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Luna Park – quasi un racconto

L’insegna luminosa brillava tra i lampioni e l’umidità della notte quando vi passai davanti. Le lettere, disposte una sotto l’altra, si accendevano una per volta, dall’alto in basso, componendo la parola PARK.

Mi voltai indietro – ero ferma al semaforo – alla ricerca di un’altra insegna in cui fosse scritto LUNA. Non ne scorsi e pensai che fosse il fatto di stare nell’auto a impedirmene la vista, ma a un tratto mi resi conto che la parola era sostituita o, meglio, espressa dall’immagine di una mezza luna, sempre accesa e sorridente, con occhio ammiccante, che sovrastava la parola PARK.

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Una parola attuale: epidemia

 

Un’occhiata al vocabolario, per conoscere meglio l’origine della parola che in questo periodo “ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda” (citando Pavese “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”).

Vocabolario Zingarelli 1961

diffuso nel popolo – Malattia che colpisce nel medesimo tempo, di durata più o meno lunga, gli abitanti di una città o di una regione.

Prontuario etimologico Migliorini – Duro 1964

Dal latino medievale epidemia, greco έπιδεμίς derivato di δημος: popolo, regione.

Treccani online

Manifestazione collettiva d’una malattia (colera, influenza ecc.), che rapidamente si diffonde fino a colpire un gran numero di persone in un territorio più o meno vasto in dipendenza da vari fattori, si sviluppa con andamento variabile e si estingue dopo una durata anche variabile.

Dizionario di Italiano Sabatini Coletti (Corriere della sera) online

Presenza in una regione di molti casi di una malattia contagiosa: e. di tifo.

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Una parola evocativa: recondito

Recondito è un vocabolo che trovo molto evocativo. Forse per il suo significato, forse perché una delle mie romanze favorite inizia con “Recondita armonia…” (da Tosca di Puccini).

La parola deriva dal verbo latino recondĕre, ovvero nascondere; il mio Zingarelli riporta i seguenti significati: nascosto, celato, occulto, segreto. (fra parentesi, anche occulto, per me, è un termine evocativo)

Perché mi è venuto in mente di scrivere quanto sopra? Perché ho appena usato questo aggettivo in una storia che sto scrivendo.

 

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Una parola difficile: enantiodromia

Incuriosita da alcuni post e commenti letti su Facebook (in un gruppo in cui si parla di libri) ho preso due saggi in biblioteca e ho iniziato a leggerne uno: Change – Sulla formazione e la soluzione dei problemi. Nel secondo capitolo, in cui continua a parlare di cambiamenti, introduce il concetto di enantiodromia. Riporto il brano in cui viene spiegato il significato di questo termine.

Questa strana interdipendenza degli opposti era già nota a Eraclito, il grande filosofo del cambiamento, che la definì enantiodromia. Il concetto fu ripreso da C. G. Jung che vide in esso un meccanismo psichico di fondamentale importanza: “Ogni estremo psicologico contiene celato in sé il suo opposto o sta in qualche modo in rapporto intimo ed essenziale con questo. (…) Non esiste usanza venerabile che, dandosi il caso, non si converta nel suo contrario, e quanto più estrema è una posizione, tanto più facilmente vi è da attendersi un’enantiodromia, la sua conversione nell’opposto”. (C. G. Jung, La libido. Simboli e trasformazioni)

Questo concetto si ritrova in quello che le filosofie orientali chiamano Yin e Yang.

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(immagine tratta da Pixabay.com)

 

 

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Una parola evocativa: anfratto

Stamani mentre guidavo mi è venuta in mente questa parola: anfratto. È un vocabolo che mi piace perché lo trovo evocativo: nella mia mente dà origine a immagini e scene, soprattutto luoghi, suggerisce possibili spunti per storie, forse scatena ricordi.

Anfratti della mente.

Anfratti della montagna.

In entrambi i casi si tratta di luoghi nascosti, poco frequentati, sconosciuti o quasi. Luoghi in cui è possibile nascondersi o nascondere qualcosa, in cui si può trovare qualcosa, magari di antico, estraneo, forse pericoloso. Luoghi da esplorare, con curiosità e un po’ di timore.



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Qualche definizione presa dalla rete

Dal vocabolario Treccani:

anfratto s. m. [dal lat. anfractus us, prob. di origine osca, accostato a frangĕre «rompere»], letter. – Luogo stretto e tortuoso o scosceso; stretta rientranza o cavità nel terreno: Per strade occulte e tortuosi a. (Buonarroti il Giov.); negli a. rocciosi e rupestri dei monti (Bacchelli).

Da http://www.garzantilinguistica.it

anfratto pl. -i , cavità angusta di una roccia; luogo stretto, scosceso e tortuoso

Etimologia:  dal lat. anfrāctu(m), di orig. osca, per etim. pop. raccostato a frangĕre ‘spezzare’.

Dal nuovo De Mauro

anfratto an|fràt|tos.m.1491; dal lat. anfrāctu(m) acc. di anfractus, -us “giravolta”, forse di orig. osca, con il segmento anf- accanto al lat. ambi- e al gr. amphi-.
CO rientranza, piccola cavità nella roccia o nel terreno: una vipera si annidava tra gli anfratti delle rocce | luogo angusto e impervio

Dallo Zingarelli ed. 1961

anfratto m, etimologia: ANFRACTUS. Avvallamento stretto, a giravolte. ! Recesso sinuoso.

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Due vocaboli insoliti

Ancora in Due uomini buoni, di Arturo Perez Reverte ho notato altri due termini che non credo di avere mai trovato prima nelle mie letture: il verbo appozzare e il sostantivo cànteri . Ecco la frase in cui compaiono:

Piove a cànteri sulla piazzetta. I tendoni sulle bancarelle s’imbarcano con l’acqua che si appozza e poi scorre via lungo le cuciture e i rammendi, o attraverso i buchi.

 

Anche se i significati di queste parole sono intuibili, ecco cosa dice in proposito il mio dizionario:

càntero: Canthărus bicchiere. Vaso per lo più di terra, usato pei bisogni corporali. / Càntaro / coppa (arcaico)

appozzare: immergere in un pozzo o, genericamente, in un liquido / ridurre a pozze (agricoltura).


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Storia dell’assedio di Lisbona – José Saramago

Tradurre un vocabolo o una frase può cambiarne il significato e quindi tradire le intenzioni dell’autore.
Questo dato di fatto mi ha ricordato il primo romanzo che ho letto di José Saramago, Storia dell’assedio di Lisbona.
Lo presi in biblioteca perché lo scrittore era un premio Nobel per la letteratura di cui non avevo letto niente e mi sembrava opportuno vedere come scriveva; scelsi quello perché mi intrigò la quarta di copertina: era la storia di un correttore di bozze che aggiungeva un “non” in una frase, frase che descriveva un fatto accaduto (l’assedio di Lisbona da parte dei Mori nel 1147) e che quindi, così modificata, non rappresentava più la realtà. Come si può scrivere un romanzo su queste premesse? Certo non è un’impresa alla portata di tutti…

La lettura si rivelò un po’ faticosa, soprattutto all’inizio: Saramago non è uno degli autori più facili, almeno non fino a che non si è preso confidenza con il suo modo di scrivere e, quasi, di interloquire con il lettore. Comunque non mi arresi alle prime pagine e il romanzo mi conquistò, tanto che dopo ho letto quasi tutti i libri di questo grande scrittore che è diventato uno dei miei preferiti.
Saramago ha sviluppato questo romanzo intrecciando tre fili narrativi: la storia vera dell’assedio, la trama ucronica di come sarebbero andate le cose in virtù di quel “non” (i crociati non sarebbero andati in soccorso del re spagnolo contro i Mori, assedianti) e la vicenda personale del correttore di bozze che, in seguito alla sua azione, conosce una responsabile della casa editrice per cui lavora con cui ha una storia d’amore.

Ecco, dopo aver scritto il post sul termine displicenza e aver letto gli interessanti commenti ricevuti, pensavo che, come Saramago ha genialmente “giocato” sull’aggiunta di un avverbio, un altro (magari altrettanto bravo…) potrebbe prendere spunto dalla traduzione non troppo fedele (per necessità o per scelta) di una parola per raccontare un’altra storia.