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Un’estate da ricordare – Mary Balogh * impressioni di lettura

(Titolo originale “A Summer to Remember”, Traduzione di Jordanit Ascoli e Roberto Marini; originale pubblicato nel 2002; edizione italiana da me letta del 2007)

cover estate da ricordare

Un romance ambientato in Inghilterra agli inizi dell’Ottocento, una storia non particolarmente originale ma resa interessante dal modo di raccontarla e dai personaggi, soprattutto i protagonisti, che sono ben disegnati e sufficientemente credibili, come credibile è lo sviluppo del sentimento che nasce fra loro.

Una piacevole lettura, insomma.

È il primo romanzo che leggo di questa autrice e mi è venuto spontaneo fare un confronto con altre mie recenti letture, ovvero alcuni romanzi di Georgette Heyer. Questa seconda autrice, a mio parere e limitatamente ai libri che ho letto, costruisce trame più intrecciate, spesso da commedia degli equivoci, da cui l’aspetto sentimentale e le emozioni sono tenuti al di fuori per lasciare maggiore spazio all’ironia e ai colpi di scena.

In questa storia di Mary Balogh è invece più facile e immediato immedesimarsi nei protagonisti o, per lo meno, sentirsi ad essi più vicini.

 

 

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Polvere sui ricordi – Giorgia Golfetto * Impressioni di lettura

La prima cosa che si percepisce leggendo questo libro è la sincerità che ha guidato l’autrice. Le emozioni si sentono e sono vere.

La storia è originale e il tema impegnativo, oltre che drammaticamente attuale.

Trovo molto realistico il comportamento della protagonista che decide di dedicarsi a un’opera umanitaria più per se stessa, almeno all’inizio, che per l’opera in sé. È come se il dolore che lei prova la isolasse dal resto del mondo, per conta solo ciò che, forse, potrebbe offrirle un po’ di pace, di conforto. Infatti, benché una volta giunta in Siria riesca a prestare la sua opera come psicologa al suo meglio, vive ogni evento soprattutto in funzione di se stessa e della sua situazione. Almeno per i primi mesi, almeno fino a che la tragicità degli eventi quotidiani non le consente di maturare e di capire che il suo dolore non è tutto e che non è nemmeno solo suo.

Si avverte, in qualche punto della narrazione, a mio parere, che si tratta di un’opera prima, ma la scrittura è sempre fluida e corretta.

Decisamente un buon romanzo.

 

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Sinossi

Angela è una psicologa e una moglie, una donna felice e piena di vita.
Una perdita, il dolore, l’insoddisfazione e un infido senso di inadeguatezza mettono in discussione la sua vita apparentemente perfetta.
Ed è per questo che Angela abbandona tutto per prestare volontariato in Siria, cercando di trovare un appagamento personale o, forse, solo di zittire i propri demoni.
Il lungo viaggio di questa coraggiosa e incosciente donna si rivelerà essere un cammino di introspezione personale, dove lontano e vicino, amore e amicizia si mischieranno confondendo i propri limiti.
Può la polvere che copre i ricordi scoprire i cuori e liberare le emozioni?

 

 

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Pecore con gli scarponi, #27

Nel bozzolo

Al ritorno, sull’autostrada, trovarono un po’ di coda e arrivarono a Firenze all’ora di cena. Umberto propose a Laura di fare uno spuntino da qualche parte, ma lei rifiutò. Improvvisamente aveva voglia di restare sola. E poi le sembrava che un’intera giornata insieme fosse già abbastanza.

Salendo le scale si interrogava sul perché di quella decisione: Umberto era stato gentile e mai invadente per tutto il tempo e si trovava a suo agio con lui, non provava più lo sciocco imbarazzo dei primi tempi. Eppure qualcosa le aveva suggerito, anzi imposto quella sorta di fuga. Trascorrere tante ore fuori dall’ambito lavorativo con un’altra persona che non fosse la sua amica Moira (che ormai, purtroppo vedeva così di rado) o la collega Patrizia era un fatto talmente insolito che l’aveva un po’ affaticata, forse disorientata. Doveva riprendersi da quella strana sensazione e, per riuscirci, aveva bisogno della solitudine.

La casa l’accolse con il suo silenzio, le sue ombre consuete, gli impercettibili odori della sua quotidianità. Sedette in poltrona, socchiuse gli occhi. Le sembrava che le emozioni provate nel corso degli anni si fossero affollate tutte insieme e premessero dentro di lei. Nella mente, nel cuore. L’eco di ciascuna delle vecchie emozioni, mai sopite del tutto, le risuonava dentro, in un coro assordante.

Ecco. Era quello. Il motivo.

Non voleva ascoltarle. Non voleva risvegliare quella parte di sé. Non voleva soffrire ancora. Voleva rimanere protetta nel suo bozzolo, non felice ma nemmeno troppo infelice.

Rimase accoccolata in poltrona a lungo, aggrappandosi ad ogni appiglio possibile per non scivolare fuori da quella sorta di limbo in cui era vissuta fino ad allora. La solitudine era triste ma si trattava di una tristezza consueta, di cui conosceva ogni sussulto. Un nuovo rapporto, sia pure di sola amicizia (perché altro, certamente, non avrebbe potuto essere), avrebbe portato nuove ansie e sensazioni dimenticate e lei non avrebbe permesso che accadesse. Non poteva permetterselo, perché se il bozzolo si fosse spezzato non avrebbe avuto la forza di ricostruirlo ancora.


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Mario Pacchiarotti, Baby Boomers

Leggere una storia di Mario Pacchiarotti è sempre un’esperienza emozionante: nel vero senso della parola i suoi scritti suscitano (almeno in me) sempre delle emozioni, delle belle emozioni. Con garbo, lucidità e, spesso, ironia, Mario racconta della realtà, anche la peggiore, per offrire una speranza.

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Anche il romanzo Baby Boomers, siamo la goccia che diventa mare, è la storia o, forse meglio, la speranza di veder realizzata un’utopia. In questo senso è un romanzo che “fa bene al cuore” (e in questo momento, con quello che sta succedendo nel mondo vicino e meno vicino da noi ce n’è bisogno) e, nello stesso tempo, induce alla riflessione. Che tipo di riflessione? Ne accenno appena, per non svelare troppo della trama e perché gli stimoli che recepiamo leggendo sono molto personali, ciascuno di noi percepisce qualcosa di diverso (ritengo la lettura un atto creativo, un’interazione fra il testo e quindi l’autore e il lettore). Mario ci propone in questo libro una possibile risposta alla domanda “questa realtà e questo mondo non mi piacciono, li considero ingiusti: posso fare come singolo qualcosa per cambiarli?” E la risposta è che ciascuno di noi può essere, semplicemente, la goccia che diventa mare.

Non dovete però temere che il romanzo sia filosofico o noioso o moralistico. Tutt’altro. C’è azione, una dose di ironia, sostenute da una buona scrittura. I personaggi sono molto umani e i protagonisti sono insoliti, dei settantenni pieni di energia, ideali e idee.

La vicenda si svolge in un’Italia futura (2030), distopica ma molto realistica, e anche in un mondo virtuale, quello di un gioco giocato da moltissime persone; le avventure del gruppo dei Baby Boomers in questo mondo virtuale fanno da specchio e integrano quanto viene da essi vissuto nella realtà.

Insomma, trovo che il testo di Mario sia assolutamente moderno e originale.

Io ho avuto il piacere di leggerlo come beta reader più di un anno fa e negli ultimi giorni mi sono goduta la versione definitiva, provando per la seconda volta, come dicevo sopra, delle belle emozioni.

Inutile aggiungere che consiglio la lettura di questo romanzo, che si trova anche in versione cartacea (per chi non ama gli ebook).


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Il libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa #11

Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi.

A ciò che resta di me chiedo a cosa servono queste pagine inutili destinate alla spazzatura e alla sottrazione, perdute ancora prima di trovarsi fra le carte lacerate del Destino. 
Me lo chiedo e vado avanti. Scrivo la domanda, la avvolgo con nuove frasi, la dipano con nuove emozioni. E domani scriverò ancora, continuando il mio stupido libro, le impressioni quotidiane della mia mancanza di convinzione piena di freddo.
Che siano scritte, così come sono. Quando si è giocato a domino, che si sia vinto o che si sia perso, dobbiamo capovolgere le pedine, e il gioco finito è nero.


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Riflessione, sull’arte

Stamani in TV ho visto, nella trasmissione di RAI Storia Il giorno e la storia, un frammento di un’intervista a un amico (forse anche critico d’arte, non so chi fosse) di Pablo Picasso, il grande pittore morto proprio il giorno 8 Aprile (1973).

Questa persona raccontava che durante una sua visita a Picasso questi gli aveva chiesto cosa pensassero i giovani di lui (di Picasso) e la sua risposta era stata: “Dicono che dipingi troppi quadri”.
Picasso, che in quell’occasione aveva mostrato all’amico una sessantina di quadri, dipinti tutti negli ultimi due o tre mesi, disse indicandone uno all’amico: “A te quel quadro sembra molto bello vero?” “Trovo che sia molto bello sì” “Secondo te lo avrei potuto dipingere se prima non avessi dipinto tutti gli altri?”

(Il dialogo è citato a memoria, quindi di sicuro un po’ impreciso, ma l’ultima battuta è quella.)

Questo episodio mi ha colpita, perché in buona misura condivido il concetto espresso da Picasso: a volte è utile o meglio necessario produrre molto (magari di mediocre) per riuscire a tirar fuori da noi qualcosa di veramente bello, qualcosa che valga la pena. Il molto si può intendere sia nel senso di allenamento per raggiungere una grande padronanza del mezzo espressivo da noi scelto, sia come bisogno di liberarsi di robaccia che abbiamo dentro e che sta sopra a quello che veramente vogliamo comunicare.
Probabilmente per altri è vero il contrario, trovano più naturale dedicarsi a poche opere investendo su di esse tutte le loro emozioni e le loro capacità.

Ovviamente non credo che ci sia una strada migliore di un’altra, ognuno segue la sua e, penso, è già molto se (non essendo un Picasso) riesce a scoprire qual è…


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L’altrui mestiere, Primo Levi #2

Qualche altro brano sulla scrittura dalla raccolta di saggi di Primo Levi; le citazioni che seguono sono tratte da Scrivere un romanzo.

Cosa si prova a scrivere d’invenzione? Scrivere di cose viste è più facile che inventare, e meno felice. È uno scrivere-descrivere: hai una traccia, scavi nella memoria prossima o lontana….

Scrivere un romanzo è diverso, è un superscrivere: non tocchi più terra, voli, con tutte le emozioni, le paure e gli entusiasmi del pioniere in un biplano di tela, spago e compensato; o meglio, in un pallone frenato a cui si sia tagliato l’ormeggio. La prima sensazione, destinata a ridimensionarsi in seguito, è quella di una libertà sconfinata, quasi licenziosa. Puoi sceglierti l’argomento o la vicenda che vuoi, tragica fantastica o comica, lunare o solare o saturnina; puoi situarla in un tempo che sta fra il Primo Giorno della Creazione (od anche prima, perché no?) e l’oggi, anzi il futuro più remoto, che è ti lecito modellare a tuo piacere…

Tutta la Terra è tua, anzi il cosmo; e se il cosmo ti è stretto, te ne inventi un altro che faccia al caso tuo. Se obbedisce alle leggi della fisica e del buon senso, bene; se no va bene lo stesso, o magari anche meglio; in ogni caso non scatenerai nessuna catastrofe, tutt’al più qualche lettore pignolo i scriverà per esprimere urbanamente la sua delusione o il suo dissenso.

Sull’affermazione che uno scrittore non scatenerà nessuna catastrofe non sono completamente d’accordo: ci sono stati libri che hanno avuto un forte influenza sui lettori, pur senza arrivare a generare catastrofi. Il discorso sulla libertà di argomento, ambientazione, trama ecc invece lo condivido in pieno.