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Il racconto dell’isola sconosciuta – José Saramago * Impressioni di lettura

(titolo originale O Conto da Ilha Desconhecida, 1997; versione italiana del 1998, a cura di Paolo Collo e Rita Desti)

Una sorta di fiaba, in pieno stile Saramago: sia per il linguaggio che per il tema che per i personaggi. Con l’ironia e la poesia che contraddistingue sempre la sua scrittura.

Anche se breve si tratta di un testo che rende molto bene stile e poetica di Saramago; uno dei due protagonisti, come spesso avviene nei suoi romanzi (penso per esempio a Cecità, a La zattera di pietra), è una bella figura di donna. Insomma, Il racconto dell’isola sconosciuta è un piccolo gioiello. Almeno per chi, come me, ama questo grande autore.

cover Isola sconosciuta

Qui sotto, in sintesi, la trama. Lasciatela perdere se pensate di leggere la fiaba, anche se questo riassunto non rende affatto l’idea dell’originale: secondo me Saramago va letto, riassumerlo è impossibile, perché il significato di quello che scrive passa attraverso ogni singola parola, ogni virgola, da quel suo modo di rappresentare i dialoghi senza i segni (virgolette o caporali o lineette) consueti.

In un paese qualunque un uomo, attraverso la “porta delle petizioni” va a chiedere al re un colloquio. Il re sta sempre davanti alla “porta degli ossequi”, appunto a ricevere ossequi, e lascia che ad occuparsi dei postulanti siano segretari, assistenti eccetera fino alla donna delle pulizie che, in realtà, è l’unica che ascolta i postulanti. Ma la costanza dell’uomo costringe il re ad andare a parlargli.

L’uomo vuole una barca. E la vuole per andare a cercare l’isola sconosciuta.

E non c’è modo di convincerlo che di isole sconosciute non ve ne sono più: perché, dice, quelle sulle carte sono tutte isole conosciute.

Il re quindi gli concede una barca. E mentre l’uomo se ne va al porto per farsi dare dal capitano del porto la barca, la donna delle pulizie, passando per la “porta delle decisioni” lo segue, è stanca di pulire palazzi e vuole pulire barche.

Né lui né lei sono marinai, ma sono convinti che saranno il mare e la barca e anche il cielo a insegnare loro come navigare.

Il capitano del porto dà all’uomo una caravella un po’ modificata, imbarcazione che alla donna era piaciuta subito e l’uomo commenta:

Piacere è probabilmente il miglior modo di possedere, possedere dev’essere il peggior modo di piacere.

Mentre l’uomo va a cercare un equipaggio la donna sale sulla caravella per pulirla e controllarne le condizioni. Quando l’uomo torna, però, è senza equipaggio: nessuno vuole mettersi in mare alla ricerca dell’isola sconosciuta. Ha comunque un po’ di cibo, per sé e per la donna. Cenando i due parlano, del viaggio e non solo.

Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei.

Poi si ritirano per dormire, ognuno in una cabina. La donna delusa, convinta che l’uomo pensi solo all’isola, e lui senza avere il coraggio di andare da lei. L’uomo nella notte sogna e nel sogno la caravella si trasforma in un’isola galleggiante, e quando si risveglia lui e la donna sono abbracciati. Poi dipingono il nome sull’imbarcazione e

Verso mezzogiorno, con la marea, L’Isola Sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di se stessa.


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Polvere sui ricordi – Giorgia Golfetto * segnalazione

Con molto piacere segnalo l’uscita di questo ebook di Giorgia Golfetto, che ho già aggiunto alla mia lista dei libri da leggere. In formato ebook kindle.

cover ebook GG polvere

 

Sinossi

Angela è una psicologa e una moglie, una donna felice e piena di vita.
Una perdita, il dolore, l’insoddisfazione e un infido senso di inadeguatezza mettono in discussione la sua vita apparentemente perfetta.
Ed è per questo che Angela abbandona tutto per prestare volontariato in Siria, cercando di trovare un appagamento personale o, forse, solo di zittire i propri demoni.
Il lungo viaggio di questa coraggiosa e incosciente donna si rivelerà essere un cammino di introspezione personale, dove lontano e vicino, amore e amicizia si mischieranno confondendo i propri limiti.
Può la polvere che copre i ricordi scoprire i cuori e liberare le emozioni?

 




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Spiaggia, un racconto

mare

Il mare arruffato dal vento proponeva sfrontato la sua bellezza, ma la sabbia che si alzava con le folate più energiche smorzava col suo fastidio la poesia che pervadeva lo spettacolo delle onde.

D’altro canto quello stesso vento che rendeva difficoltoso restare distesi al sole di mezzogiorno aveva avuto il merito di indurre molti bagnanti a disertare la spiaggia, che così era rimasta appannaggio di pochi intrepidi, la maggior parte dei quali stava sdraiata sugli asciugamani, allo scopo di minimizzare il disagio.

Non si sentivano rumori né grida, si poteva udire solo la voce prepotente del mare, che a Tommaso pareva di gran lunga preferibile non solo alla confusione ordinaria della spiaggia, ma anche allo stesso silenzio. Quando il suo amico era rientrato alla pensione e l’aveva esortato a seguire il suo esempio, lui aveva preferito restare lì, a godere di quell’atmosfera inconsueta per le sue abitudini di cittadino e provava un profondo piacere nel rude tocco del vento e nel salmastro del mare, li avvertiva come espressione della natura di cui, in quel momento e in quelle condizioni, si sentiva partecipe.

La solitudine aveva ampliato la realtà di quella sorta di incantesimo, che lui era ben intenzionato a non rompere. Si era anzi lasciato convincere dal richiamo delle onde e circuire dagli spruzzi di quelle che venivano a infrangersi presso la riva: sfruttando la sua abilità di nuotatore, aveva assecondato i movimenti dell’acqua, rotolando nei cavalloni e facendosi portare da essi. Dopo avere abbondantemente giocato con quella compagna forte e imprevedibile ma pure dolce e consolante, si era nuovamente disteso sulla spugna colorata, proteggendosi il viso bagnato con le braccia.

Quando il vento concesse un po’ di tregua, Tommaso alzò lo sguardo, soffermandolo sulla figura a lui più vicina: una donna che, anche prima quando era insieme all’amico, aveva attirato la parte della sua attenzione non già dedicata al mare.

Lei pure, prima di lui, aveva fatto il bagno, e, in quell’occasione Tommaso aveva potuto ammirare il suo corpo ben fatto, quantunque non più molto giovane: sembrava essere sulla quarantina, il doppio dei suoi anni appena compiuti e poco meno dell’età di sua madre. Gli restava difficile, però, confrontarla con sua madre, che per lui era bella e non aveva età, era sempre come quella fra le cui braccia si rifugiava da bambino. Forse le madri sono destinate a invecchiare tutto d’un colpo, nel momento in cui la realtà di una malattia o di un impedimento annullano l’inconscia illusione che saranno sempre, al bisogno, al capezzale del tuo letto.

Abbandonata quella sorta di fuggevole paragone tornò a concentrarsi sulla vicina e, non potendo fare altro, si mise a studiarne il costume, un bikini di cui lei indossava solo la parte inferiore: era nero con dei disegni minuti che dalla sua posizione non riusciva a identificare benché ci si impegnasse; gli pareva quasi che se li avesse distinti avrebbero potuto fornirgli informazioni su di lei ma i suoi sforzi non colsero il successo sperato e così si dedicò ad altri particolari. La borsa che la donna teneva vicino al capo era una capace sporta da mare, in paglia grezza, con decorazioni colorate intorno al bordo e manici lunghi, ricadenti, di quelli da portare a tracolla; era lì dentro che lei aveva appoggiato gli occhiali da sole per fare il bagno, e da lì sporgeva l’angolo di una rivista, ma anche questo non era un indizio qualificante, perché non se ne leggeva il titolo né si indovinava il genere, essendo visibile solo una foto pubblicitaria.

Come lui era distesa prona e immobile su un asciugamano dai colori scuri; la sua pelle era abbronzata e i capelli bagnati erano piuttosto corti e scuri.

In fondo, rifletté Tommaso, non era affatto necessario capire chi fosse e come fosse: quello che contava era la sensazione che lui provava per quella presenza, il piacere di sfiorarle il corpo con lo sguardo, l’abbandonarsi a quella sorta di attrazione visiva che fra gli ingredienti comprendeva senz’altro anche un pizzico di sensualità, ma non più di tanto.

Chissà se lei avvertiva il lieve peso del suo interesse: il ragazzo da un lato lo sperava, come se ciò potesse instaurare un fragile legame fra loro, d’altro canto per lo stesso motivo lo temeva, perché così avrebbe perduto l’esclusività di quella sensazione e questo ne avrebbe diminuito il fascino. Preferiva lasciare che i sogni e le immagini le volteggiassero intorno, mentre si vedeva conversare con lei nella fantasia o fare insieme un altro bagno o incamminarsi verso una meta vaga e imprecisata.

Un paio di volte i loro sguardi si incrociarono e lui diresse il suo altrove fingendo indifferenza, ma dall’espressione della sua occasionale compagna ebbe il sospetto che a lei non fosse sfuggita l’insistenza con cui lui l’aveva osservata, in particolare nell’ultima mezz’ora.

Decise allora che sarebbe rimasto sulla spiaggia finché lo avesse fatto lei, per seguirla quando se ne fosse andata. Forse avrebbe potuto dirle qualcosa di banale sul tempo, recriminare sul vento inospitale.

Chiuse gli occhi per difenderli da un ennesimo turbine di sabbia, e nel riaprirli vide che la donna si era alzata e stava ripiegando l’asciugamano. Mentre lo riponeva nella borsa da questa scivolò fuori la rivista, che fu subito preda di una raffica dispettosa. Tommaso si precipitò a raccoglierla e la porse alla donna che lo ringraziò con un sorriso e si allontanò tenendola in mano.

Il ragazzo, dopo un attimo di esitazione, tornò a distendersi sulla sabbia e si accorse che, pur tenendola in mano, non aveva guardato che rivista fosse.

 

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La donna che faceva la maglia, un racconto

maglia - particolare

La donna che faceva la maglia muoveva le mani e i ferri con rapidità, come un insetto che sfregasse le zampe anteriori. Un movimento sicuro, conosciuto, ritmato. L’intrecciarsi dei fili produceva un tessuto morbido, che cresceva lentamente, allungandosi a ogni cambio di ferro, quando cioè le maglie erano state trasferite tutte da una parte e i ferri venivano invertiti, quello vuoto a destra quello pieno a sinistra per poterlo vuotare ancora.

La donna di quando in quando alzava gli occhi e volgeva lo sguardo intorno a sé, nella penombra della stanza. Le sue mani avevano occhi e non si fermavano mai. I suoi pensieri vagavano indietro nel tempo, intorno ad altre maglie lavorate e alle persone che le avevano indossate. Bambini, vecchi, donne, uomini, perfino il bassotto di una zia a cui aveva fatto una sorta di mantello, con i buchi per le zampe davanti. E poi coperte, centrini, tende. Tutto quello che si poteva fare con i ferri lo aveva fatto. Nient’altro ricordava della sua vita, se non il ticchettare dei suoi strumenti, la morbidezza della lana, l’asprezza del cotone, la varietà dei colori, composti a volte come in un quadro.

La donna che faceva la maglia non si levava quasi mai in piedi; sbocconcellava un pezzo di pane rimanendo con il lavoro in mano, e quando era troppo stanca si addormentava sulla sedia con la testa reclinata sulle braccia a loro volta appoggiate sul tavolo. Sognava di fare la maglia: di intrecciare lane e filati meravigliosi, soffici e leggeri come mai le era accaduto nella realtà. E tutte le volte che dormiva riprendeva, anche nel sogno, il lavoro interrotto l’ultima volta che si era svegliata, cosicché il sonno e la veglia si distinguevano per lei solo per la qualità della lana: in entrambi gli stati, infatti, portava avanti la stessa opera, una grande coperta con la quale poter coprire tutta la terra. Sapeva di non avere abbastanza tempo, era troppo vecchia, aveva cominciato tardi. Ma, proprio per questo, non poteva smettere, e continuava a sferruzzare sempre più veloce. Una volta all’anno usciva a comprare gomitoli e gomitoli di lana, che le bastassero fino all’anno dopo. Nel sogno, invece, aveva sempre un unico gomitolo, che non finiva mai, e ogni notte mutava colore.

Una sera d’inverno si assopì più stanca del solito, le mani indolenzite. Si trovò ben presto immersa nel sogno, dove non provava mai la fatica. Stavolta il gomitolo era molto piccolo e, accanto alla sua sedia, posato per terra, c’era un altro lavoro a maglia, lunghissimo come quello che aveva fra le mani. Lo riconobbe: era la coperta che stava facendo durante la veglia. Capì che doveva unire i due lavori insieme; quando ebbe compiuto questa operazione la coperta sembrò illuminarsi, e lei vi si avvolse dentro. Anche se non bastava a coprire tutta la terra era molto grande, era come essere dentro una nuvola, che la teneva calda e la proteggeva, cullandola in quell’ultimo sonno.