Ninfee nere – Michel Bussi * Impressioni di lettura

(Titolo originale “Nymphéas Noirs”, Traduzione di Alberto Bracci Testasecca; originale pubblicato nel 2011, in Italia nel 2016)

Un giallo decisamente insolito, dalla scrittura poetica e intrigante, con un incipit che ammalia.

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Intrigante è la lettura, che offre l’alternarsi delle vicende della piccola Fanette, della bella maestra Stephanie e della vecchia rancorosa di cui non viene detto il nome fino alla fine. Ben dipinti anche i personaggi dell’ispettore Sérénac e del suo vice, del cane Neptune e l’atmosfera del paese di Giverny. Un racconto in cui la pittura e la luce, non solo quelle di Monet, sono sempre presenti.

Sono rimasta però delusa dal finale. Intendiamoci, il colpo di scena c’è ed è notevole. Però, secondo me, l’autore ha giocato sporco, nella narrazione gli indizi sono dissimulati, alterati e disposti in modo che per il lettore sia impossibile seguirli e giungere da solo alla soluzione del mistero. Sono dell’opinione di S. S. Van Dine, che scrisse in un articolo del 1928 una serie di 20 regole cui si deve attenere l’autore di un giallo; secondo Van Dine il lettore deve avere in mano, mentre legge, tutte le tracce e gli indizi che ha a disposizione l’investigatore, senza trucchi; se, dopo aver finito il libro, lo rilegge, deve poter riconoscere gli indizi che hanno portato alla soluzione del caso. Questo, a mio parere, non succede per Ninfee nere. Che resta un romanzo affascinante, ma non si può definire un vero giallo. Non che le definizioni, alla fine siano importanti, solo che attribuirle e non rispettarle appieno non mi sembra leale verso il lettore.

Aggiungo che in uno dei punti clou della vicenda non ho trovato la “giustificazione” del comportamento di un personaggio, altra cosa che mi ha lasciata piuttosto perplessa (ho anche riletto la scena con attenzione), dato che si tratta di un momento cruciale in cui il personaggio fa una scelta fondamentale.

Qui sotto una citazione, la riflessione dell’ispettore Sérénac che guarda la cattedrale, riflessione che condivido appieno:

La gente, in fondo, ammira i pazzi.

Si gira verso la cattedrale. Sì, la gente ammira la follia. Basta osservare la cattedrale per riconoscere quanta ragione avesse il tipo che un giorno ha concepito la costruzione di quell’inverosimile monumento anche sapendo che ci sarebbero voluti cinquecento anni per portarlo a termine, il matto che deve aver insistito perché il pinnacolo della sua cattedrale fosse il più alto di Francia, a costo che qualche migliaio di operai ci lasciasse la pelle. All’epoca un cantiere del genere doveva essere una carneficina, ma sono cose che si dimenticano, si finisce sempre per dimenticare. Si dimentica la mattanza, si dimentica la barbarie e si ammira la follia.

E qui i versi di una poesia di Louis Aragon, poeta francese, che la maestra Stephanie fa imparare ai suoi alunni e che trovo molto belli

Acconsento a che si instauri il delitto di sognare
Se sogno, sogno ciò che mi viene vietato
Mi dichiarerò colpevole. Mi piace avere torto
Agli occhi della ragione il sogno è un bandito

Una poesia di Fernando Pessoa

NATALE

Nasce un dio. Altri muoiono. La Verità
non è venuta né fuggita: è cambiato l’Errore.
Abbiamo ora un’altra Eternità,
e quello che è passato era sempre migliore.

Cieca, la scienza ara la gleba inutile.
Folle, la Fede vive il sogno del suo culto.
Un nuovo dio è solo una parola.
Non cercare e non credere; tutto è occulto.

Fernando Pessoa (Poesie esoteriche, ed. Guanda)

 

SENZA NESSUN FUTURO

Questo racconto si ispira a L’anno della morte di Ricardo Reis, romanzo di José Saramago il cui protagonista è uno degli eteronimi di Fernando Pessoa, il medico e poeta Ricardo Reis.
Narra la storia di Lidia, cameriera e amante di Ricardo Reis.
Lidia mi ha narrato qualcosa che succede dopo la fine del romanzo di Saramago: mentre raccoglie le cose appartenute a Ricardo Reis dopo la morte di lui e ricorda i momenti trascorsi insieme a lui, riflette su di sé e sui problemi che l’attendono; la sua vita si annuncia ancora più difficile che in passato, ma lei si ripromette con determinazione di non lasciarsi sconfiggere. Mi è sembrato che già nelle pagine di Saramago si potesse intuire in parte un possibile futuro di Lidia, una delle molte indimenticabili figure femminili di questo grande scrittore, e ho cercato di delinearlo. La poesia che ho riportato è di Pessoa, fa parte delle Odi di Ricardo Reis (traduzione di Antonio Tabucchi).
(Ho pubblicato il racconto, in due parti, anche su Wattpad)

 

E la gente non se lo sogna neppure che chi finisce una cosa non è mai quello che l’ha cominciata, anche se entrambi hanno un nome uguale, che è solo questo a mantenersi costante, nient’altro.

(J.Saramago, “L’anno della morte di Ricardo Reis”)

Lidia varca la soglia in punta di piedi, ma non c’è nessuno che i suoi passi possano svegliare. L’uomo che l’abitava, il dottor Ricardo Reis, è morto. È proprio per questo che lei adesso si trova lì: l’amministratore, complice una vicina, l’ha rintracciata per affidarle il compito di liberare l’appartamento. Le ha chiesto se sapesse di parenti o amici del defunto, lei ha fatto un cenno di diniego. La vicina ha confermato: l’unica persona che è stata vista varcare quella soglia con regolarità è la donna delle pulizie, cioè lei, Lidia. E così eccola, nel suo giorno libero, a togliere le tracce del passaggio di Ricardo Reis dalla casa.

Non tutto si può cancellare, però. Non il figlio che le sta crescendo dentro, suo e del dottore, ma in realtà soltanto suo. Lidia esita guardandosi intorno, rivede l’uomo seduto al tavolo, in piedi accanto alla finestra: i ricordi, anche se pochi e non tutti felici, le si affollano intorno. Alza una mano per disperderli e apre il primo cassetto del mobile dello studio.

C’è una cartella di cartone consumato e ingiallito, legata con nastri e, al suo interno, fogli coperti di righe spezzate. Una parola al centro del primo foglio: Odi; sotto, in caratteri più piccoli, un nome: Ricardo Reis.

Lidia volta le pagine e le carezza. Forse Ricardo Reis ha scritto quanto non sapeva dire con la voce, né a lei né ad altri. La calligrafia è difficile da decifrare, alcune frasi sono cancellate con un tratto di penna, alcune parole corrette. Gli a capo irregolari le rivelano che si tratta di poesie. Si sorprende nel leggere qua e là il suo nome, ma le date segnate in calce indicano che le Odi sono state composte tutte in anni precedenti il suo incontro con il dottore, perciò non possono essere dedicate a lei come, per un attimo, si è sorpresa a sperare.

Non è lei, no, quella Lidia. Pure, avverte che non è solo un caso che lei e l’altra portino lo stesso nome. Con fatica, ostinata, legge e rilegge otto versi composti intorno al suo nome.

Non volere, Lidia, costruire nello spazio
che immagini futuro, o prometterti
un domani. Si compie oggi, senza aspettare.
             Tu stessa sei la vita tua.
Non ti destinare: non sei futura.
Chi sa se, fra la coppa che vuoti
e la stessa di nuovo colma, a te la sorte
            non interpone l’abisso?

Li impara quasi a memoria: non è sicura di averli compresi, ma, se sì, esprimono quanto lei stessa sente anche se non sa comunicarlo con le parole. Senza conoscerla, prima di conoscerla, Ricardo Reis l’aveva dunque immaginata? Oppure no, le si era avvicinato proprio per il suo nome… Ma ti chiami Lidia e dici le cose in un modo… La frase le torna in mente all’improvviso, frammento di un dialogo avuto pochi giorni prima che lui lasciasse l’albergo per trasferirsi in quella casa, quando le aveva augurato anche di trovare un buon marito, mentre a lei del marito non importava, stava bene distesa accanto a lui, stava bene così e basta, senza nessun futuro.

Lidia scuote il capo e chiude la cartella. Non è mai stata niente per Ricardo Reis. La cameriera con cui fare l’amore, tutto qui. Sospira ripensando ai momenti passati insieme, alle carezze e ai distacchi che, lo sa bene, dispiacevano solo a lei. Pochi giorni dopo che si erano conosciuti, quando ancora Ricardo Reis abitava all’hotel Bragança e le dava del lei, le aveva detto: Lei è molto bella. E un’altra volta Sarò sempre tuo amico. Frasi che le avevano scaldato il cuore, per un poco. Il suo ruolo era presto cambiato da cameriera che porta la colazione e rifà il letto a cameriera-amante, ma amante lo era solo nel chiuso della camera, dove nessuno poteva vederli. Anche lì, in quella casa, i loro incontri erano clandestini, mostrarsi insieme non sarebbe stato concepibile. Dottore e cameriera, sempre, mai un rapporto da pari a pari. Forse, però, le voleva bene. Non nel modo che può riempirti la vita, piuttosto in un suo modo schivo e incapace di superare le convenzioni.

Di sicuro aveva sbagliato lei, quando quella notte d’inverno aveva varcato la porta della camera, che Ricardo Reis aveva lasciato socchiusa, e si era infilata nel suo letto infreddolita; ma la sua vita era così triste: Lidia sa che, se tornasse indietro, farebbe ancora una volta quello che ha fatto.

Comunque ormai non importa più, tutto appartiene a un passato che, per quanto sia vicino, è lontanissimo. Ricardo Reis è morto e lei aspetta un bambino. È al domani che si annuncia incerto e difficile che deve e vuole pensare.

 

Una poesia di Emily Dickinson #3

For each ecstatic instant
We must an anguish pay
In keen and quivering ratio
To the ecstasy.

For each beloved hour
Sharp pittances of years –
Bitter contested farthings –
And Coffers heaped with Tears!

 

Per un istante d’estasi
Noi paghiamo in angoscia
Una misura esatta e trepidante,
Proporzionata all’estasi.

Per un’ora diletta
Compensi amari d’anni,
Centesimi strappati con dolore,
Scrigni pieni di lacrime.

(trad. Margherita Guidacci)


Una poesia di Emily Dickinson #2

This quiet Dust was Gentlemen and Ladies
And Lads and Girls –
Was Laughter and Ability and Sighing
And Frocks and Curls

This passive place a Summer’s nimble Mansion
Where Bloom and Bees
Fulfilled their Oriental Circuit
Then ceased, like these –

(c. 1864)

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Questa polvere quieta fu signori e fu dame
E giovani e fanciulle,
Fu riso, arte e sospiro
E bei vestiti e riccioli.

E questo inerte luogo fu la dimora estiva
Dove api e fiori
Il loro ciclo orientale compirono,
Poi anch’essi ebbero fine.

 

Traduzione di Margherita Guidacci

 

Una poesia di Emily Dickinson

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It’s such a little thing to weep –
So short a thing to sigh –
And – by Trades – the size of these
We men and women die!

 

È poca cosa il pianto,
sono brevi i sospiri:
Pure, per fatti di questa misura
Uomini e donne muoiono!

 

(trad. Margherita Guidacci)