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La grande menzogna – libro di carta

Da circa una settimana il mio romanzo circa noir La grande menzogna è disponibile sullo store di amazon anche in versione cartacea, allo stesso link dell’ebook.

Questo è un breve brano, scritto in prima persona da uno dei protagonisti.

Sabina è bellissima. Non sono solo io a dirlo, ma chiunque la conosce non può fare a meno di ammirare il suo corpo perfetto, il suo volto regolare, i suoi morbidi capelli biondi. Da quando, due anni fa, è stata tra le finaliste del concorso nazionale per Miss Mondo ha molto successo come modella. Posa per fotografi illustri e fra breve, ne è sicura e lo sono anch’io, lavorerà in televisione.

Quando sono con lei sguardi carichi di invidia mi si posano sulle spalle. So cosa gli altri uomini si chiedono: come può quello lì, che non è né bello né aitante né ricco accompagnarsi al Sole? Spesso me lo chiedo anch’io. Perché ha scelto me, uno come tanti? Lei che è la più bella, la più brava. So che un giorno mi lascerà, che la nostra storia non durerà per sempre e soffro paventando quel momento. Intanto la coccolo, la vizio. Soffoco dentro di me la piovra della gelosia che mi tormenta ogni volta che non siamo insieme, anche se non posso impedirmi di soffrire.

la grande menzogna

 

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Agnes – un brano dal secondo capitolo

(Un estratto dal mio romanzo in ebook amazon kindle “Agnes”)

La notte avanza, presto il treno giungerà a destinazione. Guardo fuori dal finestrino; il buio è rischiarato dai fari delle auto che percorrono la strada parallela alla ferrovia, dalle case illuminate, e dai fanali dei paesini che attraversiamo.

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Controllo che il libro sia nella borsa e mi passo una mano sui capelli, nel gesto istintivo di mandarli indietro per metterli in ordine. Benché sia stata tante ore a sedere sono stanca, e sogno una camera d’albergo pulita con un comodo letto su cui distendermi, magari a leggere ancora la storia di Claude.

L’altoparlante informa che il treno sta entrando nella stazione di Draguignan: tiro giù la valigia dalla rete e mi avvicino all’uscita. Nello scompartimento sono sola, la mia vicina è già scesa.

Trovare un tassì si rivela più facile del previsto e dopo meno di mezz’ora sto parlando con la proprietaria de Il patio, una pensione piccola e a conduzione familiare. La signora Marianne, anzi Marianne, “Non mi chiami signora” mi dice subito, mi propone di prepararmi qualcosa per cena, anche se l’orario è passato, ma le rispondo che mi basterà un tè con dei biscotti. Vuole portarmi per forza la valigia. È giovane, sui trentacinque anni, ed è paffuta, con le guance rosee e la pelle liscia come quella di un bambino; prima di lasciare la stanza mi chiede: “Fra quanto lo vuole il tè?”

Dieci minuti va bene?”

Lei sorride. “Senz’altro. E se glielo portassi in camera? Così può mettersi subito comoda, mi sembra affaticata dal viaggio,”

Una buona idea, grazie.”

Le sono grata, la cosa che più desidero è togliermi questi abiti e scarpe e indossare il pigiama. Apro la valigia e tiro fuori l’indispensabile per la doccia, che mi farò appena Marianne mi avrà portato il tè. Siedo sul letto, posso vedere fuori dalla finestra: nel buio le luci delle case vicine brillano qua e là. La stanza è al primo piano, ma non mi spiace dover fare le scale, è un buon allenamento quotidiano, per quanto modesto.

Un bussare discreto mi avverte dell’arrivo di Marianne.

Avanti” dico, ma poi mi alzo in fretta perché penso che con le mani occupate girare la maniglia della porta non sia tanto agevole. Lei è più svelta di me ed entra, posando un vassoio rettangolare sul tavolino in angolo.

Le ho portato anche una fetta di torta, l’ho preparata stamani.”

Il tè e i dolci mandano un aroma gradevole e delicato, mi viene da definirlo profumo di casa e non so perché, non è quello che si sente nel mio appartamento né si sentiva in quello di mia madre.

È stata davvero gentile, Marianne.”

Si figuri. Se ha bisogno di qualcosa mi chiami o mi cerchi. Per almeno un altro paio d’ore sarò fra la cucina e il salotto.”

D’accordo, grazie. Buonanotte.”

Dopo la doccia assaggio la torta e i biscotti: sono entrambi squisiti, semplici e senza troppo zucchero, come piacciono a me.

Infine posso scivolare nel letto ma sono troppo stanca per riuscire a dormire subito; penso alla ricerca a cui mi dedicherò nei prossimi giorni e apro quello che è divenuto il mio fedele amico a una pagina a caso e comincio a leggere. Come altre volte mi pare di scorgere fra le righe qualcosa di non scritto ma è una vaga intuizione che non riesco a identificare. Chissà se si tratta di qualcosa di importante.

 

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Scrivere zen – Natalie Goldberg #3

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)

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Un capitolo del libro si intitola “Scrivere ovunque”: come si intuisce facilmente suggerisce che è possibile scrivere ovunque e in qualunque situazione, per difficile che possa sembrare.

Trovo che sia vero, almeno in parte, per me. Ho imparato a scrivere in molte situazioni “di attesa” e nonostante la confusione. Certo non potrei revisionare un testo, in quella fase ho bisogno di calma e di un minimo di comodità, ma riesco a buttare giù parole e pagine, anche se poi, le correggerò, magari pesantemente. È comunque bello poterlo fare, è un modo per restare in contatto con l’idea e la storia a cui sto lavorando. O, a volte, per iniziare qualcosa di nuovo.

Ecco quella che, a mio parere, è la parte centrale del capitolo:

Tira fuori un altro taccuino, prendi un’altra penna, e scrivi, scrivi, scrivi. Al centro del mondo, basta fare un solo passo positivo. Al centro del caos, basta fare un solo atto definitivo. Scrivi e basta. Si’ di sì, resta viva, sii desta. Scrivi e basta. Scrivi. Scrivi.

In fin dei conti la perfezione non esiste. Se si vuol scrivere, bisogna tagliar corto e scrivere. Non esistono atmosfere perfette, quaderni perfetti, penne o scrivanie perfette. Perciò bisogna addestrarsi a essere flessibili.

Aggiungo anche che, per quanto mi riguarda, cerco di scrivere anche quando sento che quello che metto nero su bianco non mi piace. Lo butterò, lo cambierò. Ma intanto resto ancorata alla storia e alla scrittura.

 

Pubblicato in: Citazioni, Libri, Scrittura

Scrivere zen – Natalie Goldberg #1

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)fiore di sanseviera x blog

 

Diversi anni fa qualcuno mi consigliò questo libro sulla scrittura creativa. L’ho letto e riletto più volte, trovando sempre qualche stimolo nuovo, qualche incoraggiamento.

Ho pensato di riportare alcune delle frasi che ho sottolineato durante queste mie letture. Oggi vi propongo la prima.

Il lavoro dello scrittore consiste nel dar vita al banale, nel ridestare il lettore all’eccezionalità dell’esistente.

Questa affermazione esprime, a mio parere, qualcosa di analogo al concetto secondo cui le storie sono tutte simili, sono il modo e lo stile di raccontarle a renderle diverse.

 

 

 

Pubblicato in: Guest post, Riflessioni, Scrittura

Guest post: Noemi Gastaldi – Come (non) promuoversi (mai, mai, mai!)

immagine-x-guest-post-noemiMi aggancio alla carinissima rubrica proposta qualche tempo fa da questo blog: come (non) si deve promuovere il proprio libro?
Ecco qualche mio personale (s)consiglio.

(s)consiglio numero 1 – Fatevi il vostro blog!
Aprite un blog a tema letterario. Cercate sistematicamente altri blog a tema letterario con cui collaborare. Investite tempo e denaro per guadagnarvi centinaia o migliaia di seguaci. Convincete i colleghi a mandarvi i loro libri, poi recensiteli tutti (ah, il senso del potere!)
E sarete popolari.

(s)consiglio numero 2Social!
Chiedete le amicizie. Fatevi seguire. Fatevi piaciare. Fate numero. Siate ovunque. Tenete d’occhio i colleghi simili a voi che godono almeno di un vago successo e copiateli. Siate come loro. Siate loro.
Sempre sul pezzo.

(s)consiglio numero 4Spam!
Il link deve rimandare allo store dove è in vendita il vostro ebook. Possibilmente amazon, che è il più usato dai più.
Il link deve essere inviato a tutti i vostri contatti in tutti i modi possibili, più volte, che nessuno se lo perda. Deve poi essere condiviso ovunque, più e più volte.
Perché solo così sarete visibili.

(s)consiglio numero 6Blog!
Contattateli tutti. Chiedete che vi esibiscano. Pretendetelo…

Ma veniamo ai consigli veri e propri: sappiamo tutti che ci sono vari modi per farsi notare. Ma in tutto questo far numero sarebbe bello non perdere di vista che dietro le sfilze di nomi ci sono altri internet-nauti come noi, che magari hanno anche loro un’attività a cui tengono da far conoscere, che sicuramente han piacere a esser trattati da umani.

Io ho un blog su cui scrivo cose che mi piacciono e ospito con lo stesso criterio. Scrivo recensioni su libri che mi piacciono, e mai quei libri li chiedo in omaggio, (anche se a volte mi vengono mandati comunque e, ovviamente, la cosa non può che farmi piacere.) ^^
Scrivo ai blog altrui quando mi piacciono, e lo faccio dopo aver letto cosa gradiscono gli umani che stanno dietro ai blog in questione.
Frequento i social fintanto che è un’attività piacevole, e quando vedo l’occasione di lasciare una pubblicità, di spammare, faccio anche quello, perché chiaramente amo vedere che sui miei libri (tra infiniti libri) ricade qualche piccola attenzione.

Ma questi sono consigli su come (non) promuoversi. Non tanto su come avere successo (diffidate di una Noemi Gastaldi qualsiasi che vi spiega come avere successo, ma chi è per farlo?)
Vorrei solo dire che tutto è utile, nulla indispensabile, e, soprattutto, che l’importante è continuare a scrivere. Cercare di migliorarsi ogni volta, non smettere mai. Perché se si è troppo presi dall’arte della promozione, come si può affinare quella della scrittura?
Le cose finte e costruite durano poco e… valgono altrettanto.

Un bel libro resta ed è per sempre.

Siate scrittori, restate tali, se amate scrivere. Credo sia tutto.

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Paride Passacantando – Talvolta, anche l’impossibile… avviene! – Sergio Bertoni

(ebook self)
Questo racconto lungo, che inizialmente sembra quasi una semplice carrellata di “tipi da ufficio”, si rivela invece, proseguendo nella lettura, decisamente qualcosa di più. I vari personaggi e le loro vicende si intrecciano ed escono dall’ambito dello stereotipo per assumere spessore e, talvolta, sorprendere il lettore.
La storia vira quasi verso la fiaba e offre perfino momenti di commozione, sia pure velati di garbata ironia; inserite armoniosamente nella narrazione principale si possono gustare anche alcune leggende napoletane, leggende che sono all’origine di alcuni modi di dire (soprattutto) partenopei.
Garbati, oltre che corretti e piacevoli, il linguaggio e lo stile, come sempre nei testi di questo autore.

In conclusione: un piccolo libro per una lettura gradevole.

La sinossi su Amazon

La trama del libro è la divertente fotografia di una immaginaria azienda di grandi dimensioni nella città più controversa, bizzarra, amata e odiata d’Italia: Napoli.
Napoli con le sue tradizioni, i suoi misteri e le sue risorse. I lavoratori di questa azienda, la SI.TRAL. rispecchiano ovviamente i vizi e le virtù comuni a tutti coloro che svolgono un lavoro subordinato ma con una caratteristica in più, sono, per la maggior parte napoletani.

Link per l’acquisto

 

Pubblicato in: Libri, Racconti

Pecore con gli scarponi, #22

Il lettore

Laura si era allontanata dalla sua postazione al pubblico per cercare un libro e quando vi tornò vide che una delle quattro persone sopraggiunte nel frattempo era il nuovo benzinaio.

La cosa non la sorprese molto, uno a cui piace leggere prima o poi è probabile che capiti in biblioteca. Quando fu il suo turno lui la salutò e le chiese:

Come sta? Sono diverse settimane che non la vedo e ho pensato che non si sentisse bene.”

Si è accorto che non passavo più… si stupì Laura. “Tutto a posto, grazie. Posso aiutarla?”

Mi mancano due libri di Chandler e ho pensato che forse qui avrei potuto trovarli.”

Li abbiamo tutti, infatti. Mi dica i titoli, controllo se sono in prestito o disponibili.”

Addio mia amata e L’uomo a cui piacevano i cani, il secondo è una raccolta di racconti.”

Lei frenò qualunque commento sul primo e digitò veloce sulla tastiera.

Sono entrambi disponibili.” Scrisse il codice su un foglietto e porgendoglielo gli indicò la sala in cui andare. “Dovrebbe trovarli con facilità.”

Poco dopo l’uomo tornò con i due volumi.

Eccoli. Devo compilare qualcosa?”

Sì, le preparo la nostra tessera. Ho bisogno dei suoi dati, nome e indirizzo: compili questo modulo.”

Lui eseguì con un certo impaccio, poi le restituì il foglio. Laura trascrisse il nome su un cartoncino colorato con un codice a barre stampato sul retro poi inserì le informazioni nel computer e infine porse la tessera all’uomo, spiegandogli:

Questa serve per prendere i libri in prestito. Ne può prendere fino a dieci. Il prestito scade dopo un mese ma può chiedere una proroga di un altro mese, anche per telefono. La proroga è concessa se nessuno ha prenotato il libro.”

Grazie. Si può richiedere la proroga anche via Internet?”

No, non ancora; però stanno predisponendo i programmi necessari per fare quello e anche altre cose, fra cui prenotare un testo.”

Il benzinaio, di cui adesso conosceva anche il nome (ovvero Umberto Vannini, residente in via Ungaretti 15), la salutò e uscì, con i due libri sotto braccio.

Solo dopo aver soddisfatto le esigenze di un’altra decina di persone Laura si ricordò che non aveva dato al benzinaio il depliant con le informazioni sulla biblioteca e le regole per accedere ai prestiti: si era inspiegabilmente distratta. Ne avrebbe preso uno prima di tornare a casa, per portarglielo il mattino seguente, quando avrebbe fatto il pieno. Perché, ovviamente, sarebbe tornata alla sua pompa, a fare benzina. Ormai non avrebbe avuto senso andare altrove. Portargli il depliant era forse una gentilezza ingiustificata? Decise di no, che si trattava solo di una cortesia da buona vicina.

Quella sera a cena si impose di non mangiare più di due fette di pane e riuscì a mantenere il proposito, o quasi (ne mangiò due e mezzo), anche perché aveva meno appetito del solito.

Infilandosi il pigiama per andare a dormire le venne in mente che la sera seguente ci sarebbe stata un’altra lezione di acquagym. Non ne aveva molta voglia ma si disse che sarebbe tornata in piscina con Patrizia. Solo un’altra volta.

 

Pubblicato in: Libri, Racconti

Fiori di banco – Ada Trerè Ciani

Una trentina di anni fa, forse anche qualcuno di più, un collega mi prestò un piccolo libro che trovai teneramente divertente e che mi feci comprare per conservarne anch’io una copia.

Si tratta di una raccolta di frasi da temi e pensierini (come si chiamavano una volta) di bambini delle elementari, raccolti da una maestra, diversi anni prima dell’uscita di Io speriamo che me la cavo.

FIori di banco

Questo libro mi è tornato in mente in seguito alla diatriba cruscosa degli ultimi giorni e siccome poco fa, rimettendo a posto un paio di scaffali, me lo sono trovato fra le mani mi è piaciuta l’idea di condividere con chi capita sul blog qualche fiore di banco.

Come si sa i bambini sono sempre stati soliti scrivere sfondoni (come si chiamano dalle mie parti) e sempre lo saranno. Altrimenti non sarebbero bambini, no?

 

Nelle pozzanghere c’era una pianta d’olivo riflettata.

Sono una bambina chiacchierona: la mia lingua è ribellule.

Sfortunatamente la mia carabina si è rotta e non fa più quel ciocco insordibile.

Le mucche vaccinose non morivano mentre il vaiolo sì.

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Il libro è del 1973, edito da Casa editrice Valentino Bompiani & C. S.p.A.
L’autrice è un’insegnante con “vent’anni di esperienza nelle scuole elementari” (dalla quarta di copertina).


Pubblicato in: Riflessioni, Scrittura

Scrittura creativa: il finale di una storia #2

Il finale di Pilgrim, che come ho scritto nel relativo post con le mie impressioni di lettura mi ha delusa e mi ha ricordato un altro finale che mi ha rovinato il romanzo che fino a quel punto avevo trovato avvincente e denso di nuovo spunti, ovvero Il codice da Vinci, di Dan Brown.
In questi due romanzi (ma anche in altri) sembra che l’autore, dopo aver messo in piedi un’architettura complessa e in qualche modo destabilizzante per il mondo in cui si svolge la finzione (perché di questo comunque si tratta, di finzione, invenzione, ancorché ambientata in un contesto realistico), abbia paura delle conseguenze che quell’architettura potrebbe causare nella realtà vera e si affretta a farla crollare, in modo da garantire che nel mondo reale lo status quo non venga scalfito.
Con questo tipo di finali non viene, a mio avviso, rispettata la promessa che lo scrittore fa al lettore narrandogli la sua storia: è come se in tutto il romanzo un gruppo di persone organizzasse con immensi sacrifici e studi un viaggio verso Marte e poi alla fine vi rinunciasse perché uno di loro si è fatto male a un piede. Esempio portato all’estremo, forse, ma mi sento davvero un po’ come se leggessi una cosa del genere.
A proposito di Dan Brown trovo, invece, che in Inferno, la promessa sia in parte mantenuta; ovviamente non scendo in dettagli (per nessuno dei tre romanzi che ho citato) per evitare spoiler.

Sono convinta che il finale sia la parte più difficile di una storia e, più la storia è complessa o di suspense, più aumenta la difficoltà di inventarne uno che non vanifichi la costruzione di tutto il romanzo.
Per quanto mi riguarda, scrivere il finale è sempre un momento delicato, anche per il motivo di cui sopra. Solitamente mi trovo in una di queste due situazioni: comincio la prima stesura avendo in testa la storia o comunque la trama dall’inizio alla fine (spesso accede per le storie brevi) oppure scrivo seguendo un’idea di base (più o meno precisa) il cui sviluppo si viene definendo via via e magari cambia più volte durante la stesura. Nel primo caso mettere a punto il finale è meno complicato perché era già definito con tutta la storia; nel secondo caso spesso, anche se inizialmente avevo un’idea della possibile conclusione, questa va rivista, a volte modificata completamente, alla luce dello svolgimento della vicenda e del comportamento dei personaggi (spero con esito soddisfacente anche del lettore…).