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Recensione di Daniela Domenici a “Lidia, che detesta la Matematica”

Una bellissima recensione al mio romanzo per ragazzi, che racconta come può succedere di appassionarsi alla Matematica, anche se “prima” la si detestava.

LIDIA, CHE DETESTA LA MATEMATICA, DI ANTONELLA SACCO, RECENSIONE DI DANIELA DOMENICI

 

Lidia Copertina             Lidia quarta di Copertina


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Il ritratto di Mr. W.H. – Oscar Wilde * citazione #4

(titolo originale The portrait of Mr. W. H. ed. 1958; tard. Daniele Niedda, 1992)

Qualche altra riflessione dal romanzo di Oscar Wilde, dapprima sull’Arte e la possibilità di ognuno di noi di conoscere se stesso.

cover ritratto di wh

L’Arte, neppure quella di più vasti propositi e più ampie vedute, non potrà mai mostrarci il mondo esterno. Tutto ciò che ci rivela è la nostra anima, l’unico mondo di cui abbiamo una qualche conoscenza. Anche se poi proprio l’anima, l’anima di ognuno di noi, è per ognuno di noi un mistero. Si cela nel buio a rimuginare e la coscienza non sa dire nulla del suo lavorio. La coscienza, infatti, è del tutto inadeguata a spiegare il contenuto della personalità. L’Arte, e soltanto l’Arte, ci rivela a noi stessi.

E più avanti

È incredibile quanto poco sappiamo di noi stessi e come la nostra più intima personalità ci resti nascosta!

Alla fine del romanzo il protagonista, dopo aver amato e cercato di dimostrare una teoria letteraria (il soggetto ispiratore dei sonetti di Shakespeare sarebbe stato un giovane attore, bellissimo e di grande talento) descrive le sue conclusioni e quelle che reputa prove in una lettera all’amico che per primo gliela aveva fatta conoscere e, dopo la stesura della missiva, scope che all’improvviso non ci crede più e non prova più interesse per la cosa. Ecco le parole di Wilde:

Mi sembrava di aver perso la capacità di credere nella teoria di Willie Hughes: era come se qualcosa mi avesse abbandonato lasciandomi indifferente all’intera vicenda. Ma cos’era successo? Difficile a dirsi. Magari, avendo trovato espressione perfetta a una passione, avevo finito per esaurire la passione stessa. Le forze emotive, come quelle fisiche, hanno i loro limiti.

 

 

 

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Il ritratto di Mr. W.H. – Oscar Wilde * citazione #3

(titolo originale The portrait of Mr. W. H. ed. 1958; tard. Daniele Niedda, 1992)

Nel romanzo si tratta dell’ipotesi che un giovane e bellissimo attore (Mr W.H. Appunto) avrebbe ispirato i Sonetti di Shakespeare (all’epoca le donne non recitavano e le parti femminili erano interpretate da giovani).

cover ritratto di wh

Qui sotto alcune frasi che descrivono l’arte dell’attore, concetti che trovo estremamente intriganti:

Ricordo che due sonetti mi colpirono in particolar modo. Nel primo, il 53, Shakespeare si congratula con Willie Hughes per la sua versatilità di attore, quella capacità che, si sa, gli consentiva di interpretare un’ampia gamma di ruoli, da Rosalinda a Giulietta, e da Beatrice a Ofelia:

Qual è la tua sostanza, di cosa sei fatto,
che milioni di strane ombre ti fanno scorta?
Perché ognuno ha, in quanto uno, un’ombra
e tu, sebbene uno, puoi gettare qualsiasi ombra.

Versi incomprensibili se non fossero indirizzati a un attore. La parola “ombra” aveva infatti ai tempi di Shakespeare un significato tecnico legato alla scena. «I migliori attori non son che ombre» dice Teseo degli attori nel Sogno di una notte di mezza estate.

La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo

grida Macbeth nel momento della disperazione; di simili allusioni è ricca tutta le letteratura del tempo.

 

 

 

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Il ritratto di Mr. W.H. – Oscar Wilde * citazione #2

Proseguendo nella lettura di questo breve romanzo, in cui si parla dei Sonetti di Shakespeare, mi ha colpito questo breve scambio di battute, fra l’io narrante e il suo amico Erskine:

«Mio caro amico, – disse, – accetta il mio consiglio: non sprecare il tuo tempo sui Sonetti. Parlo molto seriamente. Dopo tutto, cosa ci dicono su Shakespeare se non che era schiavo della bellezza?»
«Ebbene, è proprio questa la condizione dell’artista!» replicai.

cover ritratto di wh

Più avanti, invece, una riflessione sulla memoria e sui ricordi, che trovo molto condivisibile.

(Erskine) Accennò un sorriso, ma c’era una nota di acuta tristezza nella sua voce che ricordo ancor oggi, come si ricorda il suono ammaliante di un violino, il tocco della mano di una donna. I grandi eventi della vita lasciano spesso indifferenti; attraversano la coscienza senza restarvi e, quando ci si pensa, diventano irreali. Anche i fiori scarlatti della passione par che crescano nello stesso campo dei papaveri dell’oblio. Rifiutiamo il peso del loro ricordo e abbiamo i nostri antidoti. Ma le piccole cose, quelle di nessun conto, restano con noi. In qualche piccolissima cellula eburnea il cervello custodisce le più delicate e fuggevoli impressioni.

Questo brano esprime in modo molto poetico qualcosa di simile al concetto “si ricordano gli attimi, non i giorni”. Trovo che sia molto vero: istanti, sensazioni fuggevoli si imprimono nella memoria in modo indelebile, mentre spesso di avvenimenti anche importanti conserviamo solo sfumate impressioni.

 

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Il ritratto di Mr. W.H. – Oscar Wilde * citazione

In questo breve romanzo, che appena iniziato a leggere, la vicenda prende l’avvio durante una conversazione fra amici sui falsi letterari.

Riporto un brano, che è nella prima pagina, trovo interessante l’opinione che il protagonista, o meglio l’io narrante, esprime sull’Arte (forse la concezione di Wilde stesso)

cover ritratto di wh

so che discutemmo a lungo su Macpherson, l’Irlanda e Chatterton. Riguardo a quest’ultimo io insistevo sul fatto che i suoi cosiddetti falsi erano semplicemente il risultato di una tensione artistica alla perfetta rappresentazione; che non potevamo arrogarci il diritto di criticare un artista per il modo di presentare la sua opera; e che essendo tutta l’Arte, in un certo senso , una forma di teatro, un tentativo di realizzare la propria personalità su un piano immaginativo inaccessibile ai futili impedimenti e ai limiti della vita reale, condannare un artista per falso significava confondere un problema etico con un problema estetico.

 

 

Tutta l’Arte è anche una rappresentazione…? su questo mi sembra che si possa essere d’accordo.

 

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Nascita di una nazione – mostra

Mostra a Palazzo Strozzi, Firenze, dal 16 marzo al 22 luglio 2018.

Il titolo per esteso della mostra è Nascita di una nazione – tra Guttuso, Fontana e Schifano

ovvero

Dawn of a nation –  from Guttuso to Fontana and Schifano20180619_165747 Angeli bl(Turcato – Comizio – 1950)

Arte italiana dagli anni Cinquanta fino ai Settanta, opere con particolare riferimento alla politica, alla società e alle loro contraddizioni.

La mostra mi è sembrata suggestiva e interessante, molto di atmosfera. Un bel contrasto fra la stanza con le opere di Burri e Fontana e quella con i monocromi bianchi di vari artisti.

Le foto sono fatte con lo smartphone, ma rendono comunque l’idea, a mio parere.

20180619_165903 Burri bl

(Alberto Burri)

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(Emilio Vedova)

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(Tano Festa)

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(le tre opere lungo la parete sono di Fausto Melotti)

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(Mario Schifano)

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(Franco Angeli – Stelle)

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(Luciano Fabro – L’italia – 1968)

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(Alighiero Boetti)

 

 

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Lo spirituale nell’arte – Wassily Kandinsky

(titolo originale Über das Geistige in der Kunst, insbesondere in der Malerei, pubblicato nel 1912, edizione italiana a cura di Elena Pontiggia)

cover spirituale Kandinsky

Dall’Introduzione

Comprendere significa capire il punto di vista dell’artista. Si è detto che l’arte è figlia del suo tempo. Un’arte simile può solo riprodurre ciò che è già nettamente nell’aria. L’arte che non ha avvenire, che è solo figlia del suo tempo ma non diverrà mai madre del futuro, è un’arte sterile. Ha vita breve e muore moralmente nell’attimo in cui cambia l’atmosfera che l’ha prodotta.

Anche l’altra arte, suscettibile di nuovi sviluppi, è radicata nella propria epoca, ma non si limita ad esserne un’eco e un riflesso; possiede invece una stimolante forza profetica, capace di esercitare un’influenza ampia e profonda.

La vita spirituale, di cui l’arte è una componente fondamentale, è un movimento ascendente e progressivo, tanto complesso quanto chiaro e preciso. È il movimento della conoscenza. Può assumere varie forme, ma conserva sempre lo stesso significato interiore, lo stesso fine.

 

 

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Riflessione, sull’arte

Stamani in TV ho visto, nella trasmissione di RAI Storia Il giorno e la storia, un frammento di un’intervista a un amico (forse anche critico d’arte, non so chi fosse) di Pablo Picasso, il grande pittore morto proprio il giorno 8 Aprile (1973).

Questa persona raccontava che durante una sua visita a Picasso questi gli aveva chiesto cosa pensassero i giovani di lui (di Picasso) e la sua risposta era stata: “Dicono che dipingi troppi quadri”.
Picasso, che in quell’occasione aveva mostrato all’amico una sessantina di quadri, dipinti tutti negli ultimi due o tre mesi, disse indicandone uno all’amico: “A te quel quadro sembra molto bello vero?” “Trovo che sia molto bello sì” “Secondo te lo avrei potuto dipingere se prima non avessi dipinto tutti gli altri?”

(Il dialogo è citato a memoria, quindi di sicuro un po’ impreciso, ma l’ultima battuta è quella.)

Questo episodio mi ha colpita, perché in buona misura condivido il concetto espresso da Picasso: a volte è utile o meglio necessario produrre molto (magari di mediocre) per riuscire a tirar fuori da noi qualcosa di veramente bello, qualcosa che valga la pena. Il molto si può intendere sia nel senso di allenamento per raggiungere una grande padronanza del mezzo espressivo da noi scelto, sia come bisogno di liberarsi di robaccia che abbiamo dentro e che sta sopra a quello che veramente vogliamo comunicare.
Probabilmente per altri è vero il contrario, trovano più naturale dedicarsi a poche opere investendo su di esse tutte le loro emozioni e le loro capacità.

Ovviamente non credo che ci sia una strada migliore di un’altra, ognuno segue la sua e, penso, è già molto se (non essendo un Picasso) riesce a scoprire qual è…


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Intervista a Sara Cerri, autrice di “Danza, Isadora Duncan”

Sara Cerri è l’autrice del settimo libro pubblicato nella collana I Gufi de Il villaggio Ribelle di David and Matthaus dal titolo “Danza, Isadora Duncan”.

cover Danza Isadora

  1. Dopo aver letto la storia di Isadora Duncan nel tuo romanzo dedicato alla sua vita, mi sembra superfluo chiederti perché hai deciso di raccontare qualcosa di questa grande danzatrice anche a un pubblico giovane. Però lo faccio lo stesso, magari ci sono aspetti di questa scelta che ti preme sottolineare.

Conoscendo la storia di Isadora oramai molto a fondo non mi stancherei mai di divulgarla, per un grande affetto e stima che mi legano a questo personaggio e a un lavoro – il romanzo: Isadora Duncan – che mi ha visto impegnata per circa dieci anni, anche se non continuativi, di scrittura e di padronanza del suo vissuto. Quando si scrive tanto di un personaggio, dopo aver tradotto tanti documenti e aver srotolata, in questo caso, la sua vita e il suo pensiero di fronte agli occhi, succede che il personaggio ti abiti un po’ dentro. È accaduto che proprio lei stessa, quando avevo una pallida idea di dar forma a un Gufo in suo onore, mi abbia preso per mano indicandomi il modo giusto di farla rivivere, questa volta in un libro per bambini. Il mio libro è dedicato ai piccoli lettori che amano la danza – è consigliato ai lettori dai dieci anni – e non escludo i ragazzini, perché questa disciplina, oggi, è molto amata anche dai maschi che partecipano a lezioni di danza moderna o altri balli contemporanei come ad esempio la danza Hip pop, il Modern jazz o altre discipline attuali di cui Isadora è considerata la madre.

  1. C’è qualche elemento che riguarda Isadora su cui hai posto l’accento nella tua storia?

Fu Isadora Duncan – insieme a Loïe Fuller e Ruth St. Denis – tra ‘800 e ‘900 a imporsi sulla scena mondiale sviluppando la danza libera – ballando, davano luogo sul palcoscenico a veri e propri racconti – che poi dette origine ad una danza moderna rappresentata attraverso una propria armonia e da sistemi espressivi ed educativi assolutamente particolari. Il personaggio di Gilda mi ha offerto l’occasione di porre l’accento sulla libera espressione della danza in senso formativo, proprio come Isadora la concepiva. Gilda è una ragazzina che amerebbe ballare, imitando la bravissima madre, ma risulta pasticciona, inciampa e cade, non ha semplicemente trovato il modo di esprimersi, o forse ha perduto il contatto con se stessa, con la bambina che era capace di muoversi in libertà ascoltando il suo corpo, collegandosi alla natura, alla semplicità dei movimenti che possiedono i bambini piccoli che non sono ancora stati fuorviati dall’educazione che di solito impone movimenti rigidi e un allontanamento dal proprio essere. Ritrovare la capacità di un movimento originario, libero, magari al tempo di musica dettato dal mare, era ciò che Isadora predicava nelle sue scuole di danza. Desiderava infatti formare donne libere di camminare nel domani, di percorrere la propria strada, una concezione molto molto attuale. Così Isadora, nel mio libro, insegnerà a Gilda il segreto per trovare quella danza che la bambina cerca da tempo.

  1. Cosa vorresti che suscitasse in un giovane lettore questo tuo libro?

La voglia di conoscersi, amare il proprio passato per affrontare il futuro. Ciò che siamo stati non dovremmo mai perderlo per camminare verso il nostro domani. La pazienza, imparare ad amare se stessi, non aver paura di essere diversi dagli altri; spesso vogliamo essere qualcosa che non ci appartiene e conoscerci può farci superare uno stato di impasse, un incaglio, una situazione dalla quale non si riesce a uscire. Imparare a essere ciò che realmente siamo può catapultarci in una situazione nuova, migliore, più bella e giusta per noi.

  1. Quanto pensi che possa essere importante l’espressione attraverso l’arte per un bambino?

Penso che sia importantissima. L’arte è pazienza, disciplina, conoscenza, è imparare a misurare qualcosa attraverso noi stessi – e nel caso della danza ci insegna a rapportarci con lo spazio e con la musica – ci può dare la dimensione dei nostri pregi, delle nostre qualità nascoste, della personale interiorità, della propria cifra necessaria ad affrontare i nostri talenti, poiché ognuno ne possiede. Può aiutarci quindi ad amare molto ciò che facciamo. Direi che è essenziale per la formazione del carattere di un bambino.

  1. C’è qualcosa che vorresti dire, sul libro o su di te, che non ti ho chiesto?

Il libro Danza Isadora Duncan è dedicato a una bambina speciale nata da pochissimo e la dedica dice: A Gilda che danza sul tetto del mondo. Ma è una dedica che vorrei estendere a tutti i bambini che mi leggono, in fondo la vita è questo: un ballo calzante a noi stessi.

  1. Dato che sei la direttrice della collana I Gufi, puoi anticipare qualcosa sulle prossime pubblicazioni?

Non vorrei dare anticipazioni, molti autori stanno scrivendo, ho molti lavori da leggere. Non mi aspettavo questa grande adesione al progetto, questa grande passione che ognuno mette nel raccontare la sua storia. E sono storie diverse, appartengono a un passato lontanissimo, oppure molto recente e tutte riescono a stupirmi e ad emozionarmi. Perché è innanzi tutto questo che chiedo per i lettori de I Gufi: storie capaci di rivelare aspetti nascosti dei personaggi raccontati e capaci di dare un’emozione intensa che possa rimanere molto a lungo nel cuore di chi legge.

 

Grazie Sara per le tue risposte. È davvero fondamentale che i bambini e giovani sperimentino e comprendano il valore e il potere che l’arte ha e può avere nella vita di ciascuno.

Sara con il gatto Tigro

Per chi vuole approfondire la conoscenza con Sara Cerri e le sue opere qui di seguito ci sono i link ai suoi siti web e alla pagina Facebook dedicata a Isadora Duncan e curata da Sara.

www.saracerri.com

www.saracerri.it

https://it-it.facebook.com/pages/Isadora-Duncan/268157049881103

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Andrè Gide, I falsari – citazioni

Nell’attesa di trovare il tempo di scrivere le mi impressioni (molto positive) su questo romanzo di Gide, trascrivo alcuni dei periodi che mi hanno colpita. Sono solo una piccola parte dei brani che mi sono segnata come più interessanti; due sono sulla scrittura e due riguardano aspetti psicologici. (L’edizione che ho letto e a cui si riferiscono i numeri di pagina è dei Tascabili Bompiani, trad. Oreste del Buono, giugno 1995)

Pag. 120

“Aveva la brutta abitudine di contare sugli avvenimenti più che su se stessa.”

Pag. 332

Ho pensato spesso,” interruppe Eduard, “che in arte e, in particolare, in letteratura, contano solo quelli che si lanciano verso l’ignoto. Non si scoprono terre nuove senza accettare di perdere prima di vista e per molto tempo ogni terra conosciuta. Ma i nostri scrittori temono l’alto mare; non sanno che navigare vicino alla costa.”

Pag.390 (diario dei falsari)

Da notare, le acute osservazioni di W. James sulle abitudini (nel suo manuale di psicologia che sto proprio ora leggendo).
… “quando noi ci scaldiamo per un ideale astratto che misconosciamo in seguito nei casi concreti, pieni di dettagli spiacevoli. Ogni ideale in questo misero mondo è mascherato dalla volgarità delle circostanze nelle quali si realizza.

Pag. 413 (diario dei falsari)

Finito il libro tiro la riga e lascio al lettore l’incarico di eseguire l’operazione: addizione, sottrazione, poco importa: penso che non tocchi a me farla. Tanto peggio per i lettori pigri: io li desidero diversi. Inquietare: questa è la mia parte. Il pubblico preferisce sempre essere rassicurato. Molti scrittori lo fanno di mestiere. E sono anche troppi.