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Bere * racconto

Sempre più tardi. Più tardi. Tardi. Tardissimo.

Notte inoltrata, notte fonda. Silenzio che fa rumore da quanto è intenso.

Buio fuori, cielo senza stelle.

Lampadina fioca dentro, luce scarsa. Basta per una bottiglia. Di whisky. Piena per metà. Liquido biondo. Brucia nella gola. Anche nello stomaco. Bere per dimenticare. Cosa non lo so più. O quasi. Dimenticato. Magari è vero che bere aiuta. Per un po’ almeno. Fino a domani. Fino a che resto sveglio a guardare la bottiglia. Bella bottiglia. Etichetta dorata, scritte nere e rosse, stemmi.

Brucia. Nella gola. Nello stomaco. Dappertutto. Dimenticare. Bere. Bruciare. Qualcosa brucia dentro, non solo whisky, non so cos’è. Brucia.

Dimenticare. Bere.

Non funziona. Qualcosa mi rode, non so cosa.

Bere. Bere. Ancora. Per cancellare questa cosa che brucia. Brucia. Sempre di più. Non si cancella. Brucia. Si nutre di whisky. Bere. Bere.

Per non dimenticare.

Questo racconto è pubblicato anche nell’ebook (gratuito su tutti gli store) “Racconti Brevi“.

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La zia * racconto

Da quando era rimasta vedova, forse anche perché era senza figli, la zia aveva sviluppato una piccola e contenuta mania per la lettura dei tarocchi. I tre nipoti inizialmente avevano tentato di dissuaderla, ma lei li aveva tranquillizzati: «Non attribuisco loro molta importanza, per me sono solo una compagnia, mi aiutano a riflettere.»

Verificato che non aveva perso la testa per questa abitudine, nessuno ebbe più niente da obiettare. Anzi, ogni tanto per Natale qualcuno le regalava perfino un nuovo mazzo di carte e poi magari si divertiva a farsele leggere, e veniva regolarmente sorpreso da quanto la zia diceva: non interpretava i simboli per indovinare quel che era accaduto o sarebbe avvenuto, bensì per scavare nelle sensazioni e negli stati d’animo, talvolta contribuendo a fare un po’ di chiarezza nell’intimo ingarbugliato di chi l’ascoltava.

Una sera d’autunno la zia, parlando per telefono con il maggiore dei suoi nipoti gli disse: «Se dovesse succedermi qualcosa non voglio che tu e i tuoi cugini possiate litigare a causa del poco che possiedo e che vi lascerò, perciò ho scritto io tutto quello che serve e ho messo la busta indirizzata a voi tre nel primo cassetto del comò, sotto i fazzoletti.»

«Ma che dici, zia? Ti senti male? Vuoi che ti accompagni da un medico?» si allarmò lui.

«No, no. Sto bene; però ho come una sensazione strana… e allora, siccome non si sa mai, ho cercato di essere previdente. Ma non preoccuparti, è solo una sciocchezza da vecchia.»

Gli parve di sentire che sorrideva e, nonostante la sorpresa, si tranquillizzò; inoltre, in quel periodo, era molto impegnato con il lavoro e le parole della zia furono presto sommerse da molte altre,

Dopo una decina di giorni incontrò uno dei cugini che, fra una chiacchierata e l’altra, osservò: «È più di una settimana che non sento la zia, questo sabato non mi ha chiamato, come suo solito. Tu l’hai sentita?»

«No… nemmeno io» gli rispose, sentendosi pervadere da una sottile inquietudine. «Telefoniamole subito.»

«Pensi che stia poco bene?»

«Non so, l’ultima volta che le ho parlato era un po’ strana, è meglio che non aspettiamo. Non mi ero reso conto di quanto tempo è già passato da allora.»

Dall’altro capo del filo non rispose nessuno.

La trovarono seduta in poltrona, con il capo reclinato su una spalla e il suo primo mazzo di tarocchi fra le mani. La casa era tutta in ordine, pareva addormentata. Sotto i fazzoletti, nel cassettone, c’era la busta affettuosamente preparata per i nipoti.

(Maggio 1993, Gennaio 2021)

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Tornare – microracconto

Tornò molto cambiato, o forse erano cambiati quelli che una volta conosceva.

Non confidò mai a nessuno perché fosse tornato, e neppure perché tanti anni prima fosse partito.

Dei suoi viaggi gli rimanevano solo le cartoline illustrate che nel tempo aveva scritto alla madre e che lei aveva raccolto in una scatola di latta, assicurandosi che venisse conservata dopo la sua morte per consegnarla a lui. Perché un giorno, lei lo sapeva, sarebbe tornato.

Così, in uno stesso dono, lui conservava un ricordo di lei e dei paesi in cui aveva vissuto.

Talvolta, la sera, sedeva in giardino con la scatola aperta sulle ginocchia e prendeva in mano una cartolina. La guardava, leggeva le parole che lui stesso aveva tracciato, poi alzava gli occhi, e, senza vedere ciò che aveva davanti, restava a lungo immobile mentre il sole lasciava il posto alle stelle, immerso nel suo passato.

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La meta – microracconto

Quando mi misi in cammino pensai che il mio viaggio non sarebbe durato più di qualche mese. Invece sono passati vent’anni e non sono ancora arrivato. Ogni angolo sembra celare il mio traguardo, mentre nasconde un altro angolo e questo un altro ancora, sono migliaia quelli dietro a cui ho voltato e so che migliaia ancora mi attendono. Ho capito da un po’ che sto percorrendo una sorta di spirale, e che potrò un giorno trovare il suo centro solo se vent’anni fa ho scelto la direzione giusta.

(1996)

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Luna Park – quasi un racconto

L’insegna luminosa brillava tra i lampioni e l’umidità della notte quando vi passai davanti. Le lettere, disposte una sotto l’altra, si accendevano una per volta, dall’alto in basso, componendo la parola PARK.

Mi voltai indietro – ero ferma al semaforo – alla ricerca di un’altra insegna in cui fosse scritto LUNA. Non ne scorsi e pensai che fosse il fatto di stare nell’auto a impedirmene la vista, ma a un tratto mi resi conto che la parola era sostituita o, meglio, espressa dall’immagine di una mezza luna, sempre accesa e sorridente, con occhio ammiccante, che sovrastava la parola PARK.

Pubblicato in: Racconti

Nonsense?

Un uomo nel deserto cercava una piramide, invece trovò un cappello. Un cappello nel deserto non è una cosa insolita, per via del sole di giorno e del freddo di notte. Anche se si trattava di una bombetta inglese ed era ricoperta di sabbia.

L’uomo che cercava la piramide prese il cappello e se lo mise in capo. Poi si voltò indietro, si lasciò scivolare lungo una duna e si gettò nel mare alla ricerca di un tesoro sommerso.

Il cappello galleggia ancora, da qualche parte verso il Nord.

Pubblicato in: I miei libri, Racconti

Confessione * un racconto

“Voi pensate che io sia pazzo.” Disse. “Ma non è così. E non è stata colpa mia. Tutta quella gente rideva di me, e io non riuscivo a farla smettere. Non resistevo più. Le loro voci e le loro burle mi soffocavano. Ho cercato di fuggire, ma nessuna delle porte che aprivo era quella che mi avrebbe condotto fuori di lì. Avevo bisogno di qualcosa per rompere un vetro e scappare via: nella vetrina c’erano dei fucili e ne ho preso uno. Quando quei due si sono avvicinati con le braccia protese verso di me, ho avuto paura e, d’istinto, ho premuto il grilletto, non pensavo che il mitra fosse carico. Nel vederli cadere a terra mi sono sorpreso, e non mi sono reso conto che ero stato io, a colpirli. Per un istante nel locale si è fatto silenzio, un silenzio che si poteva toccare, un meraviglioso silenzio che carezzava le mie orecchie. È durato pochissimo, però, solo qualche secondo: poi ancora grida e urla, anche se non erano più beffarde ma spaventate, e di nuovo mi sentivo soffocare. Allora ho capito che c’era un solo modo per farli tacere tutti: così ho sparato e sparato nonostante che il rumore del mitra mi ferisse i timpani e mi assordasse. Uccidere quella gente era come calpestare formiche: un gesto e divenivano corpi disordinatamente sparsi sul terreno, non erano più niente. E, soprattutto, non gridavano più.”

 

Questo mio racconto è pubblicato nell’ebook amazon kindle “Tre brevi storie con delitto e altri nove racconti“.

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Noi gatti – racconto

Un racconto brevissimo dalla raccolta “Lo specchio” (ebook kindle).

Tetti fa rima con gatti, e non è per caso, perché proprio noi ne siamo i padroni, i signori. Nelle notti di luna, come nelle notti più nere, la città intera è sotto le nostre zampe morbide, e intavoliamo dialoghi con le finestre accese e le persiane accostate, ed inviamo richiami per aver notizie degli amici lontani. I nostri baffi esplorano l’aria e ci indicano traiettorie sicure e misteriose, dove il nostro istinto ci guida, da una grondaia a un camino, da un terrazzo al campanile di una vecchia chiesa.

Noi vegliamo il vostro sonno e inventiamo sogni che vi tengano compagnia mentre dormite. Noi, che piccoli e agili abbiamo grandi cuori, noi, su cui narrate favole, NOI SIAMO.

cover Lo specchio