William e Emily – Antologia di Spoon River – Edgar Lee Masters

(Edgar Lee Master (1868 – 1950) * Spoon River Anthology, ovvero l’Antologia di Spoon River è del 1915 – la traduzione riportata è di Fernanda Pivano (1917 -2009))

Di questa poesia mi hanno colpita, fino dalla prima volta in cui l’ho letta, i primi due versi. È malinconica, a mio parere. Sì, è decisamente malinconica.

C’è qualcosa nella Morte
che ricorda l’amore.
Se con qualcuno con cui avete conosciuto la passione,
e la vampa del giovane amore,
dopo anni di vita comune,
sentite spegnersi la fiamma;
e così insieme svanite,
a poco a poco, soavemente,
per così dire abbracciati,
nella stanza consueta –
c’è, fra gli spiriti, un unisono
che ricorda l’amore!

cover Spoon River

 

 

Annunci

Last blues, to be read some day – poesia di Cesare Pavese

Questa è una delle poesie che preferisco fra quelle di Cesare Pavese, uno dei miei scrittori prediletti del tempo dell’adolescenza.

La poesia mi piace perché molto essenziale, quasi scarna, aiutata in questo dell’inglese, lingua spesso più essenziale e sintetica dell’italiano (a mio parere). Una poesia che è quasi una canzone, come del resto dice il titolo.

Da notare che è stata scritta pochi mesi prima del suicidio dello scrittore (27 agosto 1950).

‘T was only a flirt
you sure did know –
cover Poesie Pavesesome one was hurt
long time ago.

All is the same time has gone by –
some day you came
some day you’ll die.

Some one has died
long time ago –
some one who tried
but didn’t know.

11 aprile 1950

 

La signora Kessler – Antologia di Spoon River – Edgar Lee Masters

(Edgar Lee Master (1868 – 1950) * Spoon River Anthology, ovvero l’Antologia di Spoon River è del 1915 – la traduzione riportata è di Fernanda Pivano (1917 -2009))

Questa è un’altra delle poesie che mi piacciono, della raccolta. Per questo parallelismo fra una lavandaia e la Vita, credo.

Il signor Kessler, sapete, era nell’esercito,
e prendeva sei dollari al mese si pensione,
e se ne stava sull’angolo della via a parlare e di politica
o rimaneva in casa a leggere le Memorie di Grant:
e io mantenevo la famiglia lavando
e apprendendo i segreti di tutti
da coperte e coltri, camicie e sottane,
perché le cose nuove diventano vecchie, alla fine,
sono sostituite da migliori o non lo sono affatto:
la gente può prosperare o decadere.
E gli strappi e le toppe si allargano col tempo;
né l’ago e il filo può seguire la rovina,
e ci son macchie che sfidano il sapone,
e ci sono colori che stingono vostro malgrado,
per quanto vi si accusi di rovinare il vestito.
Fazzoletti, tovaglie hanno i loro segreti –
la lavandaia, la Vita, sa tutto intorno a ciò.
E io che andai a tutti i funerali
che ci furono a Spoon River, giuro che mai
ho visto la faccia di un morto senza pensare che pareva
qualcosa di lavato e stirato.

20180301_104409 S Kessler


Una poesia di Fernando Pessoa #3

Da Odi (1914 – 1933), di Ricardo Reis. Ricardo Reis è uno degli eteronimi di Fernando Pessoa di cui Pessoa stesso dice:

Il dott. Ricardo Reis nacque nella mia anima il 29 gennaio del 1914, verso le 11 di sera.

Trovo che sia molto significativo scrivere “nacque nella mia anima”, piuttosto che, per esempio, “nella mia mente”.

La traccia breve che dalle erbe tenere
rileva il piede concluso, l’eco che cava echeggia,
      l’ombra che si adombra,
      il bianco che la nave lascia –
non di più né di meglio lascia l’anima alle anime,
ciò che è partito ai partenti. Il ricordo scorda.
      Morti, muoriamo ancora.
      Lidia, siamo solo nostri.

(traduzione di Antonio Tabucchi)
20170717_102537 Pessoa poesia3

 

Una poesia di Robert Frost

LA STRADA NON PRESA

Divergevano due strade in un bosco
Ingiallito, e spiacente di non poterle fare
Entrambe essendo un solo, a lungo mi fermai
Una di esse finché potevo scrutando
Là dove in mezzo agli arbusti svoltava.

Poi, presi l’altra, che era buona ugualmente
E aveva forse i titoli migliori
Perché era erbosa e poco segnata sembrava;
Benchè, in fondo, il passare della gente
Le avesse davvero segnate più o meno lo stesso,

Perché nessuna in quella mattina mostrava
Sui fili d’erba l’impronta nera d’un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno !
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
Dubitavo se mai sarei tornato.

Questa storia racconterò con un sospiro
Chissà dove tra molto tempo:
Divergevano due strade in un bosco, e io…
Io presi la meno battuta,
E di qui tutta la differenza è venuta.

Qui si può leggere l’originale in inglese.

 

20170827_110457 Frost

 

 

Ninfee nere – Michel Bussi * Impressioni di lettura

(Titolo originale “Nymphéas Noirs”, Traduzione di Alberto Bracci Testasecca; originale pubblicato nel 2011, in Italia nel 2016)

Un giallo decisamente insolito, dalla scrittura poetica e intrigante, con un incipit che ammalia.

cover-ninfee-nere-ok

Intrigante è la lettura, che offre l’alternarsi delle vicende della piccola Fanette, della bella maestra Stephanie e della vecchia rancorosa di cui non viene detto il nome fino alla fine. Ben dipinti anche i personaggi dell’ispettore Sérénac e del suo vice, del cane Neptune e l’atmosfera del paese di Giverny. Un racconto in cui la pittura e la luce, non solo quelle di Monet, sono sempre presenti.

Sono rimasta però delusa dal finale. Intendiamoci, il colpo di scena c’è ed è notevole. Però, secondo me, l’autore ha giocato sporco, nella narrazione gli indizi sono dissimulati, alterati e disposti in modo che per il lettore sia impossibile seguirli e giungere da solo alla soluzione del mistero. Sono dell’opinione di S. S. Van Dine, che scrisse in un articolo del 1928 una serie di 20 regole cui si deve attenere l’autore di un giallo; secondo Van Dine il lettore deve avere in mano, mentre legge, tutte le tracce e gli indizi che ha a disposizione l’investigatore, senza trucchi; se, dopo aver finito il libro, lo rilegge, deve poter riconoscere gli indizi che hanno portato alla soluzione del caso. Questo, a mio parere, non succede per Ninfee nere. Che resta un romanzo affascinante, ma non si può definire un vero giallo. Non che le definizioni, alla fine siano importanti, solo che attribuirle e non rispettarle appieno non mi sembra leale verso il lettore.

Aggiungo che in uno dei punti clou della vicenda non ho trovato la “giustificazione” del comportamento di un personaggio, altra cosa che mi ha lasciata piuttosto perplessa (ho anche riletto la scena con attenzione), dato che si tratta di un momento cruciale in cui il personaggio fa una scelta fondamentale.

Qui sotto una citazione, la riflessione dell’ispettore Sérénac che guarda la cattedrale, riflessione che condivido appieno:

La gente, in fondo, ammira i pazzi.

Si gira verso la cattedrale. Sì, la gente ammira la follia. Basta osservare la cattedrale per riconoscere quanta ragione avesse il tipo che un giorno ha concepito la costruzione di quell’inverosimile monumento anche sapendo che ci sarebbero voluti cinquecento anni per portarlo a termine, il matto che deve aver insistito perché il pinnacolo della sua cattedrale fosse il più alto di Francia, a costo che qualche migliaio di operai ci lasciasse la pelle. All’epoca un cantiere del genere doveva essere una carneficina, ma sono cose che si dimenticano, si finisce sempre per dimenticare. Si dimentica la mattanza, si dimentica la barbarie e si ammira la follia.

E qui i versi di una poesia di Louis Aragon, poeta francese, che la maestra Stephanie fa imparare ai suoi alunni e che trovo molto belli

Acconsento a che si instauri il delitto di sognare
Se sogno, sogno ciò che mi viene vietato
Mi dichiarerò colpevole. Mi piace avere torto
Agli occhi della ragione il sogno è un bandito