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Lockdown memories: si può giocare con tutto – Daniela Domenici * impressioni di lettura

Nel titolo di questo libro c’è il vocabolo giocare, ma certo non è da intendersi in un senso irrispettoso nei confronti della tragedia che ha sconvolto il nostro paese e tutti gli altri stati del mondo.

È con le parole, sostanzialmente, che l’autrice gioca e lo fa con amore per le parole stesse e per quello che con esse descrive. Con poesie, deliziosi tautogrammi, petit onze, riflessioni e brevi fiabe racconta i suoi mesi di lockdown e la sua esperienza di insegnante, di nonna, di persona che da casa ascoltava le drammatiche notizie che tutti sappiamo. Un diario composto di frammenti – anche in inglese – che esprimono con leggerezza (ben diversa dalla superficialità) timori e speranze che in molti condividiamo e, soprattutto, la sensazione di estraniamento che il dover rimanere in casa e non poter avere contatti nemmeno con i parenti più prossimi ha suscitato, sensazione che trova la sua manifestazione più immediata nella domanda delle nipotina: “Perché non possiamo abbracciarti?”

Ed è proprio con una poesia sul ritrovarsi con gli amati nipoti, dopo la fine del lockdown, che la narrazione di Daniela Domenici si conclude.

cover Lockdown Daniela d

 

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Granelli di universo – Daniela Domenici * impressioni di lettura

Una deliziosa raccolta di poesie, specchio del modo in cui l’autrice si approccia alla vita e alle esperienze che questa le riserva. Daniela Domenici riesce sempre a cogliere gli aspetti positivi dell’esistenza, ma va oltre: ogni sua frase celebra la meraviglia della natura e degli incontri con le persone e l’arte, con entusiasmo ma anche consapevolezza. Non mancano pennellate di garbata ironia e in ogni componimento traspare il gusto e il divertimento di “giocare” con le parole.
Leggere queste poesie riscalda il cuore, se al mondo ci fossero più persone come Daniela, il mondo sarebbe un posto migliore.
(letto con kindle unlimited)

Sinossi

la mia prima (e unica) silloge poetica

cover Domenici Granelli

 

 

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Il libro del mare -Morten A. Strøksnes * citazione #4

(titolo originale Havboka, 2015; trad. Francesco Felici (2017))

Questo romanzo, almeno fino al punto in cui sono arrivata a leggere, è picover il libro del mareù un insieme di riflessioni, alternate a descrizioni della vita marina e di certi animali nonché di altro, tenute insieme da una sottile trama. È comunque una lettura interessante, che si può condurre anche in modo frammentato, visto che, almeno per ora, la trama è così lineare che non ci sono problemi a seguirla.

Nel seguito un breve brano in cui l’autore paragona le molecole di acqua a lettere.

Le molecole si combinano a un ritmo vertiginoso in varianti sempre nuove, come le lettere si legano l’una all’altra in nuove parole, che diventano frasi, e magari interi libri. Se si pensa alle molecole d’acqua come a lettere, si può affermare che il mare contiene tutti i libri mai scritti, in lingue conosciute e non. Nei mari si creano anche altre lingue e alfabeti, come RNA e DNA, molecole in cui i geni si attivano e disattivano in ondate che scorrono attraverso strutture spiraliformi, e decidono se il risultato sarà un fiore, un pesce, una stella marina, un piroforo o un essere umano.
Un vento dolce soffia dalla ricca biblioteca del mare. La luce sopra di noi si scinde tra le nubi, e quando i raggi si proiettano sull’acqua, si flettono come verbi irregolari.

E poi, a proposito delle dimensioni dell’universo e delle distanze fra i corpi celesti, questa frase:

Gli astronomi sono archeologi o geologi che cercano fossili di luce.

 

 

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Parole desuete o comuni?

Forse sarebbe più preciso scrivere parole non troppo comuni.
Lo Zingarelli riporta per desueto: insolito. Disusato. Dissuefatto.
Da notare che il vocabolario del programma di text editing rileva come errato il termine dissuefatto

Stamani ho sentito parte di una chiacchierata su radio3 che riguardava un articolo che trattava, se ho ben capito, non avendo ascoltato il discorso dall’inizio, dell’uso di parole un po’ meno comuni del solito.
Così mi è venuto in mente di spendere qualche parola sull’argomento.
Molti libri e articoli utilizzano raramente termini che non siano di uso molto comune. Questo può dare un’idea di chiarezza, di fluidità a un testo (perché si suppone che così nessuno si trovi davanti a una parola di cui non conosce il significato) ma certo non arricchisce il vocabolario del lettore.
Non intendo dire che un autore dovrebbe utilizzare parole particolarmente difficili, basterebbe che si affidasse a termini precisi, non generici, non abusati; che cercasse la sfumatura più adatta a quello che vuole esprimere fra termini che sono sinonimi fra loro, invece di scegliere il più semplice, il più alla moda.

Negli anni Novanta ho partecipato a un seminario di scrittura creativa tenuto da Dacia Maraini. Fra le altre cose, la scrittrice parlò della sensualità della parola, significando con questo che le parole dovrebbero suscitare sensazioni. Fece un esempio per mostrare come l’uso di un termine piuttosto che di un altro cambi completamente l’atmosfera della scena descritta. In modo molto maldestro riporto un facsimile molto ridotto di quell’esempio:

Versione 1: Un signore uscì insieme alla moglie per andare con lei a comprare il giornale.
Versione 2: Un tale uscì dal portone insieme alla consorte per recarsi con lei ad acquistare il quotidiano.

La versione 1 è meno fredda della 2, che somiglia più a un articolo di cronaca che a un racconto.

Ovviamente parole sensuali non è la stessa cosa che parole desuete, ma trovo che ci sia un’affinità: sia perché spesso parole desuete sono più evocative di sinonimi più comuni, sia perché introdurre in un periodo un termine che suona insolito può trasformare quel periodo da normale a speciale, dargli un colore che altrimenti non avrebbe avuto.

E poi, l’italiano è così ricco di vocaboli. Perché non cercare di usarne il più possibile? Purché non a sproposito, naturalmente.

20170104_122734 parole desuete

 

 

Pubblicato in: Citazioni, Libri

Uno, nessuno e centomila – Luigi Pirandello * Citazione #6

Quello che riporto sotto è un passaggio sull’impossibilità di comprendersi.

Come trovo vero questo concetto, è uno dei punti cardine della poetica pirandelliana e uno dei temi che ho sempre condiviso. Però, poi, chissà se ho inteso quello che davvero intendeva dire, oppure ho dato alle sue parole il mio senso…

cover Pirandello uno nessuno

 

Ma il guaio è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.


Pubblicato in: Libri, Riflessioni, Scrittura

Parole da mare

Nonostante le mie molte letture salgariane di gioventù, leggendo i libri di Björn Larsson mi sono imbattuta in molti termini tecnici relativi alla navigazione e alle imbarcazioni a vela di cui non conoscevo il significato; così mi sono documentata e ho annotato un sintetico mini glossario. Di sicuro se qualcuno di voi si intende dell’argomento lo troverà impreciso e imperfetto.

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Anabatico: detto di vento, spira verso l’alto.

Boma: trave che sostiene la base dalla randa, attaccata all’albero principale mediante uno snodo. Può essere di vari materiali.

Catabatico: detto di vento, scende dall’alto, da una collina o da una montagna.

Cazzare: tirare una vela a sé (tesare una vela).

Nodo: unità di misura per la velocità; equivale a un miglio nautico l’ora (1,852 km/h); si abbrevia con kn.

Orzare: ruotare l’asse longitudinale dell’imbarcazione in modo che la prua sia avvicinata alla direzione in cui spira il vento.

Poppa: parte posteriore.

Pozzetto: La parte aperta dell’imbarcazione.

Prua: parte anteriore dell’imbarcazione.

Scotta: una corda o cima, che serve per orientare una vela.

Solcometro: strumento per misurare la velocità delle imbarcazioni.

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        Randa:  sull’albero principale (o unico).

        Fiocco: a prua della randa.

 

Pubblicato in: Racconti

Delirio, un racconto

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Scriveva fitto. Le parole di un rigo si intrecciavano a quelle del precedente come se avessero timore di mostrarsi isolate sul foglio bianco. La mano scorreva veloce, i pensieri si susseguivano così in fretta che non riusciva a fermarli tutti. Di quando in quando una lacrima bagnava la pagina, per una frase dimenticata, un’immagine sfumata.

Si era seduto al tavolo all’alba. Come gli accadeva ormai da mesi aveva trascorso una notte insonne, in compagnia di ricordi e visioni. Quando la luce aveva iniziato a filtrare dalla finestra aveva pensato di affidarli all’inchiostro della sua stilografica: forse, trasformandoli in segni, dando loro un corpo, sia pure sottile, li avrebbe allontanati da sé, almeno un po’. E loro avrebbero smesso di tormentarlo, gli avrebbero concesso di dormire. Di vivere.

Ma nella memoria la realtà si confondeva con il sogno, con i propositi non mantenuti, con le speranze: le parole, beffarde, narravano la storia di un uomo che era lui ma poteva anche essere un altro, qualcuno da lui stesso immaginato, o forse davvero conosciuto e in cui adesso si identificava. Chi era dunque? Si cercava affannato nel fluire delle lettere che si distendevano sulla carta senza riconoscersi. Scene e volti si succedevano davanti a lui come in un film girato a sua insaputa: e non riusciva a capire se ne era lui il protagonista.

Posare la penna: non avrebbe potuto. Non più, ormai. Da ore, forse da giorni, il delirio lo guidava e lo avvolgeva. I fogli scritti sbocciavano intorno a lui come fiori di una pianta carnivora, e, aprendosi, lo divoravano: ogni pagina un’ora di vita.

Ancora poco, e non ne avrebbe avuta più.