi; e vorrei che i loro diritti fossero protetti con leggi e sanzioni severissime, poiché è inammissibile che questa nobilissima tra le arti sia praticata da altri che i più nobili tra gli uomini. E siccome anche qui deve regnare la specializzazione, pronostico che i duchi (come i successori di Alessandro Magno) divideranno tra loro l’agone poetico, limitandosi ciascuno alla sfera che l’influenza ereditaria e l’inclinazione naturale lo ha reso idoneo a coltivare: vedo, quindi, i duchi di Manchester scrivere poemi di carattere didattico e morale, i duchi di Westminster comporre odi esaltanti sul Dovere e le Responsabilità imperiali, mentre immagino che i duchi del Devonshire scriveranno probabilmente liriche d’amore ed elegie alla maniera di Properzio; ed è pressoché inevitabile che i duchi di Marlborough cantino idilli su temi quali la felicità domestica, la coscrizione e il contentarsi di una vita modesta.

(Parte della descrizione di Mrs Barton Trafford, donna che contribuiva a lanciare gli scrittori)

La signora dava la curiosa impressione di essere disossata; sembrava che a strizzarle uno stinco (cosa, beninteso, che il rispetto per il suo sesso, oltre alla quieta dignità che spirava dalla sua persona, non mi avrebbe mai consentito di fare), sembrava, dico, che le dita si sarebbero toccate. Quando le stringevi la mano ti pareva di stringere un filetto di sogliola. Quando stava seduta sembrava che fosse priva di spina dorsale, e imbottita, come un soffice cuscino, di piume d’oca.

(Più avanti, sulla sua cattiveria)

Credo si possa dire fondatamente che Mrs Barton Trafford traboccava del latte dell’umana bontà, ma mi resta il sospetto che se mai il latte dell’umana bontà è stato intriso di vetriolo, così fu in questo caso.

(L’alba, per me un’immagine originale e poetica)

quando aprii la porta e uscimmo in strada l’alba ci corse incontro come un gatto che balza su per le scale.

(La strada di Blackstable, il paese in cui Ashenden ha vissuto infanzia e adolescenza)

Proseguii lungo la strada, ed ecco la banca, con la facciata rifatta; ma la cartoleria dove avevo comprato carta e cera per fare ricalchi con un oscuro scrittore incontrato per caso era immutata. C’erano due o tre cinematografi, e i loro manifesti sgargianti davano d’improvviso a quella via dignitosa un’aria dissipata, da vecchia signora perbene che avesse bevuto un goccio di troppo.

(Un’osservazione autobiografica del narratore Ashenden)

Ho notato che quando sono più serio la gente tende a ridere di me; e a dire il vero mi è accaduto, rileggendo dopo qualche tempo brani miei scritti dal profondo del cuore, di essere tentato di ridere di me stesso. Si direbbe che ci sia qualcosa di naturalmente assurdo in un’emozione sincera, anche se non so immaginare perché; a meno che sia perché l’uomo, effimero abitante di un insignificante pianeta, con tutta la sua sofferenza e le sue lotte, è solo il trastullo di una mente eterna.

(Dopo aver detto che lo scrittore ha un bel po’ di grattacapi; da giovane è povero, poi dipende dalla volubilità del pubblico, tutti lo cercano ma per proprio tornaconto… )

Ma c’è, per lo scrittore, un compenso. Ogni volta che qualcosa gli pesa sull’animo, si tratti di una riflessione tormentosa, o del dolore per la morte di un amico, di un amore non corrisposto, di orgoglio ferito, di collera per il tradimento di qualcuno verso il quale si è comportato con bontà, insomma di qualsiasi emozione o pensiero conturbante, allo scrittore basta metterlo nero su bianco, usandolo come tema di un racconto o ornamento di un saggio, per toglierselo dalla mente.

Infine, nella postfazione, dopo aver negato di essersi ispirato a questo o quello scrittore ma di aver preso piuttosto un tratto di uno, un tratto di un altro e ancora uno, parla ancora della pubblicità che uno scrittore si deve fare per farsi notare e magari leggere. Ad esempio:

Ogni anno centinaia di libri, molti di notevole pregio, passano inosservati. Ognuno è costato all’autore mesi di lavoro per scriverlo, e forse anni di riflessione; l’autore vi ha messo qualcosa di sé che va perduto per sempre; è straziante pensare com’è probabile che, nella calca del materiale che grava sul tavolo dei critici e sugli scaffali delle librerie, il libro venga trascurato. Non è innaturale che l’autore usi tutti i mezzi che può per attirare l’attenzione del pubblico. L’esperienza gli ha insegnato come procedere. Deve fare di sé un personaggio pubblico. Deve tenersi in primo piano.

 

Sinossi

Alle vedove dei grandi scrittori tocca spesso in sorte di trasformarsi in vestali, per mantenere la memoria del caro estinto al riparo da scandali e pettegolezzi. Non è mai un compito facile, e la seconda signora Driffield lo sa bene. Se poi al momento di individuare un agiografo affidabile la scelta ricade su un uomo come Alroy Kear, astro nascente della scena letteraria, ma già noto per «essere in grado di spolpare un uomo fino all’osso, senza per questo serbargli rancore», il minimo che possa accadere è che dal passato del riverito Edward Driffield riemerga almeno un fantasma. Che ha le sembianze – inaccettabili per i frequentatori dei salotti londinesi, irresistibili per chiunque altro – di Rosie, la prima signora Driffield. Da questo spunto Maugham ha ricavato una commedia di costume divertentissima e feroce. E se alla sua uscita nel 1930 (quando chiunque riconosceva nei personaggi tutte le leggende dell’epoca, da Thomas Hardy a Hugh Walpole fino all’autore stesso nei panni della sua controfigura prediletta, il narratore Ashenden) il libro suscitò enorme scandalo, oggi viene da molti ritenuto l’opera in cui Maugham si è spinto più lontano – addirittura, sostiene Gore Vidal, fino a Jane Austen.

Tutte le citazioni sono tratte da: Maugham, W. Somerset. Lo scheletro nell’armadio (Biblioteca Adelphi) (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 2448-2449). Adelphi. Edizione del Kindle.