BASTA * un racconto

«Malato. Lei è malato. Ma non si preoccupi. Si può benissimo curare. Ci vuole un po’ di pazienza e di collaborazione da parte sua. Sono certo che insieme risolveremo questo problema.»

Poi mi ha chiesto duecento euro, senza ricevuta, altrimenti sarebbero stati duecentocinquanta, e mi ha dato la mano. «Allora ci vediamo martedì prossimo, stessa ora» ha aggiunto. Io ho risposto di sì perché era la risposta più facile.

Mentre guidavo verso casa quella parola, malato, continuava a rimbalzarmi da una parte all’altra del cervello. Io malato? Non ero convinto che il dottore avesse ragione, nonostante i duecento euro e il fatto che mi era stato caldamente raccomandato da un caro amico, di cui aveva salvato (parole dell’amico) la figlia diciottenne.

Sarà che ormai io vado per i cinquanta, ma non riuscivo proprio a convincermi di essere malato. Al contrario, più che ci pensavo, più mi sentivo nel giusto. Non ero io, quello malato. Bensì il mondo, tutto ciò che mi circondava. Compreso il dottore, con i suoi duecento senza ricevuta e duecentocinquanta con. Malato di disonestà. O, almeno, di avidità. Da cosa poteva mai salvarmi uno che non riusciva neppure a salvare se stesso dalla propria ingordigia? Mi esercitai in un rapido calcolo: un paziente ogni ora, sei ogni pomeriggio: voleva dire mille e duecento euro al giorno, ovvero seimila alla settimana, ovvero ventiquattromila, abbondanti, milioni al mese. Solo con le visite in ambulatorio. Mica male. E in nero. Di sicuro il suo 740 dichiarava un reddito ben più misero di quello stampato sul mio CUD di modesto impiegato comunale.

20151120_231546 bl BastaNo, non ero malato. Non sarei tornato in quello studio. Non ero da salvare. Non esisteva salvezza.

Quello che mi era successo in fondo mi sembrava inevitabile. Mi chiedevo piuttosto perché non fosse successo anni prima.

È cominciato una sera mentre mangiavo. Solo come al solito. Come al solito avevo acceso la tivù. Quella di cena è l’ora del telegiornale: notizie infami che si susseguono. A un certo punto il mio braccio si è immobilizzato mentre portavo la forchetta alla bocca. E le labbra mi si sono serrate. E lo stomaco ha gridato BASTA. Non ricordo cosa stavano dicendo. Né quale scena fosse stata proposta ai miei occhi. Ho provato anche un senso di nausea, e l’istinto di vomitare. Sono corso in bagno, ma niente. Ho bevuto. Dell’acqua. Più volte, cercando di cancellare il sapore amaro e cattivo che mi era rimasto in bocca.

Mi sono sforzato di proseguire la cena. La pasta no, magari un po’ di verdura, uno spicchio di mela. Ma i miei gesti si fermavano a mezz’aria, il mio stomaco, o qualcosa ancor più dentro di me, ripeteva BASTA, BASTA.

Allora ho sparecchiato. La vista del cibo mi infastidiva. Ho pensato avrò preso un virus, con tanti che popolano l’atmosfera. Uno di quelli che bloccano l’appetito e danno disturbi di stomaco. Se non fossi stato meglio l’indomani sarei andato dal medico. Ma non me la presi molto, un po’ di digiuno non poteva che farmi bene.

Nei giorni seguenti mi resi conto che il responsabile della mia improvvisa avversione per il cibo non era un virus né niente di simile. La faccenda era molto più complessa. O più semplice, a seconda del punto di vista. In ogni caso definitiva. Il mio problema era tutto. Tutto ciò che accadeva. Intorno a me e altrove, anche molto lontano. Pensai che fosse sufficiente non guardare il telegiornale e non leggere i quotidiani, soprattutto in concomitanza dei pasti. All’inizio l’espediente funzionò.

Poi la nausea e il rifiuto per il cibi ricominciarono. Capii che ormai quel tutto mi era entrato così dentro che niente avrebbe potuto liberarmene. E io ero dentro al tutto e non avevo modo, o forse capacità o volontà sufficiente, di uscirne. Solo una via conoscevo: ridurre, abolire tutte le interazioni fra me e il tutto, fra me e il mondo. E la prima relazione che mi era venuto spontaneo interrompere era stata quella considerata fondamentale per la sopravvivenza: avevo smesso di nutrirmi.

Talvolta uno strano istinto mi spinge ancora a mandare giù qualche boccone, ma sempre più di rado.

Fu solo per accontentare il mio amico che insisteva, preoccupato per me, che, dopo qualche settimana dall’inizio del mio digiuno, mi recai dallo psicanalista. In realtà lo ritenevo inutile, come fu. Il professore, infatti, si limitò ad appiccicarmi addosso la sua brava etichetta: anoressico, dunque malato. Mi lasciò parlare per quasi un’ora, ma senza ascoltare le mie parole. Le interpretò secondo la sua diagnosi, formulata dopo la mia prima frase. Però era manifestamente interessato al mio caso, che risultava piuttosto insolito, sia per il sesso, che per l’età. Gli si leggeva negli occhi. Ma non gli ho consentito di studiarmi. Anzi, l’incontro con lui ha rafforzato la mia convinzione: non sono malato. Ne sono sicuro. È il mondo ad esserlo. E poiché non c’è niente che io possa né sappia fare per guarirlo, non trovo altra soluzione che lasciarlo.

Il mio corpo si sta consumando lentamente. In tre mesi ha perso circa venti chili di peso. Il mio tempo scorre ormai da una mattina a una sera attraversando notti e giorni che sempre più si somigliano, la luce e il buio sono divenuti entrambi una penombra ovattata, nella quale giungono sempre meno echi e notizie dall’esterno: ho gettato via l’apparecchio televisivo; non compro più giornali. Ho smesso di andare in ufficio. Raramente varco la porta di casa, fuori da essa tutto mi assale implacabile, come un flash accecante.

Non c’è niente infatti che possa indurmi a interrompere questa agonia, al contrario: occhi orecchie naso mi ricordano continuamente i mille e mille motivi che, dapprima inconsapevole, mi hanno portato a questa scelta. Non so più andare avanti tappandomi occhi orecchie naso, fingendo che il calcio, i talk show, le ferie al mare, la macchina nuova possano riempirmi la vita e cancellare tutto il resto. Inquinamento, povertà, razzismo, corsa alla sopraffazione e alla supremazia… Non so tollerarli più. E non avendo né la forza né la fantasia per lottare contro tutto ciò, posso soltanto lasciare che il mio corpo si arrenda al niente continuando a gridare il suo silenzioso BASTA. Tra poco, forse giorni, forse ore, abbandonerò dunque la partita. Sconfitto, sì, ma non più complice.


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Un cane stupido, un racconto

Dopo un anno dalla morte della moglie il vecchio prese un cane. Una bestia bruttina, dal corpo tozzo ricoperto di pelo raso marroncino e le zampe esili. Un cane stupido, dicevano tutti. Non si staccava mai dal fianco del vecchio. Non scodinzolava a nessuno. Non accettava cibo se non dalle mani del vecchio. Anche il vecchio era diventato un po’ strano da quando era rimasto vedovo. Dicevano “Tale il padrone, tale il cane.” Li vedevano tutti i giorni camminare per le stesse strade. Lo stesso percorso. Alla stessa ora. Tutti i giorni. Il vecchio parlava poco, e pochi si fermavano a parlare con lui. Lo vedevano chiacchierare con il cane, che lo guardava con la sua aria ottusa e gli trotterellava accanto su quelle sue buffe zampette.

Un pomeriggio d’estate il vecchio si gettò dalla finestra. Abitava al quarto piano e si spezzò la spina dorsale. Morì in ambulanza, mentre lo trasportavano in ospedale. Il cane saltò dietro a lui. Morì sul colpo.

Qualcuno commentò “Proprio un cane stupido. Non ha capito che oltre la finestra non c’era niente.”

(Racconto pubblicato ne “Lo specchio”)

cover Lo specchio

Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #3

Finalmente la riunione si interrompe. Un breve riassunto, poi andiamo a cena, in una trattoria a conduzione familiare che uno dei nostri conosce nelle vicinanze. Mangiare, oltre che un bisogno, è un modo di sfuggire alla monotonia di quella stanza marroncina; anche i miei compagni sono più vivaci davanti al cibo e al vino, la tensione si allenta, battute e risate animano la tavolata e dimentichiamo per un po’ le trattative, che più tardi riprenderanno, sempre in ristretta.

Uno dei colleghi, ritenuto dagli altri un dongiovanni a causa delle storie che – dicono – ha intrecciato con le impiegate della sede romana del nostro sindacato, un biondino di Genova della mia età, che finora mi ha ignorata, mi chiede se ho fissato una camera in albergo. Rispondo di no: rimanere a Roma così a lungo è stato un fuori programma, e, comunque, non dobbiamo essere vicini ai nostri nazionali per ogni eventuale bisogno? Lui annuisce, vagamente deluso. Dopo mi rendo conto che forse, nonostante i miei jeans, in quella domanda era celata una proposta, ma non me ne importa niente, non mi sento né lusingata né offesa, e poi alla mia stanchezza un letto fa gola solo per riposare.

Tutti, meno un paio di romani che vanno a casa, passeremo la notte nella stanza in cui abbiamo trascorso il giorno. È quasi mezzanotte, i nostri vengono a darci gli ultimi passaggi, un po’ come la radiocronaca di una partita. Una breve discussione in merito a quanto ci dicono, poi restiamo nuovamente soli e stanchi. Il tempo adesso scorre più lentamente. Ho sonno. Avvicino alcune sedie per formare un piano ove distendermi, e mi copro con il giaccone. Malgrado il mio abbigliamento pesante ho freddo. Sonnecchio, ma anche così le ore non passano mai. Cerco conforto nei miei pensieri, ma non basta immaginare di stare comodi e caldi e di allungare una mano per sentire il pelo morbido del mio gatto perché questo sia vero. Sento dei respiri pesanti intorno: le lampade sono state spente, molti si sono assopiti, chi appoggiato al tavolo, chi seduto, chi su una precaria costruzione come me. Ogni tanto avverto dei passi e intravedo contro il vano della porta, nella luce del corridoio, sagome che si muovono. Guardo spesso l’orologio nella penombra, ma la mattina sembra avere deciso di non venire.

Verso le sei non ce la faccio più: non ho passato neanche quattro ore su queste sedie, ma mi sento a pezzi, e ho dormito pochissimo. Vado in bagno e cerco di lavarmi: con le mani pulite, il viso rinfrescato e i capelli ravviati mi sento un po’ meglio. Anche la maggior parte degli altri è sveglia. Vorrei tanto un bel cappuccino caldo, sono ancora infreddolita. Con i soliti bolognesi e altri due toscani esco, diretta al bar di sotto. Ma è sprangato. Ora che siamo fuori la colazione è un obiettivo: un po’ a caso e un po’ a memoria ci incamminiamo a passo svelto nel freddo verso la strada in cui c’è il self-service, ieri abbiamo visto un bar da quelle parti; difatti c’è, chiuso; chiediamo a un uomo in divisa, forse un autista dell’autobus, e lui ci spiega che più avanti ce n’è uno, che è anche tabaccheria e di sicuro è già aperto.

Il sollievo è scarso: il locale è squallido e le paste rafferme. Mi sgomenta la strada che devo fare per tornare: non riesco a scaldarmi.

Al rientro c’è una novità. I nostri sono appena usciti dalla riunione, stanchi e con il mal di testa, ma con un possibile accordo in mano. Stanno descrivendo i punti salienti e la risoluzione di quelli controversi fino alla sera prima; i delegati chiedono dei chiarimenti, sottolineano alcune piccole sconfitte che i nazionali prontamente giustificano esibendo piccole vittorie ottenute in cambio e si stupiscono per queste obiezioni, dicono ma insomma sembra che sia la prima volta, lo sapete che contrattare significa dare per avere. Anch’io espongo le mie critiche, e, come previsto, la replica è decisa, ma come, non mi pare che si sia ottenuto abbastanza? Ribadisco che su certi punti non mi pare proprio, poi taccio, la mia disapprovazione non basta a far rimettere le cose in discussione, e poi forse non è un così cattivo contratto, sono troppo stanca per valutarlo. Nonostante alcuni dissensi, i delegati approvano, come da copione, all’alba, dopo una notte insonne.

Le ultime formalità, i nostri tornano da loro per siglare insieme l’accordo, e poi via, con una fotocopia del documento firmato, verso la stazione e un treno che mi riporta a casa.

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Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #2

Finalmente ci sono tutti. Tutti quelli che contano, intendo, non quelli come me, che sono qui da ore, e che non hanno una parte di rilievo nella recita.

Seguiamo i nazionali e i rappresentanti dell’azienda in un’altra stanza, in cui, come in tutte, si trova un tavolo disposto parallelamente alla parete più lunga, come se fosse un palcoscenico. Da un lato di esso siedono loro, dall’altro i nostri, in modo da dare le spalle a noi che prendiamo posto sulle sedie ordinate in file fra la porta e il tavolo, proprio come a teatro o in un’aula universitaria. Ora siamo insieme ai membri delle altre due organizzazioni, in tutto un centinaio di persone, comprese quelle (una ventina) intorno al tavolo; lo spazio non è sufficiente: qualcuno è rimasto in piedi, qualcuno non è neanche entrato, tanto noi delegati non possiamo prendere la parola, al massimo tirare per la giacca uno dei nostri per ricordargli qualcosa.

Uno scambio di battute sembra avere uno scopo distensivo, prima di entrare nel vivo. Poi cominciano ad affrontare la questione. Anche se siamo vicini sentiamo poco, e quello che riesco a udire non è interessante: le controparti non fanno altro che ribadire le rispettive posizioni. Alla fine uno dei nostri si inquieta ed esclama: «A questo punto noi ce ne possiamo anche andare, voi non avete intenzione di trattare, vi convinceremo altrimenti». E si alza in piedi per dare maggior peso alle sue parole. Un mormorio di approvazione corre lungo le nostre file: bisogna essere decisi. Inutile parlare e parlare, ci vuole un bello sciopero.

Io resto incerta: e se l’esibizione facesse parte della recita? Il mio dubbio trova conferma: un altro dei nostri lo convince a sedersi ancora, poi dice qualcosa alla controparte e infine si alzano tutti; i rappresentanti dell’azienda lasciano la stanza; qualcuno dei nostri condiscendente ci spiega: «Proseguiremo in ristretta, lo sapete, si lavora meglio. Comunque, avete visto come li abbiamo messi a posto, no?»

Riunione ristretta, dunque, come sempre. Siamo venuti qui per aspettare l’esito delle riunioni ristrette. Ma quali segreti si racconteranno mai quando rimangono in pochi? A volte mi viene il sospetto che parlino d’altro, o che tirino fuori un mazzo di carte, e che sia proprio per questo che vanno due piani più in alto, perché noi non si possano sentire… secondo me il nostro contratto, almeno apparentemente, ha sempre la strada tracciata, con un paio di incontri si potrebbe siglare, e invece no, devono trascorrere dei mesi, occorre qualche sciopero…

L’ora di pranzo è passata, decidiamo quindi di andare a mangiare qualcosa. È una giornata fredda, piuttosto grigia, non trovo piacevole neppure star fuori. Percorriamo qualche centinaio di metri per infilarci in una sorta di self-service in cui non ci sono altri clienti. L’arredamento, in plastica prevalentemente arancione, sembra ricoperto da una patina di unto, e il cibo nei vassoi dietro il vetro del banco non ha un aspetto salutare. Gli uomini che non rinunciano a un pasto completo si accomodano, ma per fortuna le mie perplessità sono condivise dai miei colleghi bolognesi, e con loro torno al bar dove ieri abbiamo mangiato dei tramezzini niente male; è anche comodo, nello stesso edificio in cui si svolgono le riunioni.

Nel primo pomeriggio i nostri ci aggiornano sugli sviluppi della trattativa, chiedendoci per l’ennesima volta i limiti cui siamo disposti a giungere e i punti su cui non vogliamo cedere. Dicono sempre di sì, alle nostre richieste, poi però cercano di convincerci che, forse, si può un po’ retrocedere, mediare… Mi sento impotente: non riesco a distinguere quanto di ciò che si sta dicendo è sincero e quanto fa parte di un gioco che non so giocare. Non sto imparando niente, accumulo solo altri dubbi.

Più tardi altra ristretta: ormai non hanno più voglia di recitare davanti a noi. Che si sia davvero vicini all’accordo?

La possibilità di essere a casa per cena è sfumata, e si allontana anche quella di tornarvi a un’ora decente; forse dovremmo telefonare in albergo per fissare una stanza per stanotte. Quelli che hanno alle spalle parecchi rinnovi però mi dicono di no, se l’incontro prosegue anche noi dobbiamo restare. Non sono dello stesso avviso ma non replico.

Inganniamo l’attesa giocando a poker con delle carte formato ridotto che il collega alto atesino porta sempre in queste occasioni; usiamo dei foglietti come fiches e, probabilmente perché non giochiamo di soldi, ho una fortuna sfacciata, e mi diverte che gli altri la sottolineino; inoltre le carte sono un territorio prevalentemente maschile, e vincere è davvero piacevole. Presto però anche il poker è noia; torniamo a discutere del contratto, e si fanno previsioni su come si chiuderà, e sul quando.

Raccolgo un po’ di spiccioli e chiamo a casa, per avvisare che tornerò domani. Lui mi chiede come va, e io non posso fare altro che confermare le sue e le mie previsioni: come nelle precedenti riunioni mi sento inutile, le istanze di cui sono portavoce non vengono considerate quanto vorrei. Gli dico anche che lo invidio, perché stanotte dormirà nel nostro comodo letto insieme al gatto, e io invece sono qui, in questo posto che non mi appartiene e a cui non appartengo. Il telefono a gettoni, con quel continuo tintinnio di monetine ingurgitate, disturba le nostre parole, così ci auguriamo la buona notte.

L’ora di cena viene e passa; qualcuno è andato via, altri sono arrivati nel pomeriggio, invitati dal sentore della fine. Anch’io ho parlato un paio di volte con i colleghi a Firenze, per aggiornarli sull’andamento dell’incontro. Uno di loro è giunto da poco, per non mancare alla probabile firma, e anche lui, annusata l’atmosfera, ritiene che siamo vicini alla conclusione.

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(opera di Vinicio Berti)

Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #1

(Un mio racconto di molti anni fa, che pubblico in tre parti)

Entriamo in una stanza grande; l’aria pesante mi avvolge subito, appena varcata la soglia. Mi chiedo se aprono mai le finestre e mi avvicino per socchiuderne una, ma tre piani sotto, nella strada, una fila di auto in un ingorgo di cui non vedo la fine sputa veleni dai tubi di scappamento. Allora non apro. Aspetto: magari più tardi il traffico diminuirà.

Le pareti sono beige, le tende e il lungo tavolo marroni, le sedie di legno chiaro; non è la stessa stanza dove siamo stati ieri, ma sono tutte uguali; in questa monocromia anche i colori che indossiamo sbiadiscono: l’azzurro del mio giaccone si perde nelle losanghe ocra che lo percorrono; lo appoggio insieme alla borsa vicino ai cappotti dei miei compagni, incontrati quasi tutti per la prima volta in occasione di questo rinnovo contrattuale.

Sono una delle poche donne, e l’unica appartenente alla mia organizzazione. Non conosco nessuna delle altre, e sono troppo timida per cercare un rapporto con loro, mi basta il fatto di non sentirmi molto a disagio con i miei compagni. Inoltre, poiché a ogni organizzazione è stata riservata una delle stanze che si trovano a questo piano per aspettare e discutere, forse per abitudine o per non so quale senso di gruppo, ce ne stiamo separati, ognuno nel proprio branco.

Ogni tanto mi sembra di cogliere discorsi da uomini, e mi domando se la mia presenza disturba, a momenti invece mi sento quasi delusa perché la mia femminilità è ignorata: ma con i miei jeans maglione scarponcelli, che costituiscono l’abbigliamento con cui mi sento più a mio agio e che perciò indosso spesso, e l’assenza di trucco, anche questa consueta, in effetti ho scelto io di essere trattata come un compagno, e il rammarico è breve: così è tutto più facile, e non solo per me. Devo ammettere però che la mia diversità mi diverte, e mi interessa curiosare in questo mondo quasi totalmente maschile. Inoltre apparteniamo tutti a città e regioni differenti, e così nel nostro modo di fare, di essere e in quello che raccontiamo ce ne scambiamo gli echi. Con alcuni ho familiarizzato, in particolare con due bolognesi e con un napoletano; sono gentili e in certo senso mi hanno adottata: sindacalisti di vecchia data accettano di rispondere come possono ai miei continui perché e cosa dici succederà adesso, e mi raccontano di passati rinnovi e di scioperi, e nei loro discorsi ci sono ancora l’entusiasmo e la rabbia provati, quel che io non trovo affatto nella situazione presente. Loro mi danno ragione, dicono che il sindacato era meglio prima, un meglio che significa un po’ di tutto: conquiste importanti da perseguire, maggiore partecipazione dei lavoratori, obiettivi degni di questo nome raggiunti, meno parole e più azione.

Le trattative, condotte dai segretari nazionali di categoria e dai rappresentanti dell’azienda, sono iniziate da diversi mesi, e si sono snodate lungo una serie di incontri nei quali non sempre la nostra presenza è stata richiesta. Stavolta è il secondo giorno che siamo a Roma. Stasera torniamo a casa e immagino che le prossime riunioni si svolgeranno a gennaio, dato che fra una settimana è Natale. Qualcuno pensa che il contratto verrà firmato oggi, a me sembra improbabile, le nostre posizioni sono ancora lontane da quelle della controparte. Però non ho esperienza in questo genere di cose, è la prima volta che partecipo direttamente a un rinnovo contrattuale (queste due parole importanti quasi mi intimidiscono): forse hanno ragione gli ottimisti, chissà.

Come al solito, coloro che sono deputati a trattare non ci sono ancora; non una volta sono arrivati in orario, a causa dei loro innumerevoli impegni di lavoro: il massimo della puntualità è stato un ritardo di due ore. Trovo che questa mancanza di rispetto sia ingiusta e anche offensiva. Ma dicono che è sempre così.

Faccio due chiacchiere, poi sfoglio un quotidiano. Lo so che il ruolo di sindacalista non mi si addice: per me la politica è insopportabile, leggo solo i titoli dei giornali (non spiegano forse già tutto?), e quando parlo vado subito al sodo. Lo so che questo non è il mio posto, solo che mi sembrava un’esperienza da fare… in effetti ancora non mi sono imbattuta in niente che valga la pena di sperimentare. Mucchi di parole buttati qua e là e soprattutto tanto tempo lasciato scorrere in attesa. Attesa di cosa, a parte i ritardatari, non capisco; come si può accordarsi su un punto che cinque ore prima ci vedeva in contrasto, solo perché è più tardi o magari il giorno dopo? Dice che anche questo è contrattare.

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Io, lui e il bebè -Tiziana Cazziero * Segnalazione

Segnalo l’uscita del racconto “Io, lui e il bebè” di Tiziana Cazziero, disponibile sia in ebook che in cartaceo, che narra in chiave ironica come cambia la vita di coppia dopo l’arrivo di un bebè.

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Sinossi
Sequel dell’opera “E tu quando lo fai un figlio?” pubblicato con Rizzoli collana Youfeel. Luisa e Leonardo sono diventati genitori. Questo sequel racconta la vita dei due protagonisti dopo l’arrivo della loro bambina. Cosa accade quando un neonato irrompe nelle vite di due aspiranti genitori? I protagonisti tra ansie, pannolini, poppate e giochi, decidono di organizzare un grande evento per presentare la loro figlia, tanto attesa, ad amici e parenti. Tra aneddoti, ricordi, incontri e scontri, si vivranno momenti esilaranti, divertenti ed emozionanti. Siete tutti invitati a partecipare. “E tu quando lo fai un figlio?” Pubblicato prima in self e poi con Rizzoli nel luglio 2016 è un romanzo tratto dalla storia vera dell’autrice, che ha raccontato in chiave ironica l’esperienza dell’infertilità. Questo sequel continua quel percorso dopo la nascita di sua figlia, racconta le vicende dei personaggi, inventati per rendere spassosa e frizzante il tema trattato.

L’autrice
Tiziana Cazziero è un’autrice presente nel web dal 2011, da quando ha aperto il suo blog sull’editoria. Collabora come articolista free lance con diverse redazioni online, scrive articoli di vario genere e vive a Siracusa, la città dove è nata e cresciuta. Convive con il suo compagno, è mamma di una bambina e ha due cani.

 

Let it snow – quando nevica tutto può succedere… – Ella S. Bennet * Segnalazione

Segnalo la pubblicazione di questo racconto lungo in ebook, una sorta di fiaba moderna.

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Questa la sinossi
È dicembre e nevica. Clara, tornata single dopo una relazione durata sei anni, viene dimenticata nell’area di servizio dal gruppo con cui era partita per un giro dei mercatini di Natale dell’Alto Adige.
Anche un cane è stato dimenticato o, forse, abbandonato lì.
Clara ama gli animali e pensa che quell’incontro sia un segno del destino: decide quindi di prendere la bestiola con sé.
Ma il padrone del cane, che ha appena rotto con la fidanzata, torna a cercarlo e Clara non può fare altro che restituirglielo rimanendo di nuovo sola.
Ma, quando nevica, tutto può succedere…

L’autrice
Ella S. Bennet ama follemente i libri e le belle storie. Legge e scrive in ogni minuto del suo tempo libero. Questa è la sua pagina Facebook.

Il link: https://www.amazon.it/dp/B01NBMBW3F