Pet shop – una scena

20161204_163638-blogQuesta che racconto è una scena vera, mi è accaduta in un pomeriggio freddo e ventoso di gennaio .

Entro in un negozio di articoli e cibo per animali; davanti al banco un signore di una certa età, con uno stupendo golden retriver al guinzaglio. Non resisto e carezzo il cane sulla testa, il suo pelo è morbido e caldo sotto le mie dita. Intanto gli dico qualcosa del tipo “Come sei bello.”

Il padrone parla con una delle proprietarie del negozio e non sembra disturbato dal fatto che io faccia complimenti al suo cane. Anzi, poi mi dice che è buonissimo e io rispondo che si vede.

Poi si avvia verso la porta e io chiedo le buste di croccantini per gatti che mi servono. Mentre la proprietaria va a cercarle sugli scaffali, il golden retriver e il padrone tornano indietro e lui (l’uomo, intendo) mi dice: «Ero venuto per fare una battuta a queste spose (le proprietarie). Sul vento e sulla neve. Lo sa perché quando c’è la neve il vento è freddo? Perché passa sulla neve.»

Ho raccontato questo piccolo episodio per la frase (di cui ricordo bene solo la prima parte) detta dal padrone del cane, per quell’espressione “queste spose”, che, direi, decisamente toscana e fiorentina, che mi ha come riportata indietro nel tempo e ha anche un legame con il testo di Collodi che il blog Territori del ‘900 sta pubblicando a puntate e che sto leggendo con grande gusto e interesse e, perché no, anche con un senso di appartenenza.

 

 

Autocitazione

(Brano da un romanzo non pubblicato)

Tengo il giradischi acceso perché la musica mi riempia il cervello sostituendosi ai pensieri, ma in realtà ne causa altri. Accendo una sigaretta nel momento in cui David Bowie canta Time takes a cigarette, puts it in your mouthsoffio il fumo e mi chiedo cosa sto facendo, che ruolo interpreto e per chi, in quale commedia, o meglio in quale dramma. È come se fossi divisa in due parti, una che recita e l’altra che è del tutto assente e di quando in quando guarda la prima agire, muoversi, parlare. Sono cosciente di essere sdoppiata e mi ci adagio.

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Il quesito – racconto

Quando arrivò il giorno stabilito tutti erano ansiosi di sapere cosa avrebbe deciso il Consiglio dei Saggi riunito appositamente in assemblea per risolvere il complicato quesito.

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Per l’occasione fu istituita una festa nazionale, in modo che tutti, dagli studenti ai lavoratori di qualunque settore, potessero assistere in diretta alla riunione trasmessa dalla televisione a canali unificati.

Finalmente, verso le nove di mattina, i primi partecipanti iniziarono a prendere posto nella grande sala. Diverse telecamere inquadravano i saggi via via che arrivavano.

La prima difficoltà sorse quando alle dieci il Presidente decise di dare il via alla discussione: un vecchio dalla prima fila sosteneva che mancassero tre membri del Consiglio mentre un altro prese a dire che ne mancavano cinque e altre voci si levarono a rivendicare assenze diverse.

Per fortuna il Segretario ebbe una delle sue idee geniali, non per niente era il Segretario del Consiglio da molti anni. Propose cioè di procedere a un appello nominativo per individuare se davvero mancasse qualcuno e di chi si trattasse. Il suggerimento venne accolto e il Presidente stesso prese a leggere i nomi, mentre il Segretario si assunse l’onere di annotare gli eventuali assenti. Nuovamente la fortuna fu benevola: risultò mancare solo un avente diritto al voto, così non fu necessario effettuare complicati conteggi per stabilire il numero degli assenti e l’assemblea risultò regolarmente costituita.

La discussione ebbe inizio. Il Presidente ricordò quale fosse il quesito su cui avrebbero dovuto dibattere, quesito su cui i presenti avevano avuto modo di documentarsi e studiare per diverse settimane in preparazione della riunione e che campeggiava in un megaschermo dietro le spalle del Presidente e del Segretario. Dopo quella breve introduzione il Segretario prese nota delle mani che si alzavano per prenotare un intervento, poi dette la parola al primo dell’elenco.

Era un giovane impetuoso a cui le parole uscivano dal cuore: «I segni fra le cifre sono antichi simboli paleocristiani, che rappresentavano il male. Quindi la risposta al quesito non può essere che zero

Si levò qualche mormorio di disapprovazione, subito sedato da un gesto del Segretario, che dette la parola al secondo saggio della lista.

Si trattava di una donna attraente, dai lunghi capelli corvini e lo sguardo fiero, che, in tono deciso, come se non potesse esistere altra risposta, affermò: «Quattro

Il segretario segnava accanto ad ogni nome la corrispondente risposta e, dopo aver scritto “4” chiamò a parlare il successivo avente diritto.

Questi era un anziano e distinto signore, che ispirava tenerezza; la sua voce era dolce mentre quasi cantilenando forniva la sua opinione: «Il cerchio è un’entità magica, miei esimi colleghi. Vorrei ricordare a tutti che in molte culture identifica il Sole e quindi la vita: quindi conta solo ciò che è racchiuso nel cerchio. Il risultato pertanto non può essere che dieci

Il Segretario scrisse. Continuò a chiamare e scrivere, mentre gli animi si scaldavano e qualcuno parlava anche quando non era il suo turno per dare torto al collega. Il Presidente fu costretto più volte a richiamare gli astanti all’ordine, ricordando l’importanza della riunione.

Nella nostra cronaca riportiamo solo alcuni dei successivi interventi, quelli a nostro giudizio più rilevanti e colti.

Un’elegante signora di mezza età proclamò con sufficienza: «Sappiamo da sempre che la “x” significa pareggio. Quindi il risultato non può essere che uno

Un giovanotto dagli abiti in disordine, i capelli spettinati e lo sguardo rivolto verso il punto all’infinito mormorò: «Tre perché lo zero annulla quanto sta fra parentesi.» Il Segretario dovette chiedergli di ripetere perché aveva parlato a voce troppo bassa.

Un’arzilla vecchietta, quasi sghignazzando, esclamò: «Anche il mio gatto sa che la risposta è tredici

Il Presidente la rimproverò perché citare il gatto era una mancanza di riguardo verso il Consiglio. Lei continuò a sghignazzare, dandosi di gomito con il suo vicino, un altrettanto vivace vecchietto, che indossava una tuta da jogging e scarpe da ginnastica.

Quando fu la volta di una coppia di adolescenti i due pronunciarono una frase per uno tenendosi per mano e guardandosi negli occhi: «Vanno considerati tutti» disse lei. «Quindi il risultato è quindici» concluse lui.

Un quarantenne in giacca e cravatta confermò: «Quindici

Il tipo che gli sedeva accanto invece ripropose: «Zero

Per ultimi si espressero il Segretario: «Quattro» e il Presidente: «Uno».

Alla fine il Segretario fece nuovamente l’appello, pronunciando oltre al nome la risposta fornita per verificare di non aver annotato un numero sbagliato. Risultò che doveva dire la sua soltanto il più vecchio dei convenuti che borbottò qualcosa udita solo dal vicino, che l’interpretò come «dodici» e si affrettò a ripeterlo con voce stentorea, coprendo le proteste del vecchio che ripeteva di aver detto, invece, «tredici.»

Il Presidente dichiarò conclusa la discussione e incaricò il segretario di riferire quale soluzione fosse stata data al quesito. Il Segretario, che aveva anche predisposto un elenco delle soluzioni proposte con accanto un segno per ogni voto, individuò facilmente quale fosse la fila di segni più lunga, e quindi la risposta corrispondente:

«Il Consiglio dei Saggi, riunito in assemblea plenaria in data … per decidere la soluzione del quesito

1 + 1 x 1 + (10 + 1 x 0) + 1

ha deliberato la seguente risposta: quattro

Si può capire come fosse soddisfatto, visto che “4” era anche la sua ipotesi.

Il presidente, benché scontento e persuaso che il risultato corretto fosse uno, ratificò la delibera; furono apportate le firme necessarie e la riunione si sciolse.

Se la telecamera avesse indugiato sui più lenti a lasciare la sala, avrebbe inquadrato il vecchio che aveva parlato dopo il secondo appello piangere disperato ripetendo «Non è possibile! Non è possibile!» e poi «Tredici… tredici…», incurante del conforto che cercavano di offrirgli la donna che aveva citato il gatto e l’uomo in tenuta da trekking.

 

Racconti per sognare, Cuori per donare – antologia per la solidarietà

Negli ultimi due mesi sul blog Babette Brow legge per voi sono stati pubblicati dei racconti con lo scopo di manifestare solidarietà alle vittime del terremoto di agosto, a cui si è aggiunto anche quello di ottobre. I racconti sono stati adesso raccolti in un’antologia pubblicata in formato ebook dal titolo “Racconti per sognare Cuori per donare”. Il ricavato delle vendite sarà devoluto alle popolazioni colpite dal sisma.

I racconti sono molti e su argomenti diversi, come diversi sono gli stili e i toni (ce ne sono anche due miei).
Li ho letti tutti, via via che sono stati pubblicati sul blog, e li ho trovati tutti interessanti, piacevoli, emozionanti, divertenti a seconda del caso.

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Sinossi

La Terra ha tremato, ma noi siamo ben piantati a terra e vi chiediamo sostegno, solidarietà e un pensiero. 
Abbiamo chiesto a numerosi scrittori un racconto in regalo, per creare un’antologia che mettiamo in vendita. Tutto il ricavato sarà devoluto alle popolazioni colpite dal sisma. Il pensiero e il denaro arriveranno dove devono e sappiamo che, in ogni caso, ci sarà un pezzo di cuore di ciascuno di noi assieme ai fondi necessari a ripartire. Ripartire è l’obiettivo principale, senza una mano tesa nessuno può sperare di riuscire in qualcosa. Noi siamo qui per questo. Anche voi.


Colonia felina: un altro mio racconto dal blog Babette Brown legge per voi

Nell’ambito dell’iniziativa del blog Babette Brown legge per voi Racconti per sognare Cuori per donare è possibile leggere anche un altro mio racconto, dal titolo Colonia felina.

Sul blog di Babette Brown potete leggere molti altri bei racconti e recensioni e presentazioni di libri, vi suggerisco di dare una sbirciatina nelle sue pagine virtuali.

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SENZA NESSUN FUTURO (seconda parte)

(Qui la prima parte del racconto.)

Lidia scuote la testa e riprende il suo lavoro.

Prenda pure tutto quello che apparteneva al dottore.” Le ha detto l’amministratore affidandole le chiavi, non sapendo che lei ne ha di sue. “Purché faccia presto, la casa mi serve libera fra due giorni.”

Neanche una parola di cordoglio, del resto è solo la cameriera, anche se le vicine, non si può dubitarne, avranno manifestato i loro sospetti, quasi certezze.

In camera Lidia apre i cassetti e l’armadio, sono più vuoti che pieni, Ricardo Reis era un uomo ordinato e con pochi bagagli. Se suo fratello Daniel fosse ancora vivo, e a questo pensiero una lacrima le riga la guancia, prenderebbe qualcosa per lui. Ma Daniel, ventitré anni, è morto, nello stesso giorno di Ricardo Reis. Non nello stesso modo: Daniel è morto in guerra, ribelle. Si impone di non pensarci. Non può. Non adesso.

Continua a vuotare i mobili in fretta. È accaldata, Lidia. Non solo e non tanto per la fatica del lavoro svolto, quanto per la sensazione di stare violando un’intimità che Ricardo Reis ora non può più difendere, neanche dalla sua presenza discreta. Altri però non la violeranno, lei porterà via con sé i libri e la cartella legata con i nastri. Le vicine si chiederanno cosa se ne farà mai una donna delle pulizie dei libri, di certo pensano che neppure sappia leggere. Che pensino quello che vogliono, non se ne preoccupa. Terrà per sé anche le lenzuola e le stoviglie, mentre gli abiti del dottore li darà a qualcuno che ne abbia bisogno.

In un altro momento Lidia avrebbe portato via solo un oggetto o due per ricordo, forse neppure quello. Adesso invece non può permettersi di rifiutare nulla di quanto la sorte le offre: per il figlio che porta nel ventre saranno necessarie molte cose, e lei, sorella di un ribelle ucciso e madre senza marito, non sa se e quanto riuscirà a conservare il suo lavoro all’hotel Bragança. Poi, di certo, Ricardo Reis non la biasima per questo: vivo l’avrebbe aiutata, almeno un po’, a mantenere il bimbo che nascerà. Morto cos’altro può fare se non lasciargli in eredità le sue cose?

Un giorno darà a suo figlio i libri e le poesie dicendogli questi erano di tuo padre. Sono libri difficili, e poesie per gente che ha studiato. Ma lui studierà, studierà tanto da poterle capire e poter capire anche molto di più.

Lidia pensa e intanto si muove veloce, vuole che tutto sia a posto prima che faccia buio per non dover tornare l’indomani. Quando le sembra di avere quasi finito sospira e si terge il sudore dalla fronte con un braccio. È allora che il ricordo dell’acqua calda che l’avvolgeva nella tinozza, la tinozza che è ancora di là, nel bagno, è un colpo a tradimento della memoria. Non sono molti i momenti perfetti nella sua vita e quello è stato uno dei pochi. Va in bagno, il caso vuole che sia l’unica stanza da cui ancora non ha tolto niente, forse perché c’è davvero poco: il rasoio e l’occorrente per la barba, due asciugamani, la saponetta. È tutto come il primo giorno in cui è stata in quella casa e qualcosa la spinge a riempire la tinozza e a spogliarsi, come se lavarsi fosse un rito, di benvenuto e di addio. Si asciuga con calma, assaporando il piacere del telo in cui si è avvolta, attingendo dalla breve sosta forza e conforto, mentre il ricordo di lui che le porgeva il grande asciugamano e le chiedeva di non vestirsi e dell’amore fatto, tutti e due nudi per la prima volta, sfuma in una sorta di nebbia dolce.

Ripone le cose di Ricardo Reis nelle valigie, anche la borsa nera da dottore. Si sente strana nel lasciare quella casa con tanti bagagli, come se partisse per un viaggio. Ma non è forse così? In poco tempo due vite a lei vicine sono finite, una nuova le sta crescendo nel ventre: non c’è viaggio più grande del divenire madre, madre sola, senza un uomo al fianco… ma quando stanno, in realtà, gli uomini al fianco delle madri? È una storia che non le è nuova, per averla già vissuta: sono figlia di padre ignoto, non ho mai conosciuto mio padre. Suo figlio, pensa Lidia, non avrà un padre perché Ricardo Reis è morto, ma non lo avrebbe avuto comunque: è sicura che lui non gli avrebbe dato il suo nome, del resto glielo aveva suggerito lei stessa: Se non vuole riconoscere il bambino, non fa niente, rimane figlio di padre ignoto, come me. Forse non avrebbe nemmeno voluto incontrarlo, anche se le avrebbe fatto avere dei soldi, di tanto in tanto.

Non prova dolore a questo pensiero, il dolore è un lusso che da tempo ha imparato a non permettersi. Fin dal primo momento ha saputo che il loro rapporto non sarebbe potuto durare, era solo una relazione clandestina e forse nemmeno quello. Infatti, nonostante la gravidanza, aveva deciso non ritorno. Se non aveva rispettato il proposito era stato solo perché era angosciata per la sorte di Daniel e non aveva nessuno cui confidarlo.

Alza la testa verso il cielo, nuvole chiare corrono sul mare, la penombra sta per avvolgere ogni cosa. Le valigie pesano, Lidia ora vorrebbe appoggiarle per terra e andarsene senza neanche voltarsi a guardarle. Perché portarsi dietro i ricordi di un uomo che non l’amava o, almeno, non l’amava abbastanza?

Sospira, in lei si agitano sentimenti confusi e opposti. Si sente diversa, diversa da com’era in casa di Ricardo Reis, quando aveva carezzato il cuscino dove lui posava la testa, rimpianto i suoi abbracci, rivissuto i momenti più dolci, la prima risata insieme, la malattia di lui all’hotel Bragança, la settimana di ferie trascorsa con lui nell’appartamento.

Nell’uscire qualcosa si è rotto, una sottile ribellione le è scoppiata dentro, una ribellione a cui adesso si unisce una nuova certezza che le sale dal ventre alla gola: in lei sta crescendo una bambina. Si domanda perché finora ha creduto che fosse un maschio e immaginato che sarebbe andato alla guerra.

No, è una bambina, Lidia lo grida in silenzio con tutta se stessa. Una bambina che non sarà senza nessun futuro come lei: a dispetto delle difficoltà che dovrà affrontare, sua figlia non finirà cameriera d’albergo ma studierà come se fosse un uomo e sceglierà gli uomini con cui stare, non si farà scegliere. Lidia non sa come riuscire in questa grande impresa, ma sa che troverà il modo .

Si ferma per riposare, le valigie pesano ogni passo di più. Forse sarebbe meglio abbandonarle lì, come se qualcuno le avesse inspiegabilmente dimenticate. Ma non le lascerà. Non rinuncerà a quella misera eredità e nemmeno permetterà che qualcuno frughi tra i fogli di Ricardo Reis. Porterà le valigie a casa, e, se deciderà di non tenere qualcosa, lo brucerà, affidando le ceneri al vento e al mare in un ultimo saluto a Daniel e a Ricardo Reis.