Pubblicato in: I miei libri, Racconti

Confessione * un racconto

“Voi pensate che io sia pazzo.” Disse. “Ma non è così. E non è stata colpa mia. Tutta quella gente rideva di me, e io non riuscivo a farla smettere. Non resistevo più. Le loro voci e le loro burle mi soffocavano. Ho cercato di fuggire, ma nessuna delle porte che aprivo era quella che mi avrebbe condotto fuori di lì. Avevo bisogno di qualcosa per rompere un vetro e scappare via: nella vetrina c’erano dei fucili e ne ho preso uno. Quando quei due si sono avvicinati con le braccia protese verso di me, ho avuto paura e, d’istinto, ho premuto il grilletto, non pensavo che il mitra fosse carico. Nel vederli cadere a terra mi sono sorpreso, e non mi sono reso conto che ero stato io, a colpirli. Per un istante nel locale si è fatto silenzio, un silenzio che si poteva toccare, un meraviglioso silenzio che carezzava le mie orecchie. È durato pochissimo, però, solo qualche secondo: poi ancora grida e urla, anche se non erano più beffarde ma spaventate, e di nuovo mi sentivo soffocare. Allora ho capito che c’era un solo modo per farli tacere tutti: così ho sparato e sparato nonostante che il rumore del mitra mi ferisse i timpani e mi assordasse. Uccidere quella gente era come calpestare formiche: un gesto e divenivano corpi disordinatamente sparsi sul terreno, non erano più niente. E, soprattutto, non gridavano più.”

 

Questo mio racconto è pubblicato nell’ebook amazon kindle “Tre brevi storie con delitto e altri nove racconti“.

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Noi gatti – racconto

Un racconto brevissimo dalla raccolta “Lo specchio” (ebook kindle).

Tetti fa rima con gatti, e non è per caso, perché proprio noi ne siamo i padroni, i signori. Nelle notti di luna, come nelle notti più nere, la città intera è sotto le nostre zampe morbide, e intavoliamo dialoghi con le finestre accese e le persiane accostate, ed inviamo richiami per aver notizie degli amici lontani. I nostri baffi esplorano l’aria e ci indicano traiettorie sicure e misteriose, dove il nostro istinto ci guida, da una grondaia a un camino, da un terrazzo al campanile di una vecchia chiesa.

Noi vegliamo il vostro sonno e inventiamo sogni che vi tengano compagnia mentre dormite. Noi, che piccoli e agili abbiamo grandi cuori, noi, su cui narrate favole, NOI SIAMO.

cover Lo specchio

 

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Un grande fuoco – incipit

Pura siccome un angelo
Iddio mi diè una figlia;
se Alfredo nega riedere
in seno alla famiglia,
l’amato e amante giovine,
cui sposa andar dovea,

or si ricusa al vincolo
che lieti ne rendeva.
Deh non mutate in triboli
le rose dell’amor.
A’ prieghi miei resistere
no, no, non voglia il vostro cor.
(dall’atto secondo de “La Traviata”,

musica di Giuseppe Verdi,
libretto di Francesco Maria Piave)

 

Quando Giorgio Germont, nel secondo atto, si presentò a Violetta come un latore di destino, Ada, come sempre, si indignò.

Conosceva La Traviata a memoria e avrebbe potuto cantarla, anche se non bene per carenza di voce e di adeguata formazione musicale, dall’inizio alla fine senza sbagliare una parola: ciò nonostante, ogni volta che l’ascoltava, e ancor di più se la vedeva a teatro, provava una grande rabbia per quel modo tutto maschile di dividere le donne in due categorie, quelle per bene e le altre, e per quella specie di amore, capace solo di possedere, ma non di comprendere, sostenere, rispettare. Sapere che all’epoca in cui era ambientata la storia il femminismo era ancora di là da venire e che Verdi stesso aveva inteso condannare l’ipocrisia e la morale borghese, non bastava a placare la sua collera.

Quegli uomini che passavano nella vita di Violetta erano ciechi ed egoisti, ciascuno le chiedeva qualcosa per darle in cambio solo briciole. Briciole di un amore affogato nell’orgoglio e nella gelosia, briciole di una pietà e di un rimorso inutili e tardivi…

Pura siccome un angelo… quei versi evocavano nella mente di Ada l’immagine di una ragazza di buona famiglia, timida, vergine, bene educata, graziosa ma non bella, ignara causa della tragedia che avrebbe condotto a morte Violetta.

Mentre Germont cantava le sue ragioni la fantasia di Ada dette vita ai personaggi appena nominati: le mostrò l’uomo tanto per bene da rifiutarsi di sposare la giovine perché il fratello viveva con una cortigiana e ne smascherò l’ipocrisia: proprio lui, che aveva frequentato più e più volte le Violette di turno, adesso si ergeva a giudice degli altrui costumi; le svelò la fanciulla, che piangeva nella sua camera per l’ingiustificato abbandono, mentre il padre sulla scena vi poneva rimedio, a sua insaputa, e convinceva la traviata a sacrificarsi per lei, lasciando Alfredo.

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Anche Ada pianse, pianse con Violetta nel secondo e nel terzo atto, per le parole, la musica e l’interpretazione struggente. Non le era mai accaduto di partecipare a quanto si svolgeva in teatro in modo così totale come in quel momento e avvertì il prepotente bisogno di esaudire il desiderio provato fin dal primo ascolto dell’opera, tanti anni prima: riscrivere la storia di Violetta. Asciugò le lacrime e, al buio, più per la necessità di farlo che per il timore di dimenticare l’idea che andava sviluppando mentalmente, scarabocchiò poche frasi sul programma: la giovine pura, sorella di Alfredo non accetterà di costruire la propria felicità sull’infelicità di un’altra donna, ma le darà il suo rispetto e la sua solidarietà e, raccontando la verità al fratello, l’indurrà a riconciliarsi con lei prima che sia troppo tardi.

Uscì dal teatro mentre ancora scrosciavano gli applausi per i cantanti e il direttore d’orchestra che si era unito a loro sul palco e guidò veloce verso casa. Appena varcata la soglia, gettò il cappotto su una sedia, levò le scarpe infilando i piedi gelati nelle calde pantofole e sedette al computer: Violetta aspettava da lei un nuovo destino. E non solo Violetta, ma anche e soprattutto l’ignara fanciulla che il libretto dell’opera univa a un uomo per cui la morale e le convenzioni contavano molto più dell’amore.

 

 

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BASTA * un racconto

«Malato. Lei è malato. Ma non si preoccupi. Si può benissimo curare. Ci vuole un po’ di pazienza e di collaborazione da parte sua. Sono certo che insieme risolveremo questo problema.»

Poi mi ha chiesto duecento euro, senza ricevuta, altrimenti sarebbero stati duecentocinquanta, e mi ha dato la mano. «Allora ci vediamo martedì prossimo, stessa ora» ha aggiunto. Io ho risposto di sì perché era la risposta più facile.

Mentre guidavo verso casa quella parola, malato, continuava a rimbalzarmi da una parte all’altra del cervello. Io malato? Non ero convinto che il dottore avesse ragione, nonostante i duecento euro e il fatto che mi era stato caldamente raccomandato da un caro amico, di cui aveva salvato (parole dell’amico) la figlia diciottenne.

Sarà che ormai io vado per i cinquanta, ma non riuscivo proprio a convincermi di essere malato. Al contrario, più che ci pensavo, più mi sentivo nel giusto. Non ero io, quello malato. Bensì il mondo, tutto ciò che mi circondava. Compreso il dottore, con i suoi duecento senza ricevuta e duecentocinquanta con. Malato di disonestà. O, almeno, di avidità. Da cosa poteva mai salvarmi uno che non riusciva neppure a salvare se stesso dalla propria ingordigia? Mi esercitai in un rapido calcolo: un paziente ogni ora, sei ogni pomeriggio: voleva dire mille e duecento euro al giorno, ovvero seimila alla settimana, ovvero ventiquattromila, abbondanti, milioni al mese. Solo con le visite in ambulatorio. Mica male. E in nero. Di sicuro il suo 740 dichiarava un reddito ben più misero di quello stampato sul mio CUD di modesto impiegato comunale.

20151120_231546 bl BastaNo, non ero malato. Non sarei tornato in quello studio. Non ero da salvare. Non esisteva salvezza.

Quello che mi era successo in fondo mi sembrava inevitabile. Mi chiedevo piuttosto perché non fosse successo anni prima.

È cominciato una sera mentre mangiavo. Solo come al solito. Come al solito avevo acceso la tivù. Quella di cena è l’ora del telegiornale: notizie infami che si susseguono. A un certo punto il mio braccio si è immobilizzato mentre portavo la forchetta alla bocca. E le labbra mi si sono serrate. E lo stomaco ha gridato BASTA. Non ricordo cosa stavano dicendo. Né quale scena fosse stata proposta ai miei occhi. Ho provato anche un senso di nausea, e l’istinto di vomitare. Sono corso in bagno, ma niente. Ho bevuto. Dell’acqua. Più volte, cercando di cancellare il sapore amaro e cattivo che mi era rimasto in bocca.

Mi sono sforzato di proseguire la cena. La pasta no, magari un po’ di verdura, uno spicchio di mela. Ma i miei gesti si fermavano a mezz’aria, il mio stomaco, o qualcosa ancor più dentro di me, ripeteva BASTA, BASTA.

Allora ho sparecchiato. La vista del cibo mi infastidiva. Ho pensato avrò preso un virus, con tanti che popolano l’atmosfera. Uno di quelli che bloccano l’appetito e danno disturbi di stomaco. Se non fossi stato meglio l’indomani sarei andato dal medico. Ma non me la presi molto, un po’ di digiuno non poteva che farmi bene.

Nei giorni seguenti mi resi conto che il responsabile della mia improvvisa avversione per il cibo non era un virus né niente di simile. La faccenda era molto più complessa. O più semplice, a seconda del punto di vista. In ogni caso definitiva. Il mio problema era tutto. Tutto ciò che accadeva. Intorno a me e altrove, anche molto lontano. Pensai che fosse sufficiente non guardare il telegiornale e non leggere i quotidiani, soprattutto in concomitanza dei pasti. All’inizio l’espediente funzionò.

Poi la nausea e il rifiuto per il cibi ricominciarono. Capii che ormai quel tutto mi era entrato così dentro che niente avrebbe potuto liberarmene. E io ero dentro al tutto e non avevo modo, o forse capacità o volontà sufficiente, di uscirne. Solo una via conoscevo: ridurre, abolire tutte le interazioni fra me e il tutto, fra me e il mondo. E la prima relazione che mi era venuto spontaneo interrompere era stata quella considerata fondamentale per la sopravvivenza: avevo smesso di nutrirmi.

Talvolta uno strano istinto mi spinge ancora a mandare giù qualche boccone, ma sempre più di rado.

Fu solo per accontentare il mio amico che insisteva, preoccupato per me, che, dopo qualche settimana dall’inizio del mio digiuno, mi recai dallo psicanalista. In realtà lo ritenevo inutile, come fu. Il professore, infatti, si limitò ad appiccicarmi addosso la sua brava etichetta: anoressico, dunque malato. Mi lasciò parlare per quasi un’ora, ma senza ascoltare le mie parole. Le interpretò secondo la sua diagnosi, formulata dopo la mia prima frase. Però era manifestamente interessato al mio caso, che risultava piuttosto insolito, sia per il sesso, che per l’età. Gli si leggeva negli occhi. Ma non gli ho consentito di studiarmi. Anzi, l’incontro con lui ha rafforzato la mia convinzione: non sono malato. Ne sono sicuro. È il mondo ad esserlo. E poiché non c’è niente che io possa né sappia fare per guarirlo, non trovo altra soluzione che lasciarlo.

Il mio corpo si sta consumando lentamente. In tre mesi ha perso circa venti chili di peso. Il mio tempo scorre ormai da una mattina a una sera attraversando notti e giorni che sempre più si somigliano, la luce e il buio sono divenuti entrambi una penombra ovattata, nella quale giungono sempre meno echi e notizie dall’esterno: ho gettato via l’apparecchio televisivo; non compro più giornali. Ho smesso di andare in ufficio. Raramente varco la porta di casa, fuori da essa tutto mi assale implacabile, come un flash accecante.

Non c’è niente infatti che possa indurmi a interrompere questa agonia, al contrario: occhi orecchie naso mi ricordano continuamente i mille e mille motivi che, dapprima inconsapevole, mi hanno portato a questa scelta. Non so più andare avanti tappandomi occhi orecchie naso, fingendo che il calcio, i talk show, le ferie al mare, la macchina nuova possano riempirmi la vita e cancellare tutto il resto. Inquinamento, povertà, razzismo, corsa alla sopraffazione e alla supremazia… Non so tollerarli più. E non avendo né la forza né la fantasia per lottare contro tutto ciò, posso soltanto lasciare che il mio corpo si arrenda al niente continuando a gridare il suo silenzioso BASTA. Tra poco, forse giorni, forse ore, abbandonerò dunque la partita. Sconfitto, sì, ma non più complice.


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La ragazza vestita di nero * un racconto

Alle nove meno tre minuti la ragazza vestita di nero salì sull’autobus e sedette come sempre dietro al posto di guida. Quella sera portava la minigonna, gli stivali, un giubbotto imbottito e lo zainetto, tutto nero; anche i capelli erano neri, mentre la pelle del viso era molto chiara; le labbra ravvivate da un rossetto quasi fucsia erano sottili e neppure il colore sfacciato riusciva a renderle volgari. L’autista non aveva ancora potuto scorgere gli occhi e non sapeva di che colore li avesse, ma era sicuro che anch’essi fossero scuri. Indossava orecchini in argento, forse coccodrilli oppure serpenti. Il tempo che impiegava la ragazza a passargli accanto era troppo poco perché lui fosse in grado di cogliere certi particolari; il ritratto che andava dipingendo nella sua mente era il risultato di pennellate raccolte in due settimane.

La ragazza vestita di nero pareva una studentessa, era giovane; l’autista pensava che non avesse più di diciotto anni. Lui ne aveva quaranta corredati di famiglia.

Non era innamorato della ragazza vestita di nero. Non proprio. Ma se avesse dovuto definire il sentimento che provava per lei quello che era più simile gli sembrava l’amore. Durante il giorno, soprattutto quando era alla guida dell’autobus pensava spesso a lei, e cercava di immaginare cosa stava facendo, dove viveva, che luoghi e che persone frequentava. Non era amore. O forse sì. Ma questo non era importante. Era importante che ogni sera lei salisse sull’autobus. A volte avrebbe voluto dirle qualcosa, scambiare due chiacchiere, fare conoscenza. Ma tutte le frasi che gli venivano in mente gli sembravano terribilmente banali, e così non le parlava mai.

Una sera di gennaio pioveva forte. Erano le nove meno due minuti e lei non era ancora arrivata. Un minuto alle nove, le nove: niente. Lui aspettò ancora, non sapeva decidersi a partire. Sull’autobus, per via del brutto tempo, solo tre passeggeri. Alle nove e due accese il motore. Un altra manciata di secondi e poi sarebbe dovuto partire. Stava per ingranare la prima quando la vide all’angolo della piazza, correva, riparandosi sotto una mantella di incerato nero.

Appena fu salita l’autista chiuse le portiere e l’autobus si mosse. Lei si era appoggiata alla porta di vetro che separava la cabina di guida dai passeggeri. Disse: “Credevo di aver perso l’autobus, ero così in ritardo.”

Aveva una voce argentina, squillante. Giovane, assolutamente giovane.

“Non sono partito in orario. Ti ho aspettata, ero sicuro che stavi per arrivare.”

Lei lo guardò con stupore misto a una soddisfazione quasi infantile:

“Ti ringrazio. è bello sapere che ti sei accorto di me.”

Dall’impermeabile della ragazza scendevano gocce d’acqua che formavano una pozza ai suoi piedi, lui le vedeva ogni volta che si girava. Al primo semaforo rosso ebbe modo di guardarla: gli orecchini erano a foggia di draghi: né serpenti né coccodrilli dunque, semmai entrambi. E gli occhi erano grigi, di una tonalità che non aveva mai visto, ricordavano il colore dell’argento brunito.

“Torni a casa adesso?” le chiese, non tanto perché gli interessasse la risposta, quanto per il piacere di udire la sua voce.

“No, vado a trovare un’amica. Resto da lei per un’ora, poi me ne vado. L’autobus che prendo per tornare alla Stazione tu non lo guidi mai.”

“Infatti, finisco il turno alle dieci.”

Per un attimo temette che lei gli dicesse “vediamoci dopo”: avrebbe rovinato tutto; parlarsi era già quasi troppo, figuriamoci un appuntamento.

Ma la ragazza vestita di nero non aveva altro da dire. Gli sorrise e andò a sedersi dietro di lui. Quando scese gli fece un cenno con la mano per salutarlo.

Da quella sera quando saliva gli diceva “ciao” prima di accomodarsi al solito posto.

L’autista lavorava tutto il giorno pensando a quella corsa, in cui guidava solo per lei. Se lei gli avesse chiesto di cambiare strada lo avrebbe fatto, infischiandosene delle proteste degli altri, o inventando loro che il percorso era stato modificato per qualche giorno. Ma la ragazza non gli chiedeva mai niente.

Un giorno, era la metà di febbraio, mentre era fermo al capolinea in attesa dell’ora di partire, provò un dolore al cuore. Un dolore netto, come se una lama gli spaccasse il muscolo. E poi lo invase una grande stanchezza. Un signore salendo sull’autobus notò il suo pallore e gli chiese se stava male.

“No, sto bene” rispose lui con fatica. Se avesse detto di sentirsi male lo avrebbero portato da un medico e non avrebbe potuto guidare la corsa delle nove, e non avrebbe visto la ragazza vestita di nero.

Ma dopo qualche istante un sonno pesante lo avvolse, e reclinò la testa da un lato. I passeggeri chiamarono gli autisti degli altri autobus fermi lì vicino. Lo portarono all’ospedale.

Alle nove precise un lieve sorriso gli allargò le labbra.

Alle nove e uno la macchina che tracciava i battiti del suo cuore prese a segnare una linea piatta. La moglie che lo guardava dal vetro della stanza per le terapie intensive comprese.

Nel corridoio, leggera come un’ombra, passò una ragazza vestita di nero era venuta a prenderlo.

(1996)

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Un cane stupido, un racconto

Dopo un anno dalla morte della moglie il vecchio prese un cane. Una bestia bruttina, dal corpo tozzo ricoperto di pelo raso marroncino e le zampe esili. Un cane stupido, dicevano tutti. Non si staccava mai dal fianco del vecchio. Non scodinzolava a nessuno. Non accettava cibo se non dalle mani del vecchio. Anche il vecchio era diventato un po’ strano da quando era rimasto vedovo. Dicevano “Tale il padrone, tale il cane.” Li vedevano tutti i giorni camminare per le stesse strade. Lo stesso percorso. Alla stessa ora. Tutti i giorni. Il vecchio parlava poco, e pochi si fermavano a parlare con lui. Lo vedevano chiacchierare con il cane, che lo guardava con la sua aria ottusa e gli trotterellava accanto su quelle sue buffe zampette.

Un pomeriggio d’estate il vecchio si gettò dalla finestra. Abitava al quarto piano e si spezzò la spina dorsale. Morì in ambulanza, mentre lo trasportavano in ospedale. Il cane saltò dietro a lui. Morì sul colpo.

Qualcuno commentò “Proprio un cane stupido. Non ha capito che oltre la finestra non c’era niente.”

(Racconto pubblicato ne “Lo specchio”)

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Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #3

Finalmente la riunione si interrompe. Un breve riassunto, poi andiamo a cena, in una trattoria a conduzione familiare che uno dei nostri conosce nelle vicinanze. Mangiare, oltre che un bisogno, è un modo di sfuggire alla monotonia di quella stanza marroncina; anche i miei compagni sono più vivaci davanti al cibo e al vino, la tensione si allenta, battute e risate animano la tavolata e dimentichiamo per un po’ le trattative, che più tardi riprenderanno, sempre in ristretta.

Uno dei colleghi, ritenuto dagli altri un dongiovanni a causa delle storie che – dicono – ha intrecciato con le impiegate della sede romana del nostro sindacato, un biondino di Genova della mia età, che finora mi ha ignorata, mi chiede se ho fissato una camera in albergo. Rispondo di no: rimanere a Roma così a lungo è stato un fuori programma, e, comunque, non dobbiamo essere vicini ai nostri nazionali per ogni eventuale bisogno? Lui annuisce, vagamente deluso. Dopo mi rendo conto che forse, nonostante i miei jeans, in quella domanda era celata una proposta, ma non me ne importa niente, non mi sento né lusingata né offesa, e poi alla mia stanchezza un letto fa gola solo per riposare.

Tutti, meno un paio di romani che vanno a casa, passeremo la notte nella stanza in cui abbiamo trascorso il giorno. È quasi mezzanotte, i nostri vengono a darci gli ultimi passaggi, un po’ come la radiocronaca di una partita. Una breve discussione in merito a quanto ci dicono, poi restiamo nuovamente soli e stanchi. Il tempo adesso scorre più lentamente. Ho sonno. Avvicino alcune sedie per formare un piano ove distendermi, e mi copro con il giaccone. Malgrado il mio abbigliamento pesante ho freddo. Sonnecchio, ma anche così le ore non passano mai. Cerco conforto nei miei pensieri, ma non basta immaginare di stare comodi e caldi e di allungare una mano per sentire il pelo morbido del mio gatto perché questo sia vero. Sento dei respiri pesanti intorno: le lampade sono state spente, molti si sono assopiti, chi appoggiato al tavolo, chi seduto, chi su una precaria costruzione come me. Ogni tanto avverto dei passi e intravedo contro il vano della porta, nella luce del corridoio, sagome che si muovono. Guardo spesso l’orologio nella penombra, ma la mattina sembra avere deciso di non venire.

Verso le sei non ce la faccio più: non ho passato neanche quattro ore su queste sedie, ma mi sento a pezzi, e ho dormito pochissimo. Vado in bagno e cerco di lavarmi: con le mani pulite, il viso rinfrescato e i capelli ravviati mi sento un po’ meglio. Anche la maggior parte degli altri è sveglia. Vorrei tanto un bel cappuccino caldo, sono ancora infreddolita. Con i soliti bolognesi e altri due toscani esco, diretta al bar di sotto. Ma è sprangato. Ora che siamo fuori la colazione è un obiettivo: un po’ a caso e un po’ a memoria ci incamminiamo a passo svelto nel freddo verso la strada in cui c’è il self-service, ieri abbiamo visto un bar da quelle parti; difatti c’è, chiuso; chiediamo a un uomo in divisa, forse un autista dell’autobus, e lui ci spiega che più avanti ce n’è uno, che è anche tabaccheria e di sicuro è già aperto.

Il sollievo è scarso: il locale è squallido e le paste rafferme. Mi sgomenta la strada che devo fare per tornare: non riesco a scaldarmi.

Al rientro c’è una novità. I nostri sono appena usciti dalla riunione, stanchi e con il mal di testa, ma con un possibile accordo in mano. Stanno descrivendo i punti salienti e la risoluzione di quelli controversi fino alla sera prima; i delegati chiedono dei chiarimenti, sottolineano alcune piccole sconfitte che i nazionali prontamente giustificano esibendo piccole vittorie ottenute in cambio e si stupiscono per queste obiezioni, dicono ma insomma sembra che sia la prima volta, lo sapete che contrattare significa dare per avere. Anch’io espongo le mie critiche, e, come previsto, la replica è decisa, ma come, non mi pare che si sia ottenuto abbastanza? Ribadisco che su certi punti non mi pare proprio, poi taccio, la mia disapprovazione non basta a far rimettere le cose in discussione, e poi forse non è un così cattivo contratto, sono troppo stanca per valutarlo. Nonostante alcuni dissensi, i delegati approvano, come da copione, all’alba, dopo una notte insonne.

Le ultime formalità, i nostri tornano da loro per siglare insieme l’accordo, e poi via, con una fotocopia del documento firmato, verso la stazione e un treno che mi riporta a casa.

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