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Tornare – microracconto

Tornò molto cambiato, o forse erano cambiati quelli che una volta conosceva.

Non confidò mai a nessuno perché fosse tornato, e neppure perché tanti anni prima fosse partito.

Dei suoi viaggi gli rimanevano solo le cartoline illustrate che nel tempo aveva scritto alla madre e che lei aveva raccolto in una scatola di latta, assicurandosi che venisse conservata dopo la sua morte per consegnarla a lui. Perché un giorno, lei lo sapeva, sarebbe tornato.

Così, in uno stesso dono, lui conservava un ricordo di lei e dei paesi in cui aveva vissuto.

Talvolta, la sera, sedeva in giardino con la scatola aperta sulle ginocchia e prendeva in mano una cartolina. La guardava, leggeva le parole che lui stesso aveva tracciato, poi alzava gli occhi, e, senza vedere ciò che aveva davanti, restava a lungo immobile mentre il sole lasciava il posto alle stelle, immerso nel suo passato.

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La meta – microracconto

Quando mi misi in cammino pensai che il mio viaggio non sarebbe durato più di qualche mese. Invece sono passati vent’anni e non sono ancora arrivato. Ogni angolo sembra celare il mio traguardo, mentre nasconde un altro angolo e questo un altro ancora, sono migliaia quelli dietro a cui ho voltato e so che migliaia ancora mi attendono. Ho capito da un po’ che sto percorrendo una sorta di spirale, e che potrò un giorno trovare il suo centro solo se vent’anni fa ho scelto la direzione giusta.

(1996)

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Luna Park – quasi un racconto

L’insegna luminosa brillava tra i lampioni e l’umidità della notte quando vi passai davanti. Le lettere, disposte una sotto l’altra, si accendevano una per volta, dall’alto in basso, componendo la parola PARK.

Mi voltai indietro – ero ferma al semaforo – alla ricerca di un’altra insegna in cui fosse scritto LUNA. Non ne scorsi e pensai che fosse il fatto di stare nell’auto a impedirmene la vista, ma a un tratto mi resi conto che la parola era sostituita o, meglio, espressa dall’immagine di una mezza luna, sempre accesa e sorridente, con occhio ammiccante, che sovrastava la parola PARK.

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Nonsense?

Un uomo nel deserto cercava una piramide, invece trovò un cappello. Un cappello nel deserto non è una cosa insolita, per via del sole di giorno e del freddo di notte. Anche se si trattava di una bombetta inglese ed era ricoperta di sabbia.

L’uomo che cercava la piramide prese il cappello e se lo mise in capo. Poi si voltò indietro, si lasciò scivolare lungo una duna e si gettò nel mare alla ricerca di un tesoro sommerso.

Il cappello galleggia ancora, da qualche parte verso il Nord.

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Confessione * un racconto

“Voi pensate che io sia pazzo.” Disse. “Ma non è così. E non è stata colpa mia. Tutta quella gente rideva di me, e io non riuscivo a farla smettere. Non resistevo più. Le loro voci e le loro burle mi soffocavano. Ho cercato di fuggire, ma nessuna delle porte che aprivo era quella che mi avrebbe condotto fuori di lì. Avevo bisogno di qualcosa per rompere un vetro e scappare via: nella vetrina c’erano dei fucili e ne ho preso uno. Quando quei due si sono avvicinati con le braccia protese verso di me, ho avuto paura e, d’istinto, ho premuto il grilletto, non pensavo che il mitra fosse carico. Nel vederli cadere a terra mi sono sorpreso, e non mi sono reso conto che ero stato io, a colpirli. Per un istante nel locale si è fatto silenzio, un silenzio che si poteva toccare, un meraviglioso silenzio che carezzava le mie orecchie. È durato pochissimo, però, solo qualche secondo: poi ancora grida e urla, anche se non erano più beffarde ma spaventate, e di nuovo mi sentivo soffocare. Allora ho capito che c’era un solo modo per farli tacere tutti: così ho sparato e sparato nonostante che il rumore del mitra mi ferisse i timpani e mi assordasse. Uccidere quella gente era come calpestare formiche: un gesto e divenivano corpi disordinatamente sparsi sul terreno, non erano più niente. E, soprattutto, non gridavano più.”

 

Questo mio racconto è pubblicato nell’ebook amazon kindle “Tre brevi storie con delitto e altri nove racconti“.

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Noi gatti – racconto

Un racconto brevissimo dalla raccolta “Lo specchio” (ebook kindle).

Tetti fa rima con gatti, e non è per caso, perché proprio noi ne siamo i padroni, i signori. Nelle notti di luna, come nelle notti più nere, la città intera è sotto le nostre zampe morbide, e intavoliamo dialoghi con le finestre accese e le persiane accostate, ed inviamo richiami per aver notizie degli amici lontani. I nostri baffi esplorano l’aria e ci indicano traiettorie sicure e misteriose, dove il nostro istinto ci guida, da una grondaia a un camino, da un terrazzo al campanile di una vecchia chiesa.

Noi vegliamo il vostro sonno e inventiamo sogni che vi tengano compagnia mentre dormite. Noi, che piccoli e agili abbiamo grandi cuori, noi, su cui narrate favole, NOI SIAMO.

cover Lo specchio

 

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Un grande fuoco – incipit

Pura siccome un angelo
Iddio mi diè una figlia;
se Alfredo nega riedere
in seno alla famiglia,
l’amato e amante giovine,
cui sposa andar dovea,

or si ricusa al vincolo
che lieti ne rendeva.
Deh non mutate in triboli
le rose dell’amor.
A’ prieghi miei resistere
no, no, non voglia il vostro cor.
(dall’atto secondo de “La Traviata”,

musica di Giuseppe Verdi,
libretto di Francesco Maria Piave)

 

Quando Giorgio Germont, nel secondo atto, si presentò a Violetta come un latore di destino, Ada, come sempre, si indignò.

Conosceva La Traviata a memoria e avrebbe potuto cantarla, anche se non bene per carenza di voce e di adeguata formazione musicale, dall’inizio alla fine senza sbagliare una parola: ciò nonostante, ogni volta che l’ascoltava, e ancor di più se la vedeva a teatro, provava una grande rabbia per quel modo tutto maschile di dividere le donne in due categorie, quelle per bene e le altre, e per quella specie di amore, capace solo di possedere, ma non di comprendere, sostenere, rispettare. Sapere che all’epoca in cui era ambientata la storia il femminismo era ancora di là da venire e che Verdi stesso aveva inteso condannare l’ipocrisia e la morale borghese, non bastava a placare la sua collera.

Quegli uomini che passavano nella vita di Violetta erano ciechi ed egoisti, ciascuno le chiedeva qualcosa per darle in cambio solo briciole. Briciole di un amore affogato nell’orgoglio e nella gelosia, briciole di una pietà e di un rimorso inutili e tardivi…

Pura siccome un angelo… quei versi evocavano nella mente di Ada l’immagine di una ragazza di buona famiglia, timida, vergine, bene educata, graziosa ma non bella, ignara causa della tragedia che avrebbe condotto a morte Violetta.

Mentre Germont cantava le sue ragioni la fantasia di Ada dette vita ai personaggi appena nominati: le mostrò l’uomo tanto per bene da rifiutarsi di sposare la giovine perché il fratello viveva con una cortigiana e ne smascherò l’ipocrisia: proprio lui, che aveva frequentato più e più volte le Violette di turno, adesso si ergeva a giudice degli altrui costumi; le svelò la fanciulla, che piangeva nella sua camera per l’ingiustificato abbandono, mentre il padre sulla scena vi poneva rimedio, a sua insaputa, e convinceva la traviata a sacrificarsi per lei, lasciando Alfredo.

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Anche Ada pianse, pianse con Violetta nel secondo e nel terzo atto, per le parole, la musica e l’interpretazione struggente. Non le era mai accaduto di partecipare a quanto si svolgeva in teatro in modo così totale come in quel momento e avvertì il prepotente bisogno di esaudire il desiderio provato fin dal primo ascolto dell’opera, tanti anni prima: riscrivere la storia di Violetta. Asciugò le lacrime e, al buio, più per la necessità di farlo che per il timore di dimenticare l’idea che andava sviluppando mentalmente, scarabocchiò poche frasi sul programma: la giovine pura, sorella di Alfredo non accetterà di costruire la propria felicità sull’infelicità di un’altra donna, ma le darà il suo rispetto e la sua solidarietà e, raccontando la verità al fratello, l’indurrà a riconciliarsi con lei prima che sia troppo tardi.

Uscì dal teatro mentre ancora scrosciavano gli applausi per i cantanti e il direttore d’orchestra che si era unito a loro sul palco e guidò veloce verso casa. Appena varcata la soglia, gettò il cappotto su una sedia, levò le scarpe infilando i piedi gelati nelle calde pantofole e sedette al computer: Violetta aspettava da lei un nuovo destino. E non solo Violetta, ma anche e soprattutto l’ignara fanciulla che il libretto dell’opera univa a un uomo per cui la morale e le convenzioni contavano molto più dell’amore.

 

 

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BASTA * un racconto

«Malato. Lei è malato. Ma non si preoccupi. Si può benissimo curare. Ci vuole un po’ di pazienza e di collaborazione da parte sua. Sono certo che insieme risolveremo questo problema.»

Poi mi ha chiesto duecento euro, senza ricevuta, altrimenti sarebbero stati duecentocinquanta, e mi ha dato la mano. «Allora ci vediamo martedì prossimo, stessa ora» ha aggiunto. Io ho risposto di sì perché era la risposta più facile.

Mentre guidavo verso casa quella parola, malato, continuava a rimbalzarmi da una parte all’altra del cervello. Io malato? Non ero convinto che il dottore avesse ragione, nonostante i duecento euro e il fatto che mi era stato caldamente raccomandato da un caro amico, di cui aveva salvato (parole dell’amico) la figlia diciottenne.

Sarà che ormai io vado per i cinquanta, ma non riuscivo proprio a convincermi di essere malato. Al contrario, più che ci pensavo, più mi sentivo nel giusto. Non ero io, quello malato. Bensì il mondo, tutto ciò che mi circondava. Compreso il dottore, con i suoi duecento senza ricevuta e duecentocinquanta con. Malato di disonestà. O, almeno, di avidità. Da cosa poteva mai salvarmi uno che non riusciva neppure a salvare se stesso dalla propria ingordigia? Mi esercitai in un rapido calcolo: un paziente ogni ora, sei ogni pomeriggio: voleva dire mille e duecento euro al giorno, ovvero seimila alla settimana, ovvero ventiquattromila, abbondanti, milioni al mese. Solo con le visite in ambulatorio. Mica male. E in nero. Di sicuro il suo 740 dichiarava un reddito ben più misero di quello stampato sul mio CUD di modesto impiegato comunale.

20151120_231546 bl BastaNo, non ero malato. Non sarei tornato in quello studio. Non ero da salvare. Non esisteva salvezza.

Quello che mi era successo in fondo mi sembrava inevitabile. Mi chiedevo piuttosto perché non fosse successo anni prima.

È cominciato una sera mentre mangiavo. Solo come al solito. Come al solito avevo acceso la tivù. Quella di cena è l’ora del telegiornale: notizie infami che si susseguono. A un certo punto il mio braccio si è immobilizzato mentre portavo la forchetta alla bocca. E le labbra mi si sono serrate. E lo stomaco ha gridato BASTA. Non ricordo cosa stavano dicendo. Né quale scena fosse stata proposta ai miei occhi. Ho provato anche un senso di nausea, e l’istinto di vomitare. Sono corso in bagno, ma niente. Ho bevuto. Dell’acqua. Più volte, cercando di cancellare il sapore amaro e cattivo che mi era rimasto in bocca.

Mi sono sforzato di proseguire la cena. La pasta no, magari un po’ di verdura, uno spicchio di mela. Ma i miei gesti si fermavano a mezz’aria, il mio stomaco, o qualcosa ancor più dentro di me, ripeteva BASTA, BASTA.

Allora ho sparecchiato. La vista del cibo mi infastidiva. Ho pensato avrò preso un virus, con tanti che popolano l’atmosfera. Uno di quelli che bloccano l’appetito e danno disturbi di stomaco. Se non fossi stato meglio l’indomani sarei andato dal medico. Ma non me la presi molto, un po’ di digiuno non poteva che farmi bene.

Nei giorni seguenti mi resi conto che il responsabile della mia improvvisa avversione per il cibo non era un virus né niente di simile. La faccenda era molto più complessa. O più semplice, a seconda del punto di vista. In ogni caso definitiva. Il mio problema era tutto. Tutto ciò che accadeva. Intorno a me e altrove, anche molto lontano. Pensai che fosse sufficiente non guardare il telegiornale e non leggere i quotidiani, soprattutto in concomitanza dei pasti. All’inizio l’espediente funzionò.

Poi la nausea e il rifiuto per il cibi ricominciarono. Capii che ormai quel tutto mi era entrato così dentro che niente avrebbe potuto liberarmene. E io ero dentro al tutto e non avevo modo, o forse capacità o volontà sufficiente, di uscirne. Solo una via conoscevo: ridurre, abolire tutte le interazioni fra me e il tutto, fra me e il mondo. E la prima relazione che mi era venuto spontaneo interrompere era stata quella considerata fondamentale per la sopravvivenza: avevo smesso di nutrirmi.

Talvolta uno strano istinto mi spinge ancora a mandare giù qualche boccone, ma sempre più di rado.

Fu solo per accontentare il mio amico che insisteva, preoccupato per me, che, dopo qualche settimana dall’inizio del mio digiuno, mi recai dallo psicanalista. In realtà lo ritenevo inutile, come fu. Il professore, infatti, si limitò ad appiccicarmi addosso la sua brava etichetta: anoressico, dunque malato. Mi lasciò parlare per quasi un’ora, ma senza ascoltare le mie parole. Le interpretò secondo la sua diagnosi, formulata dopo la mia prima frase. Però era manifestamente interessato al mio caso, che risultava piuttosto insolito, sia per il sesso, che per l’età. Gli si leggeva negli occhi. Ma non gli ho consentito di studiarmi. Anzi, l’incontro con lui ha rafforzato la mia convinzione: non sono malato. Ne sono sicuro. È il mondo ad esserlo. E poiché non c’è niente che io possa né sappia fare per guarirlo, non trovo altra soluzione che lasciarlo.

Il mio corpo si sta consumando lentamente. In tre mesi ha perso circa venti chili di peso. Il mio tempo scorre ormai da una mattina a una sera attraversando notti e giorni che sempre più si somigliano, la luce e il buio sono divenuti entrambi una penombra ovattata, nella quale giungono sempre meno echi e notizie dall’esterno: ho gettato via l’apparecchio televisivo; non compro più giornali. Ho smesso di andare in ufficio. Raramente varco la porta di casa, fuori da essa tutto mi assale implacabile, come un flash accecante.

Non c’è niente infatti che possa indurmi a interrompere questa agonia, al contrario: occhi orecchie naso mi ricordano continuamente i mille e mille motivi che, dapprima inconsapevole, mi hanno portato a questa scelta. Non so più andare avanti tappandomi occhi orecchie naso, fingendo che il calcio, i talk show, le ferie al mare, la macchina nuova possano riempirmi la vita e cancellare tutto il resto. Inquinamento, povertà, razzismo, corsa alla sopraffazione e alla supremazia… Non so tollerarli più. E non avendo né la forza né la fantasia per lottare contro tutto ciò, posso soltanto lasciare che il mio corpo si arrenda al niente continuando a gridare il suo silenzioso BASTA. Tra poco, forse giorni, forse ore, abbandonerò dunque la partita. Sconfitto, sì, ma non più complice.