Versi #6

IMG_1857 blog versi 6

Mare.

Sabbia che brilla al sole,

cristalli

di vite finite

perdute

passate.

Brezza

che sfiora

carezza tutto

tutti

indifferente

incurante.

Tutto passa

finisce

diviene cristallo

e brilla

sotto un nuovo sole.


Annunci

Il racconto dell’isola sconosciuta – José Saramago * Impressioni di lettura

(titolo originale O Conto da Ilha Desconhecida, 1997; versione italiana del 1998, a cura di Paolo Collo e Rita Desti)

Una sorta di fiaba, in pieno stile Saramago: sia per il linguaggio che per il tema che per i personaggi. Con l’ironia e la poesia che contraddistingue sempre la sua scrittura.

Anche se breve si tratta di un testo che rende molto bene stile e poetica di Saramago; uno dei due protagonisti, come spesso avviene nei suoi romanzi (penso per esempio a Cecità, a La zattera di pietra), è una bella figura di donna. Insomma, Il racconto dell’isola sconosciuta è un piccolo gioiello. Almeno per chi, come me, ama questo grande autore.

cover Isola sconosciuta

Qui sotto, in sintesi, la trama. Lasciatela perdere se pensate di leggere la fiaba, anche se questo riassunto non rende affatto l’idea dell’originale: secondo me Saramago va letto, riassumerlo è impossibile, perché il significato di quello che scrive passa attraverso ogni singola parola, ogni virgola, da quel suo modo di rappresentare i dialoghi senza i segni (virgolette o caporali o lineette) consueti.

In un paese qualunque un uomo, attraverso la “porta delle petizioni” va a chiedere al re un colloquio. Il re sta sempre davanti alla “porta degli ossequi”, appunto a ricevere ossequi, e lascia che ad occuparsi dei postulanti siano segretari, assistenti eccetera fino alla donna delle pulizie che, in realtà, è l’unica che ascolta i postulanti. Ma la costanza dell’uomo costringe il re ad andare a parlargli.

L’uomo vuole una barca. E la vuole per andare a cercare l’isola sconosciuta.

E non c’è modo di convincerlo che di isole sconosciute non ve ne sono più: perché, dice, quelle sulle carte sono tutte isole conosciute.

Il re quindi gli concede una barca. E mentre l’uomo se ne va al porto per farsi dare dal capitano del porto la barca, la donna delle pulizie, passando per la “porta delle decisioni” lo segue, è stanca di pulire palazzi e vuole pulire barche.

Né lui né lei sono marinai, ma sono convinti che saranno il mare e la barca e anche il cielo a insegnare loro come navigare.

Il capitano del porto dà all’uomo una caravella un po’ modificata, imbarcazione che alla donna era piaciuta subito e l’uomo commenta:

Piacere è probabilmente il miglior modo di possedere, possedere dev’essere il peggior modo di piacere.

Mentre l’uomo va a cercare un equipaggio la donna sale sulla caravella per pulirla e controllarne le condizioni. Quando l’uomo torna, però, è senza equipaggio: nessuno vuole mettersi in mare alla ricerca dell’isola sconosciuta. Ha comunque un po’ di cibo, per sé e per la donna. Cenando i due parlano, del viaggio e non solo.

Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei.

Poi si ritirano per dormire, ognuno in una cabina. La donna delusa, convinta che l’uomo pensi solo all’isola, e lui senza avere il coraggio di andare da lei. L’uomo nella notte sogna e nel sogno la caravella si trasforma in un’isola galleggiante, e quando si risveglia lui e la donna sono abbracciati. Poi dipingono il nome sull’imbarcazione e

Verso mezzogiorno, con la marea, L’Isola Sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di se stessa.


SENZA NESSUN FUTURO (seconda parte)

(Qui la prima parte del racconto.)

Lidia scuote la testa e riprende il suo lavoro.

Prenda pure tutto quello che apparteneva al dottore.” Le ha detto l’amministratore affidandole le chiavi, non sapendo che lei ne ha di sue. “Purché faccia presto, la casa mi serve libera fra due giorni.”

Neanche una parola di cordoglio, del resto è solo la cameriera, anche se le vicine, non si può dubitarne, avranno manifestato i loro sospetti, quasi certezze.

In camera Lidia apre i cassetti e l’armadio, sono più vuoti che pieni, Ricardo Reis era un uomo ordinato e con pochi bagagli. Se suo fratello Daniel fosse ancora vivo, e a questo pensiero una lacrima le riga la guancia, prenderebbe qualcosa per lui. Ma Daniel, ventitré anni, è morto, nello stesso giorno di Ricardo Reis. Non nello stesso modo: Daniel è morto in guerra, ribelle. Si impone di non pensarci. Non può. Non adesso.

Continua a vuotare i mobili in fretta. È accaldata, Lidia. Non solo e non tanto per la fatica del lavoro svolto, quanto per la sensazione di stare violando un’intimità che Ricardo Reis ora non può più difendere, neanche dalla sua presenza discreta. Altri però non la violeranno, lei porterà via con sé i libri e la cartella legata con i nastri. Le vicine si chiederanno cosa se ne farà mai una donna delle pulizie dei libri, di certo pensano che neppure sappia leggere. Che pensino quello che vogliono, non se ne preoccupa. Terrà per sé anche le lenzuola e le stoviglie, mentre gli abiti del dottore li darà a qualcuno che ne abbia bisogno.

In un altro momento Lidia avrebbe portato via solo un oggetto o due per ricordo, forse neppure quello. Adesso invece non può permettersi di rifiutare nulla di quanto la sorte le offre: per il figlio che porta nel ventre saranno necessarie molte cose, e lei, sorella di un ribelle ucciso e madre senza marito, non sa se e quanto riuscirà a conservare il suo lavoro all’hotel Bragança. Poi, di certo, Ricardo Reis non la biasima per questo: vivo l’avrebbe aiutata, almeno un po’, a mantenere il bimbo che nascerà. Morto cos’altro può fare se non lasciargli in eredità le sue cose?

Un giorno darà a suo figlio i libri e le poesie dicendogli questi erano di tuo padre. Sono libri difficili, e poesie per gente che ha studiato. Ma lui studierà, studierà tanto da poterle capire e poter capire anche molto di più.

Lidia pensa e intanto si muove veloce, vuole che tutto sia a posto prima che faccia buio per non dover tornare l’indomani. Quando le sembra di avere quasi finito sospira e si terge il sudore dalla fronte con un braccio. È allora che il ricordo dell’acqua calda che l’avvolgeva nella tinozza, la tinozza che è ancora di là, nel bagno, è un colpo a tradimento della memoria. Non sono molti i momenti perfetti nella sua vita e quello è stato uno dei pochi. Va in bagno, il caso vuole che sia l’unica stanza da cui ancora non ha tolto niente, forse perché c’è davvero poco: il rasoio e l’occorrente per la barba, due asciugamani, la saponetta. È tutto come il primo giorno in cui è stata in quella casa e qualcosa la spinge a riempire la tinozza e a spogliarsi, come se lavarsi fosse un rito, di benvenuto e di addio. Si asciuga con calma, assaporando il piacere del telo in cui si è avvolta, attingendo dalla breve sosta forza e conforto, mentre il ricordo di lui che le porgeva il grande asciugamano e le chiedeva di non vestirsi e dell’amore fatto, tutti e due nudi per la prima volta, sfuma in una sorta di nebbia dolce.

Ripone le cose di Ricardo Reis nelle valigie, anche la borsa nera da dottore. Si sente strana nel lasciare quella casa con tanti bagagli, come se partisse per un viaggio. Ma non è forse così? In poco tempo due vite a lei vicine sono finite, una nuova le sta crescendo nel ventre: non c’è viaggio più grande del divenire madre, madre sola, senza un uomo al fianco… ma quando stanno, in realtà, gli uomini al fianco delle madri? È una storia che non le è nuova, per averla già vissuta: sono figlia di padre ignoto, non ho mai conosciuto mio padre. Suo figlio, pensa Lidia, non avrà un padre perché Ricardo Reis è morto, ma non lo avrebbe avuto comunque: è sicura che lui non gli avrebbe dato il suo nome, del resto glielo aveva suggerito lei stessa: Se non vuole riconoscere il bambino, non fa niente, rimane figlio di padre ignoto, come me. Forse non avrebbe nemmeno voluto incontrarlo, anche se le avrebbe fatto avere dei soldi, di tanto in tanto.

Non prova dolore a questo pensiero, il dolore è un lusso che da tempo ha imparato a non permettersi. Fin dal primo momento ha saputo che il loro rapporto non sarebbe potuto durare, era solo una relazione clandestina e forse nemmeno quello. Infatti, nonostante la gravidanza, aveva deciso non ritorno. Se non aveva rispettato il proposito era stato solo perché era angosciata per la sorte di Daniel e non aveva nessuno cui confidarlo.

Alza la testa verso il cielo, nuvole chiare corrono sul mare, la penombra sta per avvolgere ogni cosa. Le valigie pesano, Lidia ora vorrebbe appoggiarle per terra e andarsene senza neanche voltarsi a guardarle. Perché portarsi dietro i ricordi di un uomo che non l’amava o, almeno, non l’amava abbastanza?

Sospira, in lei si agitano sentimenti confusi e opposti. Si sente diversa, diversa da com’era in casa di Ricardo Reis, quando aveva carezzato il cuscino dove lui posava la testa, rimpianto i suoi abbracci, rivissuto i momenti più dolci, la prima risata insieme, la malattia di lui all’hotel Bragança, la settimana di ferie trascorsa con lui nell’appartamento.

Nell’uscire qualcosa si è rotto, una sottile ribellione le è scoppiata dentro, una ribellione a cui adesso si unisce una nuova certezza che le sale dal ventre alla gola: in lei sta crescendo una bambina. Si domanda perché finora ha creduto che fosse un maschio e immaginato che sarebbe andato alla guerra.

No, è una bambina, Lidia lo grida in silenzio con tutta se stessa. Una bambina che non sarà senza nessun futuro come lei: a dispetto delle difficoltà che dovrà affrontare, sua figlia non finirà cameriera d’albergo ma studierà come se fosse un uomo e sceglierà gli uomini con cui stare, non si farà scegliere. Lidia non sa come riuscire in questa grande impresa, ma sa che troverà il modo .

Si ferma per riposare, le valigie pesano ogni passo di più. Forse sarebbe meglio abbandonarle lì, come se qualcuno le avesse inspiegabilmente dimenticate. Ma non le lascerà. Non rinuncerà a quella misera eredità e nemmeno permetterà che qualcuno frughi tra i fogli di Ricardo Reis. Porterà le valigie a casa, e, se deciderà di non tenere qualcosa, lo brucerà, affidando le ceneri al vento e al mare in un ultimo saluto a Daniel e a Ricardo Reis.

 

Pecore con gli scarponi, #26

Al mare

Laura e Umberto arrivarono a Forte dei Marmi a metà mattina. Era una bella giornata, calda per la stagione; il sole splendeva nel cielo azzurro e l’aria era limpida: le Apuane si stagliavano grigie e bianche contro l’azzurro, il marmo quasi luccicava e sembrava neve.

Camminarono sulla spiaggia, quasi sempre in silenzio; sulla riva canne lasciate dalle onde, piccole conchiglie, bottiglie di plastica, lattine di bibite, perfino una tanica in plastica gialla intorno alla quale prese a girare un labrador prima di sistemarsi e fare sopra i suoi bisogni.

Dopo un po’ sedettero, rivolti verso il mare; sulla sabbia asciutta erano rimaste ancora le impronte dei gabbiani. Persone passavano sul bagnasciuga, cani correvano, pochi bambini giocavano.

È la prima volta che vengo al mare in questo periodo” osservò Umberto.

Io invece ogni tanto capito. In estate sento troppo il caldo e poi il costume non mi dona” scherzò con una punta di amarezza Laura, aggiungendo in fretta: “Mi piace l’atmosfera, trovo che ci sia una luce più bella. E poi la spiaggia senza gli ombrelloni sembra più grande e mi dà un senso di libertà.”

Umberto non disse niente e Laura continuò: “Mi porto un libro e leggo un po’. Mentre cammino guardo gli oggetti abbandonati o portati dal mare, a volte cerco di immaginare come hanno fatto ad arrivare qui quelli più insoliti: un seggiolino da bambini per una bicicletta, una bombola del gas, una vaso da fiori rotto. Penso che ogni oggetto ha una sua storia, come fosse un libro di una biblioteca speciale.” Fece una pausa. “Ti sembra stupido, vero?”

Al contrario. Mi sembra molto poetico.”

Laura arrossì. Aspirò l’aria ricca di iodio e pensò che non aveva detto la cosa più importante e che non l’avrebbe mai detta: andava al mare fuori stagione anche perché si sentiva meno sola.

Un pallone si fermò proprio vicino alla sue gambe; Umberto si alzò e lo calciò verso il ragazzino che lo aveva mandato, per sbaglio, nella loro direzione. Poi guardò l’orologio: “Quasi l’una. Andiamo a cercare un posto per mangiare qualcosa?”

Laura annuì e lui le porse la mano per aiutarla a tirarsi su. Lei esitò, poi la prese, spingendosi comunque con l’altra. Le sembrò che Umberto non avesse fatto uno sforzo particolare, però quel contatto delle loro mani le aveva lasciato qualcosa che avrebbe preferito evitare: le aveva lasciato un’impressione difficile da dimenticare.


Pecore con gli scarponi, #25

Nuove abitudini

A quella cena in pizzeria ne seguirono altre, sempre in locali diversi: Laura e Umberto ne provavano uno nuovo ogni settimana. I loro incontri, comunque, si limitavano a quelle serate, a parte i rifornimenti di benzina dell’una o di libri dell’altro.

Quando si vedevano parlavano e, di quando in quando, riuscivano anche a lasciarsi andare alle confidenze, per quanto riassunte in poche parole.

Una sera Umberto raccontò la storia del suo matrimonio in poche frasi e Laura vi colse il rimpianto. Si era separato dalla moglie poco prima di ereditare il distributore e aveva colto l’occasione per cambiare lavoro, abitudini e casa.

Cosa non funzionava più?” provò a chiedere Laura, più per empatia che perché volesse davvero una risposta.

Non so. Me lo chiedo anch’io. Forse ci mancava l’entusiasmo dei primi tempi e non riuscivamo a farne a meno. O magari ci siamo delusi a vicenda. La convivenza è più difficile di quanto si pensi.”

Laura aveva pensato che allora, forse, non si amavano abbastanza, ma non lo disse. Temeva che sarebbe suonato come una critica o un giudizio e lei non intendeva né criticare né tanto meno giudicare.

Umberto ruppe il silenzio passando a un altro argomento: “Che ne dici se la prossima domenica andiamo al mare? Anche se non è stagione da spiaggia possiamo camminare sulla riva e respirare l’aria buona.”

L’idea mi piace” acconsentì Laura.

Più tardi, a casa, rifletté sulla proposta di Umberto: era la prima volta che le chiedeva di trascorrere insieme un’intera giornata. Ormai si conoscevano da oltre sei mesi e da almeno tre condividevano la pizza settimanale. Quell’invito insolito significava qualcosa per lui? E per lei?

Fino a quel momento Laura aveva cercato di non crearsi aspettative: Umberto era un amico, forse neanche quello. Fra loro non sarebbe mai nato niente di diverso dal rapporto cameratesco che si era instaurato. Il suo grasso l’avrebbe tenuto lontano ma, nello stesso tempo, l’avrebbe protetta dalle illusioni. Se non fosse stata la balena che era avrebbe potuto immaginare una storia con lui e questo, magari, avrebbe rovinato tutto. In qualche momento pensava che forse, però, le sarebbe piaciuto provare quella sensazione: l’attesa impaziente di rivederlo, il desiderio di restare insieme il più a lungo possibile… insomma tutto ciò che aveva vissuto tanti anni prima, quando il suo fisico era diverso. No. Non le sarebbe piaciuto. Era stato proprio per quello, per la delusione subita, che era diventata così: una gigantesca succulenta, con tanto di spine. Spine che non ferivano, questo no, ma che tenevano a distanza.

Comunque, la prospettiva di una domenica al mare era piacevole. Ed era tanto tempo che non riceveva un invito per una gita a due.