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Agnes, incipit

Il primo capitolo di questo mio romanzo breve. Spero che vi piaccia, buona lettura…

agnes

La lampada e il libro

Prendere la metropolitana è stata una pessima idea; la folla mi soffoca, il mio naso è tormentato da odori diversi di sudore, capelli, profumi, creme, abiti stropicciati e indossati più e più volte. Non vedo l’ora di giungere alla mia fermata e ogni volta che aprono le portiere sbircio fuori per leggere il nome della stazione, ma non è mai quella e nuovi passeggeri salgono e mi spingono sempre più all’interno contro gli altri che mi circondano.

Finalmente arrivo: a fatica attraverso il muro di corpi che mi separa dall’uscita e scendo. L’aria della stazione sotterranea sembra fresca e pulita dopo quella che ho respirato nel vagone. Salgo le scale e seguo le indicazioni per piazza Le Perroquet Bleu, dove tutte le settimane c’è un mercato di cose vecchie, fra le quali una mia amica ha asserito di aver visto delle lampade che potrebbero fare al caso mio. Sono mesi che ne cerco una da tenere sullo scrittoio, ma non sono ancora riuscita a vedere qualcosa che corrisponda a quella che io immagino. La mia amica è convinta che al mercatino la troverò e siccome provare non costa niente eccomi qui. In realtà provare mi è costato moltissimo, non ricordavo quanto disagio potesse provocarmi un viaggio in metropolitana. Di solito non mi muovo dal mio quartiere, lì ho tutto quello che mi serve e lo giro quasi sempre a piedi o con l’autobus, evitando le ore di punta.

La zona in cui mi trovo adesso la conosco poco, anzi per niente. Dove sarà la piazza con il mercatino? Quasi d’improvviso mi trovo in un vicolo, che si incrocia con altri vicoli e stradette, un labirinto. Allora procedo girando sempre a sinistra: ho letto da qualche parte che questo è il metodo per uscire da un labirinto, e siccome questo è solo un garbuglio di strade, venirne fuori dovrebbe essere più facile, nonostante il mio inesistente senso di orientamento. Mentre cammino mi guardo intorno: molte abitazioni sono cadenti, ma a tratti mi imbatto in case modeste e perfettamente in ordine, dalla facciata dipinta di fresco, tende immacolate alle finestre, un piccolo giardino ben curato sul davanti. Ritagliato in una palazzina di due piani il cui intonaco è scrostato e a più di una persiana manca qualche stecca, dietro l’ultimo angolo, c’è un negozio. L’insegna, la vetrina e la porta sono in legno scuro dipinto in bianco, blu e ocra, a disegni floreali e intrecci; la pittura sembra appena fatta, è lucida e pulita, neanche una screpolatura; sui vetri leggermente fumé neppure una ditata né una traccia di insetto. Nella vetrina, su un ripiano ricoperto da un drappo giallo oro con arabeschi bruni, fra libri dalle copertine consunte e le pagine ingiallite e oggetti in ceramica e in bronzo, ecco la mia lampada. È una fortuna che i miei passi abbiano seguito la strada sbagliata.

Entro decisa e il mio passaggio è sottolineato da tintinnii e fruscii, di mille piccoli oggetti appesi alla porta e allo stipite. Odore di polvere, discreto, se non ci fosse il negozio sembrerebbe finto.

Mi avvicino al banco, che non è altro che un tavolo di legno, appoggiato su una grande zampa formata da serpenti incrociati, che con la coda si appoggiano a terra e con la testa sorreggono il piano. Il rumore che ho provocato varcando la soglia si affievolisce e, mentre mi guardo intorno, un uomo appare da dietro una tenda scura, che nella penombra sembra una parete.

Il banco è illuminato da un lampadario di cristallo dagli innumerevoli pendenti; mentre l’uomo si avvicina guardo il suo volto, ha occhi neri profondi.

Ci diamo il buon giorno, poi gli chiedo di mostrarmi la lampada in vetrina.

Una scelta raffinata” commenta lui andandola a prendere. La posa sul banco, amorevolmente, poi si volta verso lo scaffale alle sue spalle ed estrae da un cassetto una lampadina; l’avvita, infila la spina e voilà, la mia lampada funziona; sono così concentrata su di lei che non mi accorgo nemmeno che l’uomo ha spento le altre luci per mostrarmi l’effetto al buio.

Vorrei sapere il prezzo ma esito a chiederlo: un po’ perché mi sembra un sacrilegio mescolare il denaro con un oggetto d’arte, un po’ perché temo che costi troppo per le mie tasche e allora preferisco non saperlo ancora e illudermi di potermela permettere. Lui mi legge nel pensiero, del resto è normale che adesso io stia pensando a questo, e mi dice che è un vero affare, costa pochissimo, e infatti ha un prezzo alla mia portata.

È di valore ma l’ho avuta per pochi soldi” mi spiega e mi mostra un piccolo segno sotto la base: è il marchio della fabbrica, cioè la sigla della persona che l’ha disegnata: LR, ovvero Robert Lorier. È un nome che non ho mai sentito, non me ne intendo di queste cose.

Questo Lorier aveva un parente pittore, forse il padre o il fratello, aggiunge l’uomo, da qualche parte in bottega c’è un libro che parla di lui. Gli dico che compro la lampada e, mentre conto le banconote, lui con destrezza la sistema in una scatola tirata fuori chissà da dove. Mi chiede se deve farmela recapitare o se la porto con me. Io penso alla ressa della metropolitana, ma non voglio separarmi subito da questo oggetto che è appena diventato mio. Dirigendomi verso l’uscita abbracciata allo scatolone urto una pila di volumi che sporgono da uno scaffale. Poso la scatola in terra e mi chino per raccogliere i libri che ho fatto cadere. Lui è subito accanto a me e insieme li rimettiamo a posto. L’ultimo, mi fa notare, è proprio quello di cui mi parlava, la biografia del Lorier pittore. La copertina è di un celeste pallido, l’autore una donna che ha il mio stesso nome di battesimo, Agnes. Mi incuriosisce e decido di comprarlo ma, prima che possa dirglielo, l’uomo mi precede e me lo offre in regalo. Lo ringrazio e gli chiedo perché; lui risponde che evidentemente il libro mi stava aspettando e lui ha solo avuto il compito di custodirlo per me: c’è tanta naturalezza nella sua voce mentre lo afferma che non so replicare, per quanto trovi bizzarra la sua cortesia.

Esco. Verso occidente il sole ha insanguinato un branco di nuvole pigre distese sull’orizzonte; fra non molto scivolerà dietro le case e poi sparirà del tutto.

Percorro le strade del quartiere labirinto, e sento ancora addosso gli occhi dell’uomo, ma è uno sguardo buono, come se intendesse accompagnarmi fuori dalle viuzze tutte uguali, lo sa che sarei capace di perdermi, nonostante le indicazioni che mi ha dato. Invece arrivo alla stazione della metropolitana che ancora il cielo è rosso.

Trovo posto a sedere, così il mio bagaglio non mi crea problemi né rischio di romperlo. Poggio la scatola a terra fra le gambe e inizio a sfogliare il libro. Vengo assorbita a tal punto dalla storia che mi accorgo di essere alla mia fermata quando le portiere si sono già chiuse. Sospiro. È forte la tentazione di lasciarmi cullare dal movimento della vettura e proseguire nella lettura ma mi costringo ad alzarmi. Scenderò alla prossima stazione e tornerò indietro con il treno che va nella direzione opposta.

Quando approdo sul marciapiede il sole è ormai tramontato del tutto: la sera è quasi diventata notte e una luna tonda color zabaione se ne sta appesa lassù alla mia destra. La strada verso casa è faticosa, la scatola mi pesa sulle braccia e quando entro nel portone un cartello mi avvisa che l’ascensore nel mio palazzo è di nuovo guasto, costringendomi a fare a piedi cinque piani di scale.

L’ora di cena è vicina, ma sono stanca e non mi va di cucinare e, soprattutto, sono impaziente di leggere il libro: così mi accomodo sulla mia poltrona, illuminata da una lampada a stelo, e mi immergo di nuovo nella biografia di Claude Lorier. Quando alzo la testa verso l’orologio appeso al muro sulla parete vedo che sono già le nove passate. Ecco perché qualcosa nel mio stomaco non va; è meglio che mangi un boccone: taglio una fetta di pane, un pezzetto di formaggio e sbuccio una mela, mettendo tutto in un piatto, da tenere sulle ginocchia mentre continuo la lettura. L’equilibrio non è perfetto, ma ho conciliato i due interessi, quello degli occhi e quello dello stomaco, che smette presto di brontolare e lascia che mi dedichi in pace a Claude Lorier.

Fin dalle prime pagine ho capito che il pittore è il padre del disegnatore di lampade e anche che Agnes Gravellon, l’autrice della biografia, aveva senz’altro un rapporto profondo con Claude Lorier, di odio-amore, direi; talvolta infatti ne esalta le qualità e le opere, talaltra ne sottolinea impietosa i difetti, le meschinità. Lo critica molto, ad esempio, per il modo in cui si prende cura del figlio: a momenti di affetto totale alterna giorni in cui quasi non ne avverte la presenza. Non parla mai di una moglie, forse è morta o forse andata via, perciò il pittore deve anche colmare l’assenza della madre, ma questa responsabilità a volte se la scrolla dalle spalle, è un peso troppo grande per il suo corpo costretto su una sedia a rotelle.

L’invalidità è una buona scusa, dice sempre Agnes, un ottimo alibi dietro cui nascondersi. Ma poi si tuffa nella descrizione di un dipinto e dello stato d’animo che lo ha fatto nascere (o che lei vi legge) e allora non esiste altro che Claude Lorier pittore, senza corpo, senza difetti: il coraggio di un sentimento, di un’emozione confessati su una tela.

Mi chiedo che tipo fosse questa Agnes, tento di immaginarla da ciò che traspare di lei nella storia dell’altro e nelle parole che usa. È un lavorio continuo nella mia mente, mentre divoro pagina dopo pagina. La presenza di questa donna è forte, a tratti sembra sovrastare quella del pittore di cui si è eletta biografa. Quella che ha scritto è comunque una biografia assolutamente non convenzionale, in cui i dati oggettivi sono quasi del tutto assenti, tanto che mi chiedo se il pittore ha vissuto davvero a Varbles, come Agnes afferma, o no.

L’ultimo capitolo è breve e il tono cambia all’improvviso, diviene quasi una cronaca, ma avverto, sotto l’esposizione sintetica dei fatti, l’urlo di un dolore che cerca di restare nascosto: Claude Lorier è morto. Il linguaggio si fa scarno, essenziale, pochi cenni alla malattia che colpisce l’artista. Non trovo nessuna indicazione sul luogo in cui le sue opere sono conservate, o almeno in cui erano al momento della stampa della biografia.

Come vorrei vedere i quadri di Claude Lorier. Nel libro non c’è neanche una riproduzione e quanto descrive Agnes è più legato allo stato d’animo dell’autore e dello spettatore che all’aspetto delle tele. Le indicazioni sono frammentarie, riguardano soprattutto particolari o tecniche e poco le opere nella loro interezza: la mia fantasia mi propone delle possibili immagini ma temo che siano assai diverse dagli originali.

Andrò in biblioteca, domani, a cercare notizie su Claude Lorier e foto dei suoi quadri. Mi incammino verso la camera e vedo in un angolo la scatola con la lampada: non l’ho neppure scartata, eppure ero così contenta di averla trovata. Questo libro mi ha come stregata, forse mi sono fatta condizionare dalle parole dell’uomo del negozio, ma sento che, per me, non è un libro qualunque.

Ripetendo la frase che ha accompagnato il dono della biografia mi rendo conto che ne riecheggia in certo modo un’altra, di tanti anni fa. Una frase che, a quel tempo, ha segnato il mio destino. E adesso cosa succederà se non ignoro i richiami di Claude Lorier? Il corso della mia vita potrebbe cambiare di nuovo? Un brivido quasi impercettibile mi sale per la schiena. Allora non è stata di buon auspicio ma, alla mia età, è sciocco avere timori.

 

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Agnes, ebook

Da stasera, 27 Gennaio, il mio romanzo Agnes è online sullo store di Amazon.

Cover Agnes

Questa la sinossi:
Agnes ha settant’anni e non si è mai mossa dalla città in cui vive e quasi mai dal quartiere in cui abita e in cui ha insegnato per tanti anni. Un giorno, dopo aver letto la biografia di un pittore a lei sconosciuto sente che è stato il destino a mettere questo libro nelle sue mani e che deve sapere di più sull’artista e vedere i suoi quadri; non trovando alcuna notizia su di lui né in biblioteca né su Internet si reca nel paese in cui sembra che il pittore abbia vissuto ma trovare le sue tracce è quasi impossibile. Agnes comunque non si arrende e, inseguendo il pittore, intreccia nuovi rapporti e si trova, suo malgrado, a tirare un bilancio della propria vita, a scoprire il perché delle scelte fatte e capisce che un futuro è ancora possibile.

Questo il link:
http://www.amazon.it/dp/B01B56NY82

Dall’introduzione:
Se è vero che ogni cosa che scrivo è un’esperienza stimolante, la stesura di Agnes mi ha dato forse qualcosa in più del solito e spero che la lettura risulti altrettanto interessante.
Il testo è frutto di un lavoro lungo, impegnativo e di molte revisioni, mi auguro che i refusi sfuggiti siano davvero pochi (sembra impossibile ma qualcuno si nasconde così bene da passare indenne anche molte riletture).

Una riflessione:
Benché siano già diversi gli ebook che ho pubblicato come self, l’uscita di Agnes mi emoziona particolarmente, non so perché. Eppure tengo a tutte le mie storie (non intendo dire con questo che sono belle storie, solo che per me sono state e sono importanti)…

 

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Agnes, un romanzo

Diciamo che ho finito l’ennesima rilettura-revisione di Agnes e che ho deciso che è stata l’ultima.
(lo so che iniziare un pezzo con diciamo non è un gran che, sorry). L’idea è di pubblicare l’ebook entro la fine di gennaio (2016).

Cover Agnes

Agnes è un romanzo breve che racconta di una settantenne, ovvero la settantenne Agnes parla di sé in prima persona al presente. La storia inizia con lei che acquista una lampada e riceve in regalo dall’antiquario che gliela vende un libro. La lettura di questo libro induce Agnes a partire alla ricerca di un pittore e dei suoi quadri.
In sintesi la storia è tutta qui: Agnes e la sua ricerca. Però, come lei stessa dice:

una ricerca non è mai fine a se stessa e quello che si trova non è mai quello che si credeva di trovare, almeno non solo.

Agnes incontra persone, fa domande, cerca risposte, anche in se stessa.

Che poi la vecchiaia non è affatto quieta: con le sue ansie, paure, fragilità e la sensazione della morte che si fa sempre più vicina… Da un lato è come se la consapevolezza che la fine è dietro l’angolo (anche se la fine, in realtà, è dietro l’angolo a qualunque età) ammantasse tutto di un velo attraverso cui ogni cosa si mostra nella sua futilità, inutilità e indifferenza, dall’altro è come se inducesse al carpe diem, almeno una volta o almeno un’altra volta, spronando a fare qualcosa che valga la pena di essere fatto.

 

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Dino Buzzati, un grande scrittore

E non solo scrittore, ma anche giornalista e pittore. Ma è della sua scrittura che voglio parlare in questo articolo.

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Anni fa qualcuno dei pochi che avevano letto i racconti della mia raccolta “Lo specchio” li aveva avvicinati, per l’atmosfera e gli elementi surreali, a quelli di Buzzati. Ovviamente il paragone era ed è eccessivo, però Dino Buzzati è uno degli autori di cui ho letto quasi tutte le opere in età giovanile, quindi in un periodo in cui le cose radicano maggiormente.

Se poi penso che il libro di lettura di terza media era proprio “L’uccisione del drago” mi viene naturale supporre che il mio immaginario abbia risentito anche dell’influenza di questo scrittore. La mia fantasia è stata senz’altro colpita dall’originalità e dalla forza dei racconti di Buzzati, grazie anche alle spiegazioni e sottolineature dell’insegnante. Forse si trattava di un testo comunemente diffuso nelle scuole a quei tempi e forse lo è ancora, di sicuro per me è stato un incontro significativo.

Ho riletto quei racconti quando sono stata più grande, ma il ricordo che ne conservo è soprattutto quello della prima lettura.

Posso ancora elencare molte di quelle storie, prima fra tutte quella che dà il titolo alla raccolta, in cui c’è un drago che non fugge davanti ai cacciatori permettendo a questi di ucciderlo perché, come si scopre alla fine, ha dei cuccioli che tenta di proteggere. L’empatia è tutta per il drago, mentre il ruolo di cattivi è per i cacciatori, come del resto si può intuire anche dalla scelta della parola uccisione per il titolo, termine che richiama più un assassinio che la caccia.

Il mio racconto preferito è sempre stato “La Torre Eiffel”, in cui Buzzati narra o, meglio, immagina la costruzione della Torre Eiffel: operai e tecnici continuano a costruirla anche dopo aver superato il numero di metri previsti, perché vogliono arrivare in alto, sempre più in alto. Qualcuno (non ricordo chi, se le istituzioni) li costringe però a fermarsi e la parte di torre eccedente viene smontata. Mi piace quel desiderio di andare avanti, di salire sempre più su, per conoscere, per scoprire.

C’è poi “All’idrogeno”, un racconto inquietante in cui in piena notte (a un’ora tipo le 57,84, cioè un orario impossibile, cosa che desta subito allarme) viene recapitato un pacco in un palazzo e sembra che questo pacco contenga una bomba. Tutti gli inquilini sono per le scale e si chiedono di chi sarà. Poi riescono a leggere il nome del destinatario: Dino Buzzati; allora si allontanano da lui e gli danno la colpa del pericolo che stanno correndo tutti.

E poi, fra gli altri, “L’uovo”, in cui l’amore di una madre è più forte di un esercito con tanto di carri armati; “Il bambino tiranno” , “La corazzata Tod”, “Il colombre”.

L’edizione scolastica del libro conteneva dei quadri che Buzzati aveva dipinto e che illustravano alcuni dei suoi racconti, fornendo così anche un’interpretazione figurativa delle storie da parte dell’autore stesso. Anche i quadri erano piuttosto inquietanti.

Infine non posso non citare il romanzo dell’attesa e del nulla, “Il deserto dei tartari”, e la malinconia mista a un po’ di rabbia che suscita in me; ho visto anche, quasi per intero, la versione cinematografica, per la regia di Valerio Zurlini, che ha saputo rendere molto bene l’atmosfera della Fortezza Bastiani e dei terreni intorno e le sensazioni dei militari e di Drogo, il protagonista.

Concludo l’articolo consigliando, a chi non l’avesse già fatto, di leggere le opere di Dino Buzzati, uno scrittore che mi sembra ingiustamente  in parte dimenticato: ritengo che i suoi scritti siano sempre molto attuali sia per i temi che per il modo di narrare che per le ambientazioni.

(Quanto ho scritto dei racconti si basa solo sui miei ricordi, che essendo come ho detto di vecchia data potrebbero non essere del tutto corretti, si sa che la memoria integra la realtà con invenzioni)

 

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Almanacco: scrittrici e scrittori nati il 4 aprile

Virgilio Guidi

(1891 – 1984), pittore, poeta e saggista italiano.
Lo conosco come pittore, ho visto diversi suoi quadri.

Marguerite Duras

(1914 – 1996), scrittrice francese.
Di lei ho letto diversi romanzi, tutti parecchi anni fa. Mi è piaciuta, sì, ma non è poi fra quelle con cui sono più in sintonia.

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Almanacco: scrittrici e scrittori nati il 24 gennaio

E. T. A. Hoffmann

(1776 – 1822), scrittore, compositore e pittore tedesco.
Ho visto molti anni fa la rappresentazione de “I racconti di Hoffmann”, su musica di Jacques Offenbach.

Edith Wharton

(1862 – 1937), scrittrice statunitense.
Ho letto di lei “Febbre romana” anni fa, ma non ne conservo alcun ricordo.

Vicki Baum

(1888 – 1960), scrittrice austriaca.
Ho letto di lei “Tutti matti a Lohwinckel”, ma non ne ricordo nulla.

 

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Almanacco: scrittrici e scrittori nati il 24 novembre

Laurence Sterne

(1713 – 1768), scrittore britannico.
Ricordi di scuola, letteratura inglese al liceo: “Pamela“.

Carlo Collodi

(1826 – 1890), scrittore italiano.
Collodi uguale Pinocchio“, naturalmente affermare questo è riduttivo, Collodi non è solo Pinocchio. Ad ogni modo io di suo ho letto solo questo libro. Riporto qui sotto il famoso e indimenticabile incipit, nel quale si capisce come per scrivere una bella storia, una storia intrigante, non siano necessarie per forza re e principi ma basta un semplice e – apparentemente – umile pezzo di legno. Quello che conta è la bravura di chi tiene la penna in mano o, ai giorni nostri, di chi digita lettere e parole e frasi sulla tastiera.

C’era una volta…
Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Frances Hodgson Burnett

(1849 – 1924), scrittrice inglese.
Di lei ho letto (penso in edizione ridotta, ma non so) tanti anni fa “Il piccolo lord“.

Mino Maccari

(1898 – 1989), scrittore e pittore italiano.
(Notare le cifre degli anni di nascita e morte, a parte quella delle migliaia le altre sono invertite).
Non ho letto niente di suo, ma apprezzo i suoi quadri, almeno alcuni.

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Almanacco: scrittori nati il 25 agosto

Alberto Savinio (1891 – 1952), scrittore e pittore italiano.
Non ho letto opere sue ma ho visto alcuni dei suoi dipinti.

Martin Amis (1949), scrittore britannico.
Di lui ho letto due libri, fra cui “L’informazione“, che racconta di due amici scrittori, uno di successo e uno no e dell’invidia di quest”ultimo per il primo. Molto ben scritto.