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Di qui qualche anno – Francesco Zampa – impressioni di lettura

L’autore si affida a un romanzo distopico dalle tinte cupe del noir per trattare un tema che è purtroppo sempre di grande attualità, la violenza di genere.

La storia è ambientata in un tempo che potrebbe essere il presente o un futuro molto prossimo e descrive una situazione altamente drammatica: le donne vengono decimate da una misteriosa malattia e molte delle superstiti non sono più fertili. Questo significa che l’umanità intera è a rischio di estinzione ma nemmeno una prospettiva così grave impedisce comportamenti violenti e dispotici di una parte degli appartenenti al sesso maschile nei confronti delle poche donne sopravvissute.

La ricerca da parte del protagonista, il detective Kenneth Eckart, di una ragazza scomparsa non può che causare ulteriori violenze e problemi da parte di chi vorrebbe rintracciarla per averla per sé. Nella sua indagine il detective non può contare altro che su se stesso ma non si arrende, anche perché nella vicenda è coinvolta sua moglie Leyla, che lui ama molto.

Il romanzo si articola in un alternarsi di parti narrate in terza persona con altre in cui è il protagonista, cioè Eckart, l’io narrante. Questo consente di seguire la storia da più punti di vista.

Il personaggio di Eckart mi ha ricordato Philip Marlowe (di Raymond Chandler), per il suo ostinarsi a seguire tracce, indizi e intuizioni anche quando sa o prevede che farlo gli porterà soprattutto guai, senza piegarsi a compromessi e rimando fedele ai propri valori.

Sinossi

In un presente indefinito, un male misterioso fa strage di donne fertili e una mutazione spontanea preserva le superstiti con la sterilità. Molti uomini cadono nella disperazione, vittime collaterali, mentre si scatena una guerra silenziosa per il possesso della ambite prede rimaste, sullo sfondo di una società ancora organizzata ma sull’orlo del caos.
Il detective Eckart è abituato agli incarichi di mariti traditi e non ha avuto troppe difficoltà a modificare le sue prestazioni professionali sull’onda del mutato ordine sociale.
Per scrupolo, ha anche messo al sicuro sua moglie Leyla in un programma protezione, con il patto indissolubile di perdere ogni contatto.
Quando il commissario Branagh cerca sia Leyla che Rivka, una ragazza ebrea scomparsa, Eckart non può fare a meno di andare a cercare dove non dovrebbe, incrociando la sua strada con quella dei molti altri che vorrebbero impadronirsi della ragazza.

Il blog di Francesco Zampa: http://ilmaresciallomaggio.blogspot.it

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Greyhound – C.S. Forester * impressioni di lettura

(titolo originale The Good Shepherd, 1955; ripubblicato nel 2019; trad. Nello Giugliano (2020), Newton Compton editori s.r.l)

Un romanzo di guerra e di mare. E di un solo uomo, sostanzialmente: il comandante George Krause della marina militare statunitense, che ha ai suoi ordini quattro navi da guerra alleate incaricate di proteggere un convoglio di trentasette navi mercantili dirette in Inghilterra per portare rifornimenti. Il convoglio deve passare dall’Atlantico del nord, pattugliato dai sottomarini tedeschi, gli U-Boot, pertanto la missione di Krause è difficile e quasi impossibile.

La vicenda narrata è riferita a due sole giornate, in cui il comandante rimane sempre sveglio a dirigere le operazioni della sua nave e delle altre.

Il libro è diviso in tre capitoli, ma in realtà il primo e il terzo sono più una specie di prologo ed epilogo, tutta la storia è narrata nel secondo, suddiviso – se così si può dire – in parti di quattro ore ciascuna, da Mercoledì. Turno del mattino: 08:00-12:00 a Venerdì. Turno del mattino: 08:00-12:00.

Krause è un uomo religioso, severo ed esigente con se stesso, poco empatico e poco cordiale. Ciò nonostante prende ogni sua decisione riflettendo anche su come questa potrà influire sui suoi sottoposti e sugli equipaggi per limitare al minimo le sensazioni negative che questi potrebbero provare. Questo non significa che non operi le scelte che ritiene più adeguate, solo che cerca di immaginare ogni possibile conseguenza prima di procedere. La sua esperienza lo aiuta nel valutare in pochissimi secondi le situazioni e nel dare i comandi necessari senza indugiare in lunghe riflessioni.

Il suo senso del dovere lo tiene nella plancia di comando per oltre quarantotto ore, praticamente ininterrotte – salvo qualche veloce rientro in cabina per necessità indifferibili – (è in plancia che mangia qualcosa due o tre volte in due giorni e due notti).

Questo l’incipit del secondo capitolo:

Mercoledì. Turno del mattino: 08:00-12:00

C’erano quasi duemila uomini in quella flotta; ce n’erano più di ottocento a bordo delle quattro navi da guerra che la scortavano. Volendo attribuire valori numerici a concetti in realtà non ben misurabili, tremila vite umane, nonché merci e beni per cinquanta milioni di dollari, dipendevano dall’operato del comandante George Krause della marina militare statunitense, quarantadue anni di età, un metro e ottanta di altezza, settanta chili di peso, carnagione né troppo chiara né troppo scura, occhi grigi; e non aveva solo l’incarico di proteggere il convoglio, era anche l’ufficiale in comando della Keeling, il cacciatorpediniere classe Mahan, millecinquecento tonnellate di dislocamento, entrata in servizio nel 1938.

Krause parla con i comandanti delle altre tre nevi da guerra tramite il TBS:

Krause balzò al radiotelefono, conosciuto anche con l’acronimo TBS, Talk Between Ships, perché serviva appunto a mettere in comunicazione tra loro le varie navi della flotta.

Le quattro navi di scorta e i rispettivi nomi in codice per il TBS sono:

il cacciatorpediniere Americano Keeling → George
il cacciatorpediniere polacco Viktor → Eagle
la corvetta inglese James → Harry
la corvetta canadese Dodge → Dicky.

Durante il viaggio vengono ingaggiate varie battaglie fra le navi di scorta e gli U-Boot, il romanzo praticamente descrive minuto per minuto i momenti salienti degli scontri e degli inseguimenti. La narrazione è un susseguirsi di rilevazioni tramite radar e sonar, di indicazioni della rotta da seguire, di concertazioni tramite TBS fra due o più navi… leggendo sembra un po’ di essere in plancia accanto a Krause. Questo risulta un po’ monotono, per quanto si tratti di un racconto realistico. L’aspetto a mio parere più interessante, a meno che uno non sia un patito di battaglie descritte con molti particolari, è la figura del protagonista. Un uomo solo al comando, davvero, perché questo è Krause, che dà ordini e opera scelte senza esitazioni perché questa è la sua responsabilità.

Adesso era necessario schierare nel migliore dei modi le restanti due navi da guerra, la Keeling e la canadese Dodge, a tribordo dell’anca; doveva provare, con due imbarcazioni, a schermarne trentasette. Il convoglio copriva più di quattro miglia quadrate di superficie marittima, un bersaglio immenso anche per un siluro sparato “alla cieca”, siluro che poteva partire comodamente da qualsiasi punto in un semicerchio di circa quarantacinque miglia. Il miglior modo per tenere sotto controllo un’area tanto vasta con due navi non poteva che essere un mero compromesso, ma bisognava ancora metterlo in atto. Krause tornò a parlare nel telefono.

Sinossi

Un grande romanzo storico 
1942.
Gli Stati Uniti sono appena entrati in guerra. Il Comandante Ernest Krause ha ricevuto l’incarico di portare a termine una missione ad altissimo rischio: guidare il convoglio Greyhound, formato da trentasette navi mercantili, lungo la rotta che passa tra i mari ghiacciati del Nord Atlantico, infestato dai micidiali U-boot, i sottomarini della flotta nazista. L’obiettivo è quello di portare agli alleati inglesi preziosi rifornimenti, indispensabili per resistere agli attacchi tedeschi. Ma il Comandante sa che raggiungere l’obiettivo è quasi impossibile: i sommergibili tedeschi sono superiori in potenza e in numero: Krause ha solo 48 ore di tempo per completare quella che sembra una missione destinata a fallire. A meno che…
Da questo romanzo il film Greyhound, diretto da Aaron Schneider con Tom Hanks

l’autore

Cecil Scott Forester, pseudonimo di Cecil Louis Troughton Smith (Il Cairo, 27 agosto 1899 – Fullerton, 2 aprile 1966), è stato uno scrittore inglese.

I suoi lavori più noti sono gli undici libri della serie dedicata a Horatio Hornblower, riguardanti le azioni belliche navali durante l’epoca napoleonica, e “La Regina d’Africa (1935), da cui fu tratto un film, realizzato nel 1951 da John Huston, e che ebbe come protagonisti Humphrey Bogart e Katharine Hepburn. (da Wikipedia)

Anni fa ho letto “La Regina d’Africa” e ho visto più volte l’omonimo film in tivù.

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Destinazione Amazon Ads – Michele Amitrani * impressioni di lettura

Un saggio? Una raccolta di consigli? Il resoconto di un’esperienza? “Destinazione Amazon Ads è tutto questo e anche di più. In modo semplice l’autore fornisce informazioni e suggerimenti su come utilizzare le Amazon Advertising – cioè la pubblicità a pagamento -, attingendo alle proprie esperienze dirette.

Michele Amitrani spiega che non esiste un modo infallibile per aumentare le vendite dei propri ebook a dismisura, e perciò offre una serie di spunti per effettuare i tentativi che potrebbero essere più efficienti e meno costosi e analizzare i risultati allo scopo di “aggiustare il tiro”. E lo fa con un tono spesso venato di autoironia e con chiarezza.

Sinossi

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Su romanzi regency e dintorni

Di seguito i link agli articoli del blog riferiti a segnalazioni o commenti a romanzi ambientati nel periodo Regency o poco prima.

Un libertino per marito – Ella S. Bennet

Il patto di Alicya – Ella S. Bennet

Un marito per Martha – Ella S. Bennet

Claire – Ella S. Bennet

La dama in verde – Antonia Romagnoli

Regency & Victorian: In viaggio fra usi e costumi dell’800 inglese – Antonia Romagnoli

Un’estate da ricordare – Mary Balogh

Due romanzi di Georgette Heyer

La pedina scambiata – Georgette Heyer

Belinda e il duca – Georgette Heyer

Il destino in una stellaMiriam Formenti

Amabile canaglia – Miriam Formenti

Un matrimonio d’affari – Tessa Dare

La sorella sbagliata – Christine Merrill

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Il borghese Pellegrino – Marco Malvaldi * Impressioni di lettura

In questa storia, come in “Odore di chiuso”, troviamo fra i protagonisti (forse stavolta lui e il suo libro di ricette sono proprio i protagonisti) Pellegrino Artusi, nato a Forlimpopoli nel 1820 e vissuto a Firenze dal 1851, buongustaio e autore di un famoso libro di ricette, “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene”.

Di cibo si parla parecchio, nel romanzo, anche perché la maggior parte dello stesso si svolge nel castello di Secondo Gazzolo, che ha una fiorente industria di carne in scatola e più di una volta vediamo lui e i suoi ospiti a tavola.

Siamo nel 1900 e un gruppetto di uomini si ritrova a Campoventoso, il castello del citato commendator Gazzolo, per perfezionare accordi commerciali con il governo turco; vi sono solo due donne, Delia, la figlia del ragionier Bonci, e la moglie del padrone di casa. Ci sono anche una cameriera, che preferisce essere chiamata Crocetta, invece che con il proprio vero nome, e un maggiordomo, Bartolomeo.

Il morto ci scappa dopo circa un terzo del romanzo ma l’autore rassicura noi lettori, con il consueto tono ironico, fino dalle prime pagine sul fatto che un cadavere ci sarà:

Sappiamo che la vita di ognuno di noi giunge al termine, ma non c è dato di sapere né come né quando.

E infine ci sei tu, amico lettore o più probabilmente amica lettrice, che rispetto al dottor professor Paolo Mantegazza e a tutti gli altri uditori della conferenza hai un vantaggio sleale. Cioè, siccome quello che stai leggendo è un giallo, sei perfettamente consapevole che nel volgere di qualche pagina qualcuna delle persone che stai per conoscere tirerà il calzino. E, seppure ignorando i termini precisi dell’evento, sai benissimo che verrà assassinata. Solo, ignori chi sta per lasciarci, e chi ne sia il responsabile.

Se hai un po’ di pazienza, ci arriveremo.

Divertenti anche i titoli dei capitoli: si comincia con “Inizio” e si prosegue con “Meno cinque” e via così fino a “Meno uno”, con un intermezzo dal diario di Pellegrino Artusi (più avanti ce ne sono altri tre), poi da “Uno” a “Cinque”, seguito da “Radice di trentadue”, “Sei”, “Due pi greco”, “Sette, credo”, “Sette per davvero”, “Da duecentosettanta a centosettantasei”, “Otto”, “Nove”, “Epilogo”.

Oltre all’originale vicenda gialla, abilmente costruita e intrigante, è come sempre il modo di narrare di Malvaldi a rendere piacevole la lettura nonché il parco dei personaggi, tutti molto vivi e realistici, con i loro difetti e le loro qualità.

Insomma, a me questo scrittore piace e a chi non lo conosce consiglio di assaggiare i suoi romanzi.

Nel blog potete leggere altri articoli sui suoi libri: “Vento in scatola”, “Negli occhi di chi guarda (citazione)”.

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Il mostruoso femminile – Jude Ellison Sady Doyle * impressioni di lettura

(titolo originale Dead Blondes and Bad Mothers: Monstrosity, Patriarchy, and the Fear of Female Power, 2019; trad. Laura Fantoni (2021), edizioni Tlon)

In questo saggio l’autrice analizza i modi in cui viene proposta l’immagine della donna nei miti, nei film, nei romanzi con specifico riferimento a donne che “fanno paura”, che sono “mostruose”. In realtà le donne risultano essere tutte mostruose dal momento in cui riescono a liberarsi dal controllo della società ovvero dell’uomo (visto che la società è patriarcale). Ed è questo che spaventa, il fatto che le donne, che hanno l’immenso potere di dare la vita, possano decidere per se stesse e quindi divenire incontrollate e incontrollabili.

Jude Ellison Sady Doyle scrive di femminismo e questo libro è un libro femminista. E tutto quello di cui parla è assolutamente attuale, purtroppo: la parità di genere (espressione che a me non piace, ma questo non significa niente) è ancora un’utopia e la violenza che le donne subiscono dagli uomini (in tutti i sensi e modi) una realtà.

Il mostruoso femminile” tratta di temi importanti sui quali è opportuno fermarsi a riflettere e che andrebbero portati all’attenzione, in particolare, dei giovani, visto che un cambiamento è possibile solo da domani e quindi è nelle mani e nelle menti delle giovani generazioni.

Qualche citazione:

La mostruosità femminile si insinua in ogni mito, dal più noto al meno conosciuto…

Queste figure – di una bellezza letale o di una bruttezza intollerabile, subdole o traboccanti di furore animale – rappresentano tutto ciò che gli uomini trovano minaccioso nelle donne: bellezza, intelligenza, rabbia e ambizione.

L’umanità è definita dagli uomini, perciò le donne, che non sono uomini, non sono umane.

Il patriarcato è un’egemonia culturale e morale che impone un’unica e “naturale” struttura familiare – quella in cui l’uomo si serve della donna per procreare e crescere i “suoi” bambini e dove il padre esercita un’autorità indiscutibile su madre e figli….

La facoltà maschile di disporre sessualmente delle donne è il fondamento del patriarcato. … La sessualità femminile può esistere solo con il permesso maschile e in risposta al bisogno maschile; in realtà, il desiderio femminile è così intrinsecamente sovversivo che sarebbe meglio far finta che non esista.

Affinché sia inattaccabile, il patriarcato deve essere rappresentato come necessario.

Sinossi

Se un mostro è un corpo spaventoso perché fuori controllo, una donna mostruosa è una donna libera dal controllo dell’uomo. “Il mostruoso femminile” è un saggio sulla natura selvaggia della femminilità, che viaggia tra mito e letteratura, cronaca nera e cinema horror, mostrando la primordiale paura che il patriarcato nutre da sempre nei confronti delle donne. Da “L’esorcista” alla dea babilonese Tiamat, dalla biblica Lilith a “Giovani streghe”, attraversano leggende e vite dimenticate, Jude Ellison S. Doyle compie un viaggio alla scoperta dell’oscura potenza delle donne, rivendicando l’orrore come forza creatrice, capace di rompere le catene millenarie dell’oppressione patriarcale.

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2666 – Roberto Bolaño * cenni sulla trama

(titolo originale “2666”, 2004; traduzione di Ilide Carmignani, edizione italiana digitale del 2012)

Ricordo che questo romanzo è composto da 5 parti, che si intitolano rispettivamente: La parte dei critici, La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti, La parte di Arcimboldi.

In questo articolo lascio intanto un cenno alla trama di ciascuna delle cinque parti; i cinque romanzi sono tutto complessi e densi di personaggi, in particolare gli ultimi due, che sono anche più lunghi.

Forse non vi conviene proseguire nella lettura se intendete leggere il libro.

La parte dei critici

Quattro critici letterari di quattro diverse nazionalità diventano profondi ammiratori e conoscitori dello scrittore tedesco Benno von Arcimboldi, personaggio che non riescono a incontrare e che conoscono pochissime persone. Seguono le sue tracce fino in Messico, senza però trovarlo. A Santa Teresa sentono parlare di molti omicidi di donne avvenuto negli ultimi anni. Un mio breve commento lo trovate qui.

La parte di Amalfitano

Amalfitano è un professore che i critici conoscono a Santa Teresa, Messico, dove sono andati in cerca di Arcimboldi (di cui qualcuno ha segnalato la presenza o almeno il passaggio in quella città). Si è trasferito in Messico da Barcellona, insieme alla figlia Rosa; sua moglie, Lola, lo aveva abbandonato per andare a visitare un poeta che viveva in un manicomio quando ancora viveva a Barcellona e Rosa era bambina. Viene raccontata la storia di Lola: le sue visite al poeta, una relazione con un uomo conosciuto al cimitero (dove Lola per qualche tempo vive), infine la visita alla casa del marito per rivedere la figlia dopo sette anni, perché è malata.

A Santa Teresa Amalfitano trova fra i suoi libri un testo di geometria che non ricorda di aver mai preso; lo appende ai fili per i panni in giardino, come aveva fatto Duchamp in una delle sue opere.

Fra le altre cose, a un certo punto inizia a sentire una “voce” e dopo aver cercato di sfuggirle per più giorni, accetta di ascoltarla e parlarci. Forse è la voce di suo padre.

La parte di Fate

Oscar Fate (in realtà si chiama Quincy Williams) è un giornalista americano di colore. La sua parte inizia con la morte della madre e con un viaggio che fa a Detroit come inviato della rivista per cui lavora per parlare con Barry Seaman, ex pantera nera di cui ci viene raccontata una parte della vita (è stato in prigione; poi ha scritto un libro di ricette sulle costolette di maiale) e che va a fare una conferenza su paura, denaro, cibo, stelle, utilità.

Fate viene poi incaricato di andare a Santa Teresa, Messico, per scrivere un articolo sull’incontro di pugilato fra un pugile americano (Count Pickett) e uno messicano (Merolino Fernandez). Dopo un volo fino a Tuckson va in auto fino a Santa Teresa, attraversando il deserto.

Conosce diverse persone fra cui vari altri giornalisti sportivi sia americani sia messicani e con questi anche il pugile Merolino Fernandez. Quando viene a sapere che in città sono state uccise circa duecento donne, forse da uno stesso assassino, chiede al suo capo se dopo l’incontro di boxe può rimanere per indagare e scrivere un pezzo su questa vicenda ma il capo gli dice che l’argomento non è interessante e che il soggiorno costa troppo. Fate incontra anche una giornalista messicana, giovane, che deve intervistare il principale indiziato, un uomo arrestato per gli omicidi, e poi anche Rosa Amalfitano. Dopo l’incontro il giornalista resta con un gruppo di messicani che ha conosciuto, fra cui Rosa; quando accompagna a casa la ragazza, Amalfitano gli chiede di portarla in USA con sé e farle prendere un aereo per Barcellona. Fate parte quindi con Rosa e con la giornalista, dopo essere stato con lei a fare l’intervista in carcere.

La parte dei delitti

Questa parte si svolge a Santa Teresa e racconta delle donne uccise in questa città.

I personaggi sono molti e di molti viene raccontata una parte della vita, a volte breve a volte anche piuttosto lunga. Oltre alle vittime e ai sospettati dei delitti, vi sono investigatori e giornalisti; fra gli altri: Sergio Gonzales, giornalista culturale; Juan de Dios Martinez. l’agente della polizia giudiziaria che segue alcuni dei casi di omicidio; Elvira Campos, la direttrice del manicomio; Harry Magenta, uno sceriffo americano che va a Santa Teresa a indagare; Florita Almada, una curandera che ha delle visioni sulle donne uccise; Kessler, un anziano ex detective USA che ha anche scritto un libro ed è stato consulente x film su serial killer; Lalo Cura, un sedicenne assunto come guardia del corpo della moglie di un narcotrafficante che poi diventa un poliziotto.

Tutta la parte è un susseguirsi del racconto dei ritrovamenti dei cadaveri delle donne e bambine, in ordine cronologico, inframmezzato dalle indagini e dai racconti che riguardano i personaggi coinvolti.

Un uomo viene accusato di alcuni dei delitti e viene messo in prigione, in attesa del processo; è un tedesco con cittadinanza degli Stati Uniti, Klaus Haas, proprietario di alcuni negozi di computer; di lui vengono raccontate soprattutto le vicende in carcere.

Tutta questa parte è una sorta di affresco delle condizioni di Santa Teresa (e del Messico, suppongo), in cui fra le altre cose c’è un’enorme corruzione, la polizia è impotente (quando non corrotta, ovviamente) e così pure la stampa.

In questa parte i dialoghi non sono introdotti dai consueti simboli, come accade nei romanzi di Saramago.

La parte di Arcimboldi

La parte narra la storia di Hans Reiter, iniziando da suo padre, che perde una gamba nella guerra del 15-18 e con sua madre, guercia. Hans ama il mare e l’acqua; ha una sorella di circa dieci anni più giovane, Lotte. Hans frequenta la scuola fino a undici-dodici anni, poi inizia a fare dei lavori semplici; quando è più grande viene richiamato alle armi e con l’esercito si muove per l’Europa (fra le altre cose trascorre mesi alla linea Maginot e poi in Polonia).

Viene ferito e, durante la convalescenza che trascorre in un villaggio, trova in un’isba il diario di un ebreo, Boris Ansky, e lo legge più e più volte. Verso la fine della guerra Hans viene fatto prigioniero dagli americani, come altri soldati tedeschi; nel campo dove viene detenuto conosce un certo Sommer ex sindaco di una cittadina che gli racconta di aver fatto sopprimere circa 400 ebrei e lo uccide, senza essere scoperto.

Finita la guerra si stabilisce a Colonia dove lavora come buttafuori in un bar. Ritrova una ragazza conosciuta tempo prima, Ingeborg, e si mette con lei. Scrive un romanzo che firma come Benno von Arcimboldi (riferimento espresso al pittore italiano del Seicento) e lo manda a vari editori.

Un editore di Amburgo, Bubis (quello citato nella Parte dei Critici), che ha settant’anni anni ed è sposato con una trentenne, la baronessa Von Zumpe, una donna che Hans-Benno ha conosciuto quando era ragazzo. decide di pubblicarlo. Hans va ad Amburgo per firmare il contratto e Bubis capisce che Benno non è il suo nome ma lui non gli svela quello vero.

Ingeborg ha la tbc e dopo qualche anno muore; Arcimboldi va a Venezia e lavora come giardiniere pur continuando a scrivere e a pubblicare. È un solitario, che non guarda la tv né rilascia interviste; evita le persone.

L’editore muore e la casa editrice viene gestita dalla sua vedova, la baronessa.

Di quando in quando lei e Benno si rivedono e mantengono comunque una corrispondenza.

A questo punto viene raccontata la storia di Lotte Reiter (la sorella di Hans-Arcimboldi): bambina (molto unita al fratello maggiore), adolescente, donna; Lotte sposa Werner Haas e da lui ha un figlio, Klaus, che somiglia a Hans. Klaus è un po’ scapestrato e da adulto (sui vent’anni) va vivere a New York) e dà pochissime notizie di sé alla famiglia. Lotte ha un incubo ricorrente sulla casa americana del figlio. Muore Werner.

Nel 1995 Lotte riceve un telegramma da Santa Teresa (Messico) dall’avvocata di Klaus che è in carcere accusato dell’uccisione di alcune donne. Inizia per Lotte un susseguirsi di viaggi in Messico per andare a trovare Klaus. Nel 2001, prima di partire per il Messico, all’aeroporto di Francoforte, compra per caso un libro di Arcimboldi e scopre che il romanzo narra la sua infanzia (con Hans e la famiglia). Ne racconta a Klaus e gli lascia il libro; telefona all’editrice di Benno e parla con la baronessa spiegandogli di essere la sorella dello scrittore. Quando Lotte torna in Germania, Hans va a farle vistita e lei gli chiede di occuparsi di Klaus (quando lei non ci sarà più).

Il giorno dopo Hans va ad Amburgo per prendere un volo diretto per il Messico; si ferma a un bar e parla con il discendente del creatore in un gelato.

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2666 – Roberto Bolaño * Impressioni di lettura #1

(titolo originale “2666”, 2004; traduzione di Ilide Carmignani, edizione italiana digitale del 2012)

Questo romanzo è composto da 5 parti, che si intitolano rispettivamente: La parte dei critici, La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti, La parte di Arcimboldi.

Al momento ho finito “La parte dei critici” e, in effetti, i protagonisti sono quattro critici letterari: Pelletier, Espinoza, Liz Norton e Morini, rispettivamente un francese, uno spagnolo, un’inglese e un italiano. I quattro sono accomunati dalla passione e l’interesse per uno scrittore tedesco, Benno von Arcimboldi di cui diventano i principali conoscitori. Si tratta di un interesse profondo, quasi maniacale, forse dovuto anche al fatto che lo scrittore pare scomparso, da anni nessuno lo ha più visto e le tracce di lui sono pochissime, confuse e probabilmente illusoria.

La vicenda narrata ruota intorno a questa passione e alla ricerca dello scrittore ma anche ai rapporti fra i quattro, che sono molto profondi nonostante vivano in nazioni diverse; l’unica donna, Liz Norton, ha – forse – anche il ruolo di collante del gruppo, non per nulla diviene l’amante di tutti e tre gli amici.

2666 – le parti che ho letto, ovviamente – mi è piaciuto moltissimo, la scrittura è ironica, vi traspare cultura ma non è pedante; l’autore riesce a rendere credibile, ovvio e naturale qualunque evento, dettaglio o altro di cui scrive; ogni azione compiuta o parola detta dai protagonisti o dagli altri personaggi suona naturale, anche quando potrebbe apparire insolita.

Conoscevo di nome questo scrittore ma non avevo mai letto niente di suo; qualche giorno fa un post su Facebook mi ha incuriosita: come in altri casi di scrittori considerati grandi (ad esempio Saramago) qualcuno decantava la genialità e qualcun altro l’illeggibilità, la noia. Ho pertanto deciso di farmi una mia opinione e sono contenta di aver intrapreso questa lettura. Sono abbastanza sicura che anche le quattro parti che mi mancano non mi deluderanno.

Non ho ancora scoperto il perché del titolo, non ho cercato commenti in rete perché non voglio essere influenzata, ho solo scorso la biografia di Bolaño tanto per avere un’idea.

Al momento sto leggendo “La parte dei delitti” e, in effetti, un lungo elenco di omicidi, commessi in Messico, a Santa Teresa, di donne e bambine (la maggior parte anche stuprate e picchiate) sembra essere l’elemento che accomuna la quattro parte.

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I cani di strada non ballano – Arturo Perez-Reverte * impressioni di lettura

(titolo originale “Lo perros duros no bailan”, 2018; traduzione di Bruno Arpaia)

Un romanzo breve in cui i personaggi sono tutti cani. Cani di strada, per lo più. Il protagonista è Nero, che per due anni ha combattuto contro altri cani in quello che chiama Scannatoio ed è poi diventato guardino del magazzino dello stesso padrone che lo aveva fatto combattere. Nero racconta in prima persona, ecco qualcosa di ciò che dice di sé:

Sono nato meticcio, incrocio fra un mastino spagnolo e un fila brasileiro.

Non a caso per due anni mi sono guadagnato da vivere con quelli che chiamano combattimenti di cani, sapete di cosa parlo: un cerchio – lo Scannatoio, in gergo cagnesco –, un mucchio di umani sudati e vociferanti che scommettono denaro e due lottatori dagli occhi febbrili che si affrontano a morsi. All’ultimo sangue. E cose del genere non accadono e poi si dimenticano facilmente.

Nero e altri cani, fra cui Agilulfo, un segugio magro, filosofo e colto, si incontrano all’Abbeveratoio di Margot, un canale di scolo in cui sversa una distilleria di anice, che Margot, una bovara delle Fiandre, tiene pulito e protetto dai gatti.

La storia si apre all’Abbeveratoio, dove Nero scambia due chiacchiere con Agilulfo e con Margot e dalla seconda pagina scopriamo quale sarà la trama: un altro cane, Teo, l’amico di Nero, è scomparso da alcuni giorni insieme a Boris il Bello e nessuno sa dove sia finito.

Un po’ di tempo prima l’amicizia fra Nero e Teo si era incrinata a causa di una femmina, Didone, che piaceva a tutti e due e aveva scelto Teo. Nonostante questo Nero decide di indagare e, domandando qua e là, segue le tracce di Teo e di Boris, scoprendo che quasi certamente sono stati catturati dagli uomini che organizzano i combattimenti fra cani. Per essere sicuro che le cose stiano così c’è solo un modo: farsi catturare da quegli stessi uomini. Così Nero torna ad essere per un po’ di nuovo un cane che combatte e questo lo costringe a uccidere ancora ma gli consente anche di ritrovare Teo…

Nero è un vero e proprio eroe, a mio parere, una sorta di Philip Marlowe, altrettanto disincantato e nello stesso tempo idealista. Non è perfetto, ha dovuto uccidere per sopravvivere, ma al momento in cui sente che l’amico è in pericolo rischia la vita per trovarlo e salvarlo, perché

Un cane non è altro che una lealtà in cerca di una causa.

Sfidando la sorte accetta di tornare al mondo da cui era uscito vivo – come a pochi succede – e si ritrova così a lottare contro i suoi simili, in allenamento e nel combattimento vero e proprio.

La cosa peggiore, nello Scannatoio come nella vita, non è il combattimento. È l’attesa.

Insomma, Nero fa quello che va fatto, una volta presa la decisione di cercare Teo non ha dubbi né incertezze, non si chiede quanto potrebbe costargli.

Intorno al protagonista molti personaggi, da Susa, la puttanella del Varco del Topo a Tequila, la capobanda dei cani trafficanti di ossi e resti di macelleria, da Helmut e i suoi compari neo-nazisti al bassotto Mortimer che

Andava subito al sodo. Ti si piantava davanti con le sue zampe corte, la coda tesa e gli occhi tranquilli, e ti spiattellava in faccia la verità senza battere ciglio. Era un cane a bruciapelo. Zero in diplomazia canina.

Sinossi

È per via dell’anice sversato nel fiume dalla distilleria che i cani del quartiere si riuniscono, di sera, all’Abbeveratoio di Margot. Oggi, tra un sorso e l’altro, serpeggia nell’aria la preoccupazione. Da parecchi giorni due di loro mancano all’appello: il ridgeback rhodesiano di nome Teo e il levriero russo Boris, detto Il Bello. Gli altri, i loro compagni, hanno intuito che la scomparsa nasconde qualcosa di sinistro e sono all’erta. E uno di loro, un meticcio con lo sguardo segnato dal sangue e dalla fatalità, un ex lottatore sopravvissuto a due anni di combattimenti feroci in un capannone di periferia, decide di cercarli. Il suo nome è Nero. Ha l’anima rappezzata e gli occhi da vecchio, cicatrici sul muso e nella memoria, ma da solo intraprende il viaggio, la sua nuova ricognizione nelle cattiverie della vita.

È indimenticabile questa storia nera che Pérez-Reverte inventa. Una compagnia di personaggi duri e beffardi, sui quali si staglia un meticcio coraggioso e solitario che si muove in un mondo diverso da quello degli umani, dentro il quale valgono soltanto le migliori regole della lealtà e dell’appartenenza. Un mondo che a volte ha clemenza per gli innocenti, e una giustizia per chi è colpevole.

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Questione di Costanza – Alessia Gazzola * Impressioni di lettura

Costanza è una giovane donna siciliana, ragazza madre di una bambina di quasi tre anni, che ottiene un contratto per un anno presso l’istituto di Paleopatologia, per un’attività che riguarda solo in parte la sua specializzazione in medicina, ma ha bisogno di lavorare e lo accetta. Il lavoro è a Verona, dove già vive la sorella più giovane, psicologa, con cui va ad abitare.

Costanza mi ricorda molto Alice Allevi, come carattere e atteggiamento, indecisa e abbastanza portata a combinare guai e come i romanzi che hanno Alice come protagonista anche questo mi ha lasciata insoddisfatta e non solo per il fatto che è in pratica la prima metà di una storia, ma proprio per come procede la narrazione, che si dilunga – a mio parere – troppo in dettagli e scene non essenziali.

La vicenda di Costanza (narrata in prima persona) si alterna a quella (raccontata in terza persona) di Selvaggia e Biancofiore, due figlie naturali di Federico II di Svevia, a cui rimandano i resti di un corpo trovato nel sito in cui la giovane patologa lavora. L’autrice in una nota finale spiega quanto di questa parte è sua invenzione o supposizione quanto dato reale.

Ho trovato la storia piuttosto poco realistica ma non scendo in dettagli per evitare lo spoiler.

La scrittura è leggera e, nonostante il tema della ragazza madre, a mio parere anche la storia lo è. Mi ha fatto venire in mente i romanzi di Sophia Kinsella (ne ho letti tre) ma devo dire che ho apprezzato di più quelli dell’autrice americana.

Sinossi

Verona non è la mia città. E la paleopatologia non è il mio mestiere. Eppure, eccomi qua. Com’è potuto succedere, proprio a me?

Mi chiamo Costanza Macallè e sull’aereo che mi sta portando dalla Sicilia alla città del Veneto dove già abita mia sorella, Antonietta, non viaggio da sola. Con me c’è l’essere cui tengo di più al mondo, sedici chili di delizia e tormento che rispondono al nome di Flora. Mia figlia è tutto il mio mondo, anche perché siamo soltanto io e lei… Lo so, lo so, ma è una storia complicata.

Comunque, ce la posso fare: in fondo, devo resistere soltanto un anno. È questa la durata del contratto con l’istituto di Paleopatologia di Verona, e io – che mi sono specializzata in Anatomia patologica e tutto volevo fare tranne che dissotterrare vecchie ossa, spidocchiare antiche trecce e analizzare resti centenari – mi devo adattare, in attesa di trovare il lavoro dei sogni in Inghilterra.

Ma, come sempre, la vita ha altri programmi per me. Così, mentre cerco di ambientarmi in questo nebbioso e gelido inverno veronese, devo anche rassegnarmi al fatto che ci sono delle scelte che ho rimandato per troppo tempo. Ed è giunto il momento di farle.

In fondo, che ci vuole? È questione di coraggio, è questione di intraprendenza… E, me lo dico sempre, è questione di Costanza.