Pubblicato in: Libri

2666 – Roberto Bolaño * cenni sulla trama

(titolo originale “2666”, 2004; traduzione di Ilide Carmignani, edizione italiana digitale del 2012)

Ricordo che questo romanzo è composto da 5 parti, che si intitolano rispettivamente: La parte dei critici, La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti, La parte di Arcimboldi.

In questo articolo lascio intanto un cenno alla trama di ciascuna delle cinque parti; i cinque romanzi sono tutto complessi e densi di personaggi, in particolare gli ultimi due, che sono anche più lunghi.

Forse non vi conviene proseguire nella lettura se intendete leggere il libro.

La parte dei critici

Quattro critici letterari di quattro diverse nazionalità diventano profondi ammiratori e conoscitori dello scrittore tedesco Benno von Arcimboldi, personaggio che non riescono a incontrare e che conoscono pochissime persone. Seguono le sue tracce fino in Messico, senza però trovarlo. A Santa Teresa sentono parlare di molti omicidi di donne avvenuto negli ultimi anni. Un mio breve commento lo trovate qui.

La parte di Amalfitano

Amalfitano è un professore che i critici conoscono a Santa Teresa, Messico, dove sono andati in cerca di Arcimboldi (di cui qualcuno ha segnalato la presenza o almeno il passaggio in quella città). Si è trasferito in Messico da Barcellona, insieme alla figlia Rosa; sua moglie, Lola, lo aveva abbandonato per andare a visitare un poeta che viveva in un manicomio quando ancora viveva a Barcellona e Rosa era bambina. Viene raccontata la storia di Lola: le sue visite al poeta, una relazione con un uomo conosciuto al cimitero (dove Lola per qualche tempo vive), infine la visita alla casa del marito per rivedere la figlia dopo sette anni, perché è malata.

A Santa Teresa Amalfitano trova fra i suoi libri un testo di geometria che non ricorda di aver mai preso; lo appende ai fili per i panni in giardino, come aveva fatto Duchamp in una delle sue opere.

Fra le altre cose, a un certo punto inizia a sentire una “voce” e dopo aver cercato di sfuggirle per più giorni, accetta di ascoltarla e parlarci. Forse è la voce di suo padre.

La parte di Fate

Oscar Fate (in realtà si chiama Quincy Williams) è un giornalista americano di colore. La sua parte inizia con la morte della madre e con un viaggio che fa a Detroit come inviato della rivista per cui lavora per parlare con Barry Seaman, ex pantera nera di cui ci viene raccontata una parte della vita (è stato in prigione; poi ha scritto un libro di ricette sulle costolette di maiale) e che va a fare una conferenza su paura, denaro, cibo, stelle, utilità.

Fate viene poi incaricato di andare a Santa Teresa, Messico, per scrivere un articolo sull’incontro di pugilato fra un pugile americano (Count Pickett) e uno messicano (Merolino Fernandez). Dopo un volo fino a Tuckson va in auto fino a Santa Teresa, attraversando il deserto.

Conosce diverse persone fra cui vari altri giornalisti sportivi sia americani sia messicani e con questi anche il pugile Merolino Fernandez. Quando viene a sapere che in città sono state uccise circa duecento donne, forse da uno stesso assassino, chiede al suo capo se dopo l’incontro di boxe può rimanere per indagare e scrivere un pezzo su questa vicenda ma il capo gli dice che l’argomento non è interessante e che il soggiorno costa troppo. Fate incontra anche una giornalista messicana, giovane, che deve intervistare il principale indiziato, un uomo arrestato per gli omicidi, e poi anche Rosa Amalfitano. Dopo l’incontro il giornalista resta con un gruppo di messicani che ha conosciuto, fra cui Rosa; quando accompagna a casa la ragazza, Amalfitano gli chiede di portarla in USA con sé e farle prendere un aereo per Barcellona. Fate parte quindi con Rosa e con la giornalista, dopo essere stato con lei a fare l’intervista in carcere.

La parte dei delitti

Questa parte si svolge a Santa Teresa e racconta delle donne uccise in questa città.

I personaggi sono molti e di molti viene raccontata una parte della vita, a volte breve a volte anche piuttosto lunga. Oltre alle vittime e ai sospettati dei delitti, vi sono investigatori e giornalisti; fra gli altri: Sergio Gonzales, giornalista culturale; Juan de Dios Martinez. l’agente della polizia giudiziaria che segue alcuni dei casi di omicidio; Elvira Campos, la direttrice del manicomio; Harry Magenta, uno sceriffo americano che va a Santa Teresa a indagare; Florita Almada, una curandera che ha delle visioni sulle donne uccise; Kessler, un anziano ex detective USA che ha anche scritto un libro ed è stato consulente x film su serial killer; Lalo Cura, un sedicenne assunto come guardia del corpo della moglie di un narcotrafficante che poi diventa un poliziotto.

Tutta la parte è un susseguirsi del racconto dei ritrovamenti dei cadaveri delle donne e bambine, in ordine cronologico, inframmezzato dalle indagini e dai racconti che riguardano i personaggi coinvolti.

Un uomo viene accusato di alcuni dei delitti e viene messo in prigione, in attesa del processo; è un tedesco con cittadinanza degli Stati Uniti, Klaus Haas, proprietario di alcuni negozi di computer; di lui vengono raccontate soprattutto le vicende in carcere.

Tutta questa parte è una sorta di affresco delle condizioni di Santa Teresa (e del Messico, suppongo), in cui fra le altre cose c’è un’enorme corruzione, la polizia è impotente (quando non corrotta, ovviamente) e così pure la stampa.

In questa parte i dialoghi non sono introdotti dai consueti simboli, come accade nei romanzi di Saramago.

La parte di Arcimboldi

La parte narra la storia di Hans Reiter, iniziando da suo padre, che perde una gamba nella guerra del 15-18 e con sua madre, guercia. Hans ama il mare e l’acqua; ha una sorella di circa dieci anni più giovane, Lotte. Hans frequenta la scuola fino a undici-dodici anni, poi inizia a fare dei lavori semplici; quando è più grande viene richiamato alle armi e con l’esercito si muove per l’Europa (fra le altre cose trascorre mesi alla linea Maginot e poi in Polonia).

Viene ferito e, durante la convalescenza che trascorre in un villaggio, trova in un’isba il diario di un ebreo, Boris Ansky, e lo legge più e più volte. Verso la fine della guerra Hans viene fatto prigioniero dagli americani, come altri soldati tedeschi; nel campo dove viene detenuto conosce un certo Sommer ex sindaco di una cittadina che gli racconta di aver fatto sopprimere circa 400 ebrei e lo uccide, senza essere scoperto.

Finita la guerra si stabilisce a Colonia dove lavora come buttafuori in un bar. Ritrova una ragazza conosciuta tempo prima, Ingeborg, e si mette con lei. Scrive un romanzo che firma come Benno von Arcimboldi (riferimento espresso al pittore italiano del Seicento) e lo manda a vari editori.

Un editore di Amburgo, Bubis (quello citato nella Parte dei Critici), che ha settant’anni anni ed è sposato con una trentenne, la baronessa Von Zumpe, una donna che Hans-Benno ha conosciuto quando era ragazzo. decide di pubblicarlo. Hans va ad Amburgo per firmare il contratto e Bubis capisce che Benno non è il suo nome ma lui non gli svela quello vero.

Ingeborg ha la tbc e dopo qualche anno muore; Arcimboldi va a Venezia e lavora come giardiniere pur continuando a scrivere e a pubblicare. È un solitario, che non guarda la tv né rilascia interviste; evita le persone.

L’editore muore e la casa editrice viene gestita dalla sua vedova, la baronessa.

Di quando in quando lei e Benno si rivedono e mantengono comunque una corrispondenza.

A questo punto viene raccontata la storia di Lotte Reiter (la sorella di Hans-Arcimboldi): bambina (molto unita al fratello maggiore), adolescente, donna; Lotte sposa Werner Haas e da lui ha un figlio, Klaus, che somiglia a Hans. Klaus è un po’ scapestrato e da adulto (sui vent’anni) va vivere a New York) e dà pochissime notizie di sé alla famiglia. Lotte ha un incubo ricorrente sulla casa americana del figlio. Muore Werner.

Nel 1995 Lotte riceve un telegramma da Santa Teresa (Messico) dall’avvocata di Klaus che è in carcere accusato dell’uccisione di alcune donne. Inizia per Lotte un susseguirsi di viaggi in Messico per andare a trovare Klaus. Nel 2001, prima di partire per il Messico, all’aeroporto di Francoforte, compra per caso un libro di Arcimboldi e scopre che il romanzo narra la sua infanzia (con Hans e la famiglia). Ne racconta a Klaus e gli lascia il libro; telefona all’editrice di Benno e parla con la baronessa spiegandogli di essere la sorella dello scrittore. Quando Lotte torna in Germania, Hans va a farle vistita e lei gli chiede di occuparsi di Klaus (quando lei non ci sarà più).

Il giorno dopo Hans va ad Amburgo per prendere un volo diretto per il Messico; si ferma a un bar e parla con il discendente del creatore in un gelato.

Pubblicato in: Libri

2666 – Roberto Bolaño * Impressioni di lettura #1

(titolo originale “2666”, 2004; traduzione di Ilide Carmignani, edizione italiana digitale del 2012)

Questo romanzo è composto da 5 parti, che si intitolano rispettivamente: La parte dei critici, La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti, La parte di Arcimboldi.

Al momento ho finito “La parte dei critici” e, in effetti, i protagonisti sono quattro critici letterari: Pelletier, Espinoza, Liz Norton e Morini, rispettivamente un francese, uno spagnolo, un’inglese e un italiano. I quattro sono accomunati dalla passione e l’interesse per uno scrittore tedesco, Benno von Arcimboldi di cui diventano i principali conoscitori. Si tratta di un interesse profondo, quasi maniacale, forse dovuto anche al fatto che lo scrittore pare scomparso, da anni nessuno lo ha più visto e le tracce di lui sono pochissime, confuse e probabilmente illusoria.

La vicenda narrata ruota intorno a questa passione e alla ricerca dello scrittore ma anche ai rapporti fra i quattro, che sono molto profondi nonostante vivano in nazioni diverse; l’unica donna, Liz Norton, ha – forse – anche il ruolo di collante del gruppo, non per nulla diviene l’amante di tutti e tre gli amici.

2666 – le parti che ho letto, ovviamente – mi è piaciuto moltissimo, la scrittura è ironica, vi traspare cultura ma non è pedante; l’autore riesce a rendere credibile, ovvio e naturale qualunque evento, dettaglio o altro di cui scrive; ogni azione compiuta o parola detta dai protagonisti o dagli altri personaggi suona naturale, anche quando potrebbe apparire insolita.

Conoscevo di nome questo scrittore ma non avevo mai letto niente di suo; qualche giorno fa un post su Facebook mi ha incuriosita: come in altri casi di scrittori considerati grandi (ad esempio Saramago) qualcuno decantava la genialità e qualcun altro l’illeggibilità, la noia. Ho pertanto deciso di farmi una mia opinione e sono contenta di aver intrapreso questa lettura. Sono abbastanza sicura che anche le quattro parti che mi mancano non mi deluderanno.

Non ho ancora scoperto il perché del titolo, non ho cercato commenti in rete perché non voglio essere influenzata, ho solo scorso la biografia di Bolaño tanto per avere un’idea.

Al momento sto leggendo “La parte dei delitti” e, in effetti, un lungo elenco di omicidi, commessi in Messico, a Santa Teresa, di donne e bambine (la maggior parte anche stuprate e picchiate) sembra essere l’elemento che accomuna la quattro parte.

Pubblicato in: Libri, Uncategorized

I cani di strada non ballano – Arturo Perez-Reverte * impressioni di lettura

(titolo originale “Lo perros duros no bailan”, 2018; traduzione di Bruno Arpaia)

Un romanzo breve in cui i personaggi sono tutti cani. Cani di strada, per lo più. Il protagonista è Nero, che per due anni ha combattuto contro altri cani in quello che chiama Scannatoio ed è poi diventato guardino del magazzino dello stesso padrone che lo aveva fatto combattere. Nero racconta in prima persona, ecco qualcosa di ciò che dice di sé:

Sono nato meticcio, incrocio fra un mastino spagnolo e un fila brasileiro.

Non a caso per due anni mi sono guadagnato da vivere con quelli che chiamano combattimenti di cani, sapete di cosa parlo: un cerchio – lo Scannatoio, in gergo cagnesco –, un mucchio di umani sudati e vociferanti che scommettono denaro e due lottatori dagli occhi febbrili che si affrontano a morsi. All’ultimo sangue. E cose del genere non accadono e poi si dimenticano facilmente.

Nero e altri cani, fra cui Agilulfo, un segugio magro, filosofo e colto, si incontrano all’Abbeveratoio di Margot, un canale di scolo in cui sversa una distilleria di anice, che Margot, una bovara delle Fiandre, tiene pulito e protetto dai gatti.

La storia si apre all’Abbeveratoio, dove Nero scambia due chiacchiere con Agilulfo e con Margot e dalla seconda pagina scopriamo quale sarà la trama: un altro cane, Teo, l’amico di Nero, è scomparso da alcuni giorni insieme a Boris il Bello e nessuno sa dove sia finito.

Un po’ di tempo prima l’amicizia fra Nero e Teo si era incrinata a causa di una femmina, Didone, che piaceva a tutti e due e aveva scelto Teo. Nonostante questo Nero decide di indagare e, domandando qua e là, segue le tracce di Teo e di Boris, scoprendo che quasi certamente sono stati catturati dagli uomini che organizzano i combattimenti fra cani. Per essere sicuro che le cose stiano così c’è solo un modo: farsi catturare da quegli stessi uomini. Così Nero torna ad essere per un po’ di nuovo un cane che combatte e questo lo costringe a uccidere ancora ma gli consente anche di ritrovare Teo…

Nero è un vero e proprio eroe, a mio parere, una sorta di Philip Marlowe, altrettanto disincantato e nello stesso tempo idealista. Non è perfetto, ha dovuto uccidere per sopravvivere, ma al momento in cui sente che l’amico è in pericolo rischia la vita per trovarlo e salvarlo, perché

Un cane non è altro che una lealtà in cerca di una causa.

Sfidando la sorte accetta di tornare al mondo da cui era uscito vivo – come a pochi succede – e si ritrova così a lottare contro i suoi simili, in allenamento e nel combattimento vero e proprio.

La cosa peggiore, nello Scannatoio come nella vita, non è il combattimento. È l’attesa.

Insomma, Nero fa quello che va fatto, una volta presa la decisione di cercare Teo non ha dubbi né incertezze, non si chiede quanto potrebbe costargli.

Intorno al protagonista molti personaggi, da Susa, la puttanella del Varco del Topo a Tequila, la capobanda dei cani trafficanti di ossi e resti di macelleria, da Helmut e i suoi compari neo-nazisti al bassotto Mortimer che

Andava subito al sodo. Ti si piantava davanti con le sue zampe corte, la coda tesa e gli occhi tranquilli, e ti spiattellava in faccia la verità senza battere ciglio. Era un cane a bruciapelo. Zero in diplomazia canina.

Sinossi

È per via dell’anice sversato nel fiume dalla distilleria che i cani del quartiere si riuniscono, di sera, all’Abbeveratoio di Margot. Oggi, tra un sorso e l’altro, serpeggia nell’aria la preoccupazione. Da parecchi giorni due di loro mancano all’appello: il ridgeback rhodesiano di nome Teo e il levriero russo Boris, detto Il Bello. Gli altri, i loro compagni, hanno intuito che la scomparsa nasconde qualcosa di sinistro e sono all’erta. E uno di loro, un meticcio con lo sguardo segnato dal sangue e dalla fatalità, un ex lottatore sopravvissuto a due anni di combattimenti feroci in un capannone di periferia, decide di cercarli. Il suo nome è Nero. Ha l’anima rappezzata e gli occhi da vecchio, cicatrici sul muso e nella memoria, ma da solo intraprende il viaggio, la sua nuova ricognizione nelle cattiverie della vita.

È indimenticabile questa storia nera che Pérez-Reverte inventa. Una compagnia di personaggi duri e beffardi, sui quali si staglia un meticcio coraggioso e solitario che si muove in un mondo diverso da quello degli umani, dentro il quale valgono soltanto le migliori regole della lealtà e dell’appartenenza. Un mondo che a volte ha clemenza per gli innocenti, e una giustizia per chi è colpevole.

Altri articoli su Arturo Perez-Reverte:

Il club Dumas

Due uomini buoni

Pubblicato in: Libri

Questione di Costanza – Alessia Gazzola * Impressioni di lettura

Costanza è una giovane donna siciliana, ragazza madre di una bambina di quasi tre anni, che ottiene un contratto per un anno presso l’istituto di Paleopatologia, per un’attività che riguarda solo in parte la sua specializzazione in medicina, ma ha bisogno di lavorare e lo accetta. Il lavoro è a Verona, dove già vive la sorella più giovane, psicologa, con cui va ad abitare.

Costanza mi ricorda molto Alice Allevi, come carattere e atteggiamento, indecisa e abbastanza portata a combinare guai e come i romanzi che hanno Alice come protagonista anche questo mi ha lasciata insoddisfatta e non solo per il fatto che è in pratica la prima metà di una storia, ma proprio per come procede la narrazione, che si dilunga – a mio parere – troppo in dettagli e scene non essenziali.

La vicenda di Costanza (narrata in prima persona) si alterna a quella (raccontata in terza persona) di Selvaggia e Biancofiore, due figlie naturali di Federico II di Svevia, a cui rimandano i resti di un corpo trovato nel sito in cui la giovane patologa lavora. L’autrice in una nota finale spiega quanto di questa parte è sua invenzione o supposizione quanto dato reale.

Ho trovato la storia piuttosto poco realistica ma non scendo in dettagli per evitare lo spoiler.

La scrittura è leggera e, nonostante il tema della ragazza madre, a mio parere anche la storia lo è. Mi ha fatto venire in mente i romanzi di Sophia Kinsella (ne ho letti tre) ma devo dire che ho apprezzato di più quelli dell’autrice americana.

Sinossi

Verona non è la mia città. E la paleopatologia non è il mio mestiere. Eppure, eccomi qua. Com’è potuto succedere, proprio a me?

Mi chiamo Costanza Macallè e sull’aereo che mi sta portando dalla Sicilia alla città del Veneto dove già abita mia sorella, Antonietta, non viaggio da sola. Con me c’è l’essere cui tengo di più al mondo, sedici chili di delizia e tormento che rispondono al nome di Flora. Mia figlia è tutto il mio mondo, anche perché siamo soltanto io e lei… Lo so, lo so, ma è una storia complicata.

Comunque, ce la posso fare: in fondo, devo resistere soltanto un anno. È questa la durata del contratto con l’istituto di Paleopatologia di Verona, e io – che mi sono specializzata in Anatomia patologica e tutto volevo fare tranne che dissotterrare vecchie ossa, spidocchiare antiche trecce e analizzare resti centenari – mi devo adattare, in attesa di trovare il lavoro dei sogni in Inghilterra.

Ma, come sempre, la vita ha altri programmi per me. Così, mentre cerco di ambientarmi in questo nebbioso e gelido inverno veronese, devo anche rassegnarmi al fatto che ci sono delle scelte che ho rimandato per troppo tempo. Ed è giunto il momento di farle.

In fondo, che ci vuole? È questione di coraggio, è questione di intraprendenza… E, me lo dico sempre, è questione di Costanza.

Pubblicato in: Libri, luoghi

Hong Kong: Racconto di una città sospesa – Marco Lupis * impressioni di lettura

… Hong Kong è un sogno nato da un incontro d’amore tra Oriente e Occidente.

Di Hong Kong si parla spesso nei telegiornali, per lo più – almeno negli ultimi anni – a causa delle giustificate proteste da parte della popolazione (o di una parte di essa) contro le norme che limitano la libertà personale che il governo cinese continua a imporre all’ex colonia britannica. Forse alcuni (molti?) come me hanno di questa città una conoscenza piuttosto superficiale e nell’udire il suo nome pensano per lo più ai grattacieli o al suo passato nell’impero britannico o alla restituzione alla Cina, avvenuta nel 1997, con tutti i problemi che questa ha portato e porterà agli abitanti.

Ma, naturalmente, Hong Kong è molto di più.

In questo libro Marco Lupis attinge alla sua profonda conoscenza della città, che è quella di chi un luogo lo vive e lo ha vissuto veramente abitandovi e lavorandovi per anni, non di un semplice turista e nemmeno di un viaggiatore, e dipinge di Hong Kong un quadro accurato, che coglie e sottolinea le sue mille sfaccettature, le tante contraddizioni, il fascino e il disagio.

L’autore accompagna, o per meglio dire guida, il lettore seguendo un percorso particolare, con un racconto che inizia dalle tante isole (oltre 250) che costituiscono il territorio del Porto profumato (questo è il significato di Hong Kong in cinese) per mostrare come l’acqua, occupando quasi il 70 per cento della sua superficie, caratterizzi la città come “liquida”, tanto che più volte sono state interrate vaste aree di mare per aumentare la superficie edificabile (reclamation):

Dal 1887, Hong Kong ha strappato al fondo del mare oltre 70 chilometri quadrati di terra, inghiottendo nel processo oltre due dozzine di isole, isolotti e affioramenti rocciosi.

Mentre la narrazione prosegue spaziando dalla storia antica a quella coloniale e recente fino alla situazione attuale, diviene ancora più chiaro come Hong Kong sia e sia stata sempre sospesa fra due mondi opposti: passato e presente, oriente e occidente, ricchezza e povertà, feng shui e Triadi. Talvolta i due estremi si sono integrati ma più spesso questo non è avvenuto perché è troppa la distanza che li separa.

E dopo che la città è tornata sotto l’autorità cinese, nonostante la promessa espressa dalla formula “un paese due sistemi”, si è aggiunto un ulteriore drammatico motivo di contrasto, quello fra la democrazia preesistente e la progressiva soppressione delle libertà individuali:

Molti pensano che la lotta ideologica tra Pechino e l’Occidente finirà per bloccare e forse distruggere Hong Kong, e io sono tra questi. Sicuramente la sta condannando al declino. Ormai la città non viene più vista da nessuno dei due contendenti come un modello a cui ispirarsi, ma come un ammonimento reciproco: sui pericoli della democrazia – per Pechino e i suoi alleati; su quelli dell’autoritarismo – per l’opposizione democratica e i movimenti che hanno animato le proteste.

Ho sempre considerato che leggere un libro, soprattutto se ambientato in un luogo che non conosco direttamente nemmeno come turista, sia come affacciarmi da una finestra e vedere, attraverso gli occhi dell’autore, qualcosa di quel luogo e della vita delle persone che ci vivono. Con “Hong Kong: Racconto di una città sospesa” la finestra diviene una porta e la lettura un vero e avvincente viaggio nella geografia, nella storia e nella complessa attualità di questo luogo straordinario.

L’autore

Giornalista, fotoreporter e scrittore, Marco Lupis è stato corrispondente e inviato speciale dall’Estremo Oriente e soprattutto da Hong Kong, per le maggiori testate giornalistiche italiane (Panorama, Il Tempo, Corriere della Sera, L’Espresso e la Repubblica) e per la RAI.

Altri articoli sui libri di Marco Lupis:

I cannibali di Mao – impressioni di lettura

Hong Kong: Racconto di una città sospesa – segnalazione

Pubblicato in: Libri

2020: Il lockdown e la pandemia in prosa e poesia – Daniela Domenici * impressioni di lettura

La pandemia e il lockdown invadono ancora la nostra vita e Daniela Domenici ci propone nuove riflessioni, sulla situazione e sulle parole che quasi scandiscono i nostri giorni da oltre un anno. Molte delle composizioni raccolte in questo libro sono dedicate all’insegnamento, che per l’autrice è veramente una missione. Con versi freschi e arguti ma anche densi di emozioni, analizza e racconta la sua esperienza: la didattica a distanza, la ripresa di quella in presenza poi di nuovo abbandonata; la preparazione per gli esami di settembre, i collegi dei docenti, il senso dell’insegnare. E poi esprime le sensazioni, i dubbi e i timori condivisi da molti, mantenendo però sempre un tono apparentemente leggero e, soprattutto, senza rinunciare alla speranza.

Sinossi

L’autrice ci accompagna con leggerezza e ironia in questo lungo e difficile 2020, offrendoci nuove prospettive e utili spunti di riflessione. In questa seconda parte del suo diario della pandemia Daniela Domenici regala ancora una volta emozioni, il suo ottimismo pervade queste pagine, dai pezzi in prosa alle composizioni in rima, contagiando la lettrice e il lettore… e spontaneo nasce un complice sorriso.

Pubblicato in: Libri

Cambiare l’acqua ai fiori – Valérie Perrin * impressioni di lettura

(titolo originale Changer l’eau des fleurs, 2018; trad. Alberto Bracci Testasecca (2019))

Ho preso questo romanzo in prestito dalla libreria degli ebook (MLOL), incuriosita, appena un poco, anche dal suo successo. Ovviamente, mi capita di leggere libri che hanno avuto analogo successo o anche maggiore, per quanto di solito non mi senta attratta da un libro perché ha avuto successo: in alcuni casi mi sono piaciuti, in altri meno, in alcuni casi per niente.

E in questo caso? Di sicuro Cambiare l’acqua ai fiori non mi ha appassionata, a tratti forse mi è parso quasi un po’ noioso, forse ridondante. L’impostazione è particolare e questo potrebbe essere un pregio come un difetto o forse nessuno dei due. La storia è narrata in 94 capitoli, alcuni molto brevi e altri (pochi) più lunghi, e il racconto procede con un alternarsi di presente (dal 2016 al settembre 2017) e passato, o meglio vari momenti del passato che a loro volta si alternano per ricostruire alla fine la storia (passata e presente) della vita di Violette e in parte anche quella di Philippe, suo marito; a questa si aggiungono brani del diario di un’altra donna, che Violette conosce superficialmente nella sua veste di guardiana di cimitero diventando poi, dopo la sua morte, amica del figlio. Non voglio dire che sia difficile seguire il filo della narrazione, però questa risulta talvolta risulta – a mio parere – un po’ troppo frammentata.

L’altra cosa che mi aveva incuriosito di questo romanzo – se non fosse stato per questo probabilmente non lo avrei letto – era la professione della protagonista: guardiana di cimitero. Forse ho pensato a una sorta di Antologia di Spoon River o forse solo al fatto che un’ambientazione del genere mi sembrava originale e quindi volevo vedere che ruolo giocasse. Naturalmente il romanzo non somiglia all’opera di Edgar Lee Master, anche se in qualche caso parla delle persone sepolte nel cimitero (di Brancion-en-Chalon). La “storia al presente” di Violette inizia proprio perché lei è una guardiana di cimitero (ammesso e non concesso che ve ne siano, in Francia, qui da noi – almeno in quelli che conosco io – non ce ne sono), una guardiana piuttosto particolare, con cui le persone che vanno a trovare i loro cari defunti spesso si fermano a parlare, ospitati nella sua casa a bere qualcosa.

Commentare il libro senza rivelare troppo della storia non è facile e io non ci provo nemmeno, quindi sulla trama non aggiungo altro. Posso però dire qualcosa della protagonista, Violette. Diventa guardiana del cimitero nel 1997, sostituendo il precedente, Sasha, che va in pensione. Prende l’abitudine di annotare come si è svolta ogni sepoltura: il tempo che faceva, le persone che erano presenti, i fiori, le eventuali canzoni di addio, i discorsi tenuti; così, dice lei stessa, se qualcuno che non è venuto al funerale vuole sapere come si è svolto lei può raccontarlo, aiutandosi con gli appunti. Coltiva l’orto come le ha insegnato Sasha, conosce a memoria la collocazione di quasi tutte le tombe, ha una cagnetta. Éliane; nutre i gatti che vivono nel cimitero; ha sempre avuto come “libro della vita” Le regole della casa del sidro.

La narrazione è in prima persona, il punto di vista è quello di Violette; diventa in terza quando lei racconta di altri personaggi (soprattutto del marito Philippe) avvenimenti di cui è venuta a conoscenza. Ci sono inoltre, come ho accennato, brani del diario di Irene, una donna che vuole essere sepolta in quel cimitero insieme a un certo uomo, brani che ovviamente sono in prima persona, dal punto di vista di lei.

Complessivamente il romanzo non mi ha coinvolta molto, forse perché la vicenda principale, che ruota intorno a un evento tragico, è un po’ troppo “diluita” fra altre vicende e non solo quelle della protagonista o del marito, ma anche di alcuni “ospiti” del cimitero che non hanno altro ruolo nella storia se non quello di essere stati accompagnati all’ultima dimora anche da Violette. O forse perché, semplicemente, non ho provato empatia per la protagonista.

Anni fa ho letto e apprezzato L’eleganza del riccio, romanzo la cui protagonista nella sinossi di Cambiare l’acqua ai fiori viene avvicinata a Violette: per quello che ricordo io non trovo alcuna affinità fra i due personaggi.

Sinossi

Violette Toussaint è guardiana di un cimitero di una cittadina della Borgogna. Ricorda un po’ Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio, perché come lei nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una storia piena di misteri. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale.

Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime che parevano nere si rivelano luminose.

Pubblicato in: Libri

I vizi capitali e i nuovi vizi – Umberto Galimberti * impressioni di lettura

È questo un testo del 2003, che ho letto nell’edizione pubblicata nel 2020.

È il primo saggio che leggo di questo filosofo. Si tratta di un libro breve, snello, dalla scrittura fluida, non per questo meno consistente. Anzi, consistente lo è anche troppo. Perché alla fine, mi pare, conclude che non abbiamo speranza, come genere umano (e non posso dargli torto).

Una delle cose che ho spesso pensato leggendo testi filosofici e affini, come questo di Galimberti, è che gli autori “si limitano” a mettere in ordine, a razionalizzare, a descrivere concetti spesso banali, che sono sotto gli occhi di tutti. E il valore sta nell’evidenziare ciò che è “normale”, nello spiegare perché si sono instaurati meccanismi di cui più o meno siamo a conoscenza ma di cui non siamo realmente consapevoli (o preferiamo non esserlo).

I vizi capitali di cui tratta questo libro sono i famosi sette: ira, accidia, invidia, superbia, avarizia, gola, lussuria; a differenza dei nuovi identificati da Galimberti sono “personali”, cioè sono difetti della personalità di individui singoli. I nuovi, invece sono (come è scritto nell’introduzione)

“tendenze collettive”, a cui l’individuo non può opporre un’efficace resistenza individuale, pena l’esclusione sociale. E allora perché parlarne? Per esserne almeno consapevoli, e non scambiare come “valori della modernità” quelli che invece sono solo i suoi disastrosi inconvenienti.

I sette nuovi vizi sono: consumismo, conformismo, spudoratezza, sessomania, sociopatia, diniego, vuoto.

Il diniego è l’indifferenza verso le disgrazie altrui, specie quelle che accadono lontano da noi e contro il quale andrebbe opposta la fraternità.

Il vuoto riguarda soprattutto i giovani, ed è nichilismo, incomunicabilità, mancanza di desideri, scarsa autostima perché

la famiglia non svolge più alcuna funzione e la società alcun richiamo…

Pubblicato in: Libri

Natale punto e a capo – Concetta D’Orazio – Impressioni di lettura

Tre racconti, tre storie ciascuna delle quali ha per protagonista una donna. Storie di persone comuni che vivono, come tutti, le difficoltà di un momento tanto complicato e in cui è davvero immediato identificarsi e provare empatia. Storie delicate e forti nello stesso tempo, che lasciano al lettore un gusto dolce di speranza.

Una bella scrittura le rende ancora più godibili e non è certo questa una novità, anche le altre opere dell’autrice sono caratterizzate da proprietà e ricchezza di linguaggio, nonché da uno stile raffinato.

Sinossi

Natale punto e a capo. Storie ai tempi della pandemia.
Una raccolta ambientata sul finire dell’anno 2020. Ogni racconto porta il nome di una donna.
Il destino, incomprensibile e meraviglioso allo stesso tempo, imprime il segno, in diverso modo, sulle vicende di Tina, Regina e Margherita.