Let it snow – appuntamento con l’amore – Ella S. Bennet * Segnalazione

Segnalo la pubblicazione di questo breve romanzo rosa in ebook, una sorta di fiaba moderna (uscito con il titolo “la promessa”, poi modificato in “appuntamento con l’amore”, più aderente alla storia).

Queste le parole dell’autrice:

Questo romanzo breve è la continuazione ideale di “Let it snow – Quando nevica tutto può succedere…”.

Appena pubblicato quel racconto, i suoi personaggi hanno insistito perché continuassi a narrare la loro storia e così è nato “Let it snow – appuntamento con l’amore” e devo dire che non mi è dispiaciuto farlo, perché mi ero affezionata a loro e sono stata volentieri ancora in loro compagnia. Spero che sia così anche per voi, lettrici e lettori.

Per seguire le loro nuove vicende non è comunque indispensabile aver letto “Let it snow – Quando nevica tutto può succedere…”.

cover Let it snow 2 - Appuntamento

Sinossi

Incontratisi per uno strano caso Clara e Luca hanno trascorso insieme alcuni giorni in montagna, durante i quali si è instaurata fra loro un’intesa speciale. Il loro rapporto è stato solo platonico e, forse, questo non è bastato a nessuno dei due, anche se non se lo sono confessato.
Così, al momento di separarsi per tornare ciascuno nella propria città e alla vita di sempre, Luca chiede a Clara di rivedersi: più che un appuntamento è una promessa.
La breve vacanza è stata solo una parentesi, oppure il preludio di un rapporto? È bastata loro per innamorarsi o, presto, si dimenticheranno l’uno dell’altra?
Potranno scoprirlo solo ritrovandosi.
Ma sembra che il destino, dopo aver fatto incrociare le loro strade, abbia deciso di mantenerle lontane…

L’autrice
Ella S Bennet ama follemente i libri e le belle storie. Legge e scrive in ogni minuto del suo tempo libero.

L’effetto Susan – Peter Høeg * impressioni di lettura

(titolo originale Effekten af Susan– trad. Bruno Berni – pubblicato nel 2016)

Un romanzo strano, insolito, come del resto anche gli altri di questo scrittore che ho letto (Il senso di Smilla per la neve, La bambina silenziosa, i Racconti notturni).

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Susan, la protagonista, racconta in prima persona al presente gli avvenimenti, intervallandoli a momenti del suo passato: in qeusto modo riusciamo a conoscere abbastanza bene lei e la sua famiglia. Lei e il marito Laban possiedono una sorta di potere, che chiamano effetto: quando parlano con una persona questa prova la necessità e il desiderio di confidarsi con loro. Susan e Laban hanno due figli gemelli, un maschio e una femmina, Harald e Thit.

Durante un viaggio in India i quattro finiscono nei guai ma un funzionario danese riesce a farli uscire di prigione e a riportarli in patria, in Danimarca. Però chiede loro, in particolare a Susan, di scoprire informazioni su una misteriosa Commissione per il Futuro, compito che si rivela pericoloso e complicato.

La trama, soprattutto il finale, non mi sono sembrati particolarmente originali, ma ho apprezzato molto la scrittura (come testimoniano le citazioni che via via ho trascritto sul blog) e i personaggi, prima fra tutti la protagonista. Susan è una donna decisa, dalle molte risorse, una scienziata che si occupa di fisica quantistica, compatriota di Bohr. Non si lascia convincere dalle mezze spiegazioni che le vengono fornite durante la sua ricerca, ma non riesce a impedire una serie di omicidi, legati alla Commissione per il futuro.

Anche i gemelli sono personaggi interessanti, ciascuno dei due ha una sua peculiarità e, benché abbiano solo sedici anni, parlano e si comportano come adulti.

Insomma, un romanzo interessante anche se come vicenda mi ha lasciata un po’ perplessa. Susan e la sua famiglia sono però personaggi che, penso, ricorderò.

 

 

2016 in libri: i miei personaggi preferiti

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Nei libri che ho letto quest’anno ho incontrato, ovviamente, molti personaggi e ad alcuni mi sono affezionata particolarmente, ho “fatto il tifo” per loro e mi sono rimasti impressi nella mia memoria più degli altri.

Non sono molti, li elenco, in ordine casuale, senza riportare il romanzo da cui sono tratti e solo con il nome. (N.B. Non sono presenti nei libri riportati nell’immagine)

Sara
Max
Liesel
Rudy
Antonio
Greta
Mia
Marc

Anche voi avete incontrato personaggi che vi hanno colpiti particolarmente? Se vi va potete ricambiare la mia confidenza…

 

Il cappello del prete – Emilio De Marchi * Impressioni di lettura

(prima edizione del 1888)
Di quando in quando mi capita di scaricare ebook gratuiti, relativi a romanzi i cui diritti d’autore sono scaduti e questo è uno degli ultimi che ho letto.
Si tratta non tanto di un giallo, anche se c’è un omicidio, quanto della storia di un rimorso. È comunque considerato il romanzo capostipite del noir italiano.
La vicenda è ambientata a Napoli, dove un nobile, il barone Carlo Coriolano di Santafusca, pieno di debiti e senza risorse, risolve di assassinare un prete, prete Cirillo, “un uomo pieno di denari, che egli aveva radunati un poco coll’usura, prestando ai pizzicagnoli,ai pescivendoli, ai galantini della Sezione, e molto colle vincite al lotto.”

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Attenzione un po’ di SPOILER…
In realtà secondo me il finale è chiaro fino dall’inizio, l’interessante è il racconto di come vi si giunge.
L’omicidio si svolge secondo i piani del barone, ma il cappello nuovo che il prete aveva appena ritirato dal cappellaio agita le carte e alimenta il timore di essere scoperto e il rimorso del barone. Sembra infatti che il cappello viva di vita propria e il suo passare di mano in mano, fino a tornare in quella di chi l’aveva confezionato, desta nelle istituzioni e nella gente il dubbio che il prete abbia fatto una brutta fine.
Le indagini portano alla tenuta di campagna del barone che, alla lunga, non regge all’ansia e, quando viene interrogato, invece di limitarsi a rispondere “non so nulla” come aveva programmato di fare, si autoaccusa, svelando dettagli che solo l’assassino può conoscere.
Come contraltare ai due personaggi negativi, ovvero il barone e il prete, il quale, anche se vittima, era stato per tutta la vita un avido profittatore, c’è un altro sacerdote, il vecchio prete della parrocchia di Santafusca, Don Antonio, il cui scrupolo, perfino eccessivo, dà l’avvio alla parte pubblica delle vicende del cappello. Il vecchio è profondamente buone e coscienzioso, e agisce sempre coerentemente con quanto afferma con queste parole rivolte al campanaro Martino: “Voglio dire che il buon cristiano non deve tanto guardare al suo diritto quanto al suo dovere.”

Insomma è una buona storia, la psicologia dei personaggi è ben descritta; il tono è a volte anche ironico e l’ambientazione, lontana nel tempo oltre un secolo, è interessante. Del resto De Marchi è considerato un narratore importante.

Dalla premessa dell’autore alla prima edizione

è un romanzo d’esperimento,…
Due ragioni mossero l’autore a scriverlo.
La prima, per provare se sia proprio necessario andare in Francia a prendere il romanzo detto d’appendice,…
La seconda ragione, fu per esperimentare quanto di vitale e di onesto e di logico esiste in questo gran pubblico così spesso calunniato e proclamato come una bestia vorace che si pasce solo di incongruenze, di sozzure, di carni ignude, e alla quale i giornalisti a centomila copie credono di servire di truogolo.
L’esperimento ha dimostrato già a quest’ora le due cose, cioè che anche da noi si saprebbe fare come gli altri, e col tempo forse molto meglio per noi, e poi che il signor pubblico è meno volgo di quel che l’interesse e l’ignoranza nostra s’ingegnano di fare.

 

Ricordi di scuola – Giochino-test #1

Quando ero al liceo, ovvero un paio di vite fa ma anche tre, girava fra le altre cose una sorta di giochino-test che mi è tornato in mente ieri, non so perché.

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Lo riassumo prima di scrivere le riflessioni che mi ha ispirato.

Anna deve raggiungere (o salvare) il fidanzato, Enrico. Per farlo deve ottenere l’aiuto di tre persone. La prima è Dario, che in cambio dell’aiuto le chiede dei soldi; la seconda è Sergio che le chiede di fare sesso con lui e infine Renzo che l’aiuta senza volere niente. Quando Anna raggiunge il fidanzato e gli racconta cosa ha dovuto fare lui la lascia.

Ho realizzato che questa breve storia appena accennata rispecchia personaggi e intreccio di molti romanzi (soprattutto romance, magari, ma non solo, penso anche a gialli). I personaggi, cioè, rappresentano altrettanti prototipi (se non in qualche caso perfino archetipi) e l’intreccio può essere la base per innumerevoli trame in cui variano ambientazioni, dettagli, motivazioni (sottostanti a quelle espresse, intendo) e finali.

Un po’ il concetto, ridotto, delle carte di Propp, insomma. Un tema che mi ha sempre affascinata, forse per la mia mentalità (anche) matematica: poter ricondurre tutte le storie a un numero finito e anche piccolo di trame-guida. Pochi elementi, mescolati e aggregati in modo diverso, possono dare origine a infinite storie… davvero intrigante, no?

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Tornando al giochino-test: dopo il racconto delle vicende di Anna la domanda era: “Metti in ordine di tuo gradimento i personaggi, da quello che secondo te si è comportato meglio a quello che si è comportato peggio”. Ogni personaggio simboleggia infatti un valore. Quale lo svelo (per chi non lo avesse capito, cosa peraltro piuttosto facile) nel prossimo post.

Dubito che il test abbia qualche valore, ho riesumato il giochino solo per la sua relazione con la scrittura.

 

 

 

Self Publishing e qualità #1

Definire il SelfPublishing è facile, mentre dare un significato al termine qualità riferito alla scrittura non lo è altrettanto. Anzi.
Più volte mi è capitato di leggere interventi su questo argomento, sia su Facebook che in vari blog, e ne ho anche parlato con colleghi autori self.
Mi sembra che, alla fine, sul tema ci siano tante opinioni quante sono le persone che ne hanno una. Probabilmente, in questo caso, è giusto così.
A differenza dei libri pubblicati da un editore il selfPublishing mette di fronte, senza intermediari, chi scrive e chi legge, quindi offre a entrambi un rapporto diretto.

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Nel caso in cui il rapporto, invece, è mediato dall’editore trovo che sia ovvio che questi (l’editore, cioè) possa/voglia dire la sua sul testo che decide di pubblicare; infatti, oltre all’onere materiale, chi pubblica ha anche una responsabilità morale, che lo voglia o no. E poi l’editore ha una sua immagine, una linea editoriale, e può chiedere all’autore di apportare modifiche a quanto ha scritto (ovviamente per correttezza, se le modifiche sono consistenti, la richiesta di effettuarne dovrebbe essere fatta prima della firma del contratto); solitamente si avvale anche di editor per ottenere alla fine un prodotto-libro che rientri nei suoi standard di qualità e si inserisca armoniosamente in una delle sue collane. Insomma, per un libro pubblicato, ci mettono la faccia sia l’autore che l’editore e quindi è giusto che entrambi abbiano voce in capitolo (anche se quella principale dovrebbe essere quella dell’autore).

Quando un autore decide di affidarsi al selfPublishing, secondo me, il concetto di qualità diventa completamente soggettivo (è comunque sempre abbastanza soggettivo). Nei vari interventi che citavo sopra ho letto, per esempio, che per alcuni lettori gli errori grammaticali sono intollerabili, per altri invece conta solo la trama: quindi va bene tutto e il contrario di tutto…
A me gli errori e i refusi danno fastidio, ovviamente se sono pochi (ma pochi davvero, tipo una media di 1 ogni 50 pagine) non incidono sulla mia lettura, mentre se sono troppi possono indurmi anche ad abbandonare il testo.
A parte, però, il mio personale concetto di qualità, al quale cerco di attenermi quando scrivo le mie storie, il discorso che volevo fare è un altro: è possibile, ovvero ha un senso, parlando esclusivamente di selfPublishing, operare una distinzione fra testi di qualità e non?
La domanda non mi sembra peregrina. Affatto. Da essa scaturiscono subito altre due domande: quali criteri applicare e, soprattutto, chi è titolato a passare al vaglio i testi per verificarli secondo i criteri stabiliti?
Se io decido di cedere a un editore un testo è ovvio che sono tenuta e disposta ad accettare (magari contrattando, se posso) le sue decisioni su eventuali cambiamenti e un editing, perché sarà l’editore a pubblicare il mio libro.

Ma se la pubblicazione è a mia totale discrezione perché dovrei affidarmi al giudizio di qualcuno che definisca, tutto sommato in modo arbitrario, se il mio testo è o meno di qualità?
Questo qualcuno dovrebbe avere delle competenze e un’esperienza davvero notevoli, ma sappiamo che anche i critici letterari di professione non sempre sono concordi nell’osannare o denigrare un libro e talvolta hanno anche sbagliato nel predire successi o insuccessi. Quindi si tratta di una persona o di un gruppo quasi impossibile da comporre.
E supponendo per assurdo (sono una matematica…) che un qualcuno del genere esista e che passi al vaglio i testi pubblicati come self, dividendoli in buoni e cattivi: non si perderebbe così la libertà della pubblicazione self?

Intendiamoci, mi è capitato di leggere cose davvero scadenti, non solo per errori, ma per trame, personaggi, incoerenza e assurdità delle storie. Anche per messaggi secondo me deleteri. Nonostante ciò mi sento di voler rivendicare la libertà di espressione, per quanto possa essere usata male.

E voi, cosa ne pensate?

 

Scrittura creativa: il finale di una storia #2

Il finale di Pilgrim, che come ho scritto nel relativo post con le mie impressioni di lettura mi ha delusa e mi ha ricordato un altro finale che mi ha rovinato il romanzo che fino a quel punto avevo trovato avvincente e denso di nuovo spunti, ovvero Il codice da Vinci, di Dan Brown.
In questi due romanzi (ma anche in altri) sembra che l’autore, dopo aver messo in piedi un’architettura complessa e in qualche modo destabilizzante per il mondo in cui si svolge la finzione (perché di questo comunque si tratta, di finzione, invenzione, ancorché ambientata in un contesto realistico), abbia paura delle conseguenze che quell’architettura potrebbe causare nella realtà vera e si affretta a farla crollare, in modo da garantire che nel mondo reale lo status quo non venga scalfito.
Con questo tipo di finali non viene, a mio avviso, rispettata la promessa che lo scrittore fa al lettore narrandogli la sua storia: è come se in tutto il romanzo un gruppo di persone organizzasse con immensi sacrifici e studi un viaggio verso Marte e poi alla fine vi rinunciasse perché uno di loro si è fatto male a un piede. Esempio portato all’estremo, forse, ma mi sento davvero un po’ come se leggessi una cosa del genere.
A proposito di Dan Brown trovo, invece, che in Inferno, la promessa sia in parte mantenuta; ovviamente non scendo in dettagli (per nessuno dei tre romanzi che ho citato) per evitare spoiler.

Sono convinta che il finale sia la parte più difficile di una storia e, più la storia è complessa o di suspense, più aumenta la difficoltà di inventarne uno che non vanifichi la costruzione di tutto il romanzo.
Per quanto mi riguarda, scrivere il finale è sempre un momento delicato, anche per il motivo di cui sopra. Solitamente mi trovo in una di queste due situazioni: comincio la prima stesura avendo in testa la storia o comunque la trama dall’inizio alla fine (spesso accede per le storie brevi) oppure scrivo seguendo un’idea di base (più o meno precisa) il cui sviluppo si viene definendo via via e magari cambia più volte durante la stesura. Nel primo caso mettere a punto il finale è meno complicato perché era già definito con tutta la storia; nel secondo caso spesso, anche se inizialmente avevo un’idea della possibile conclusione, questa va rivista, a volte modificata completamente, alla luce dello svolgimento della vicenda e del comportamento dei personaggi (spero con esito soddisfacente anche del lettore…).