Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #3

Finalmente la riunione si interrompe. Un breve riassunto, poi andiamo a cena, in una trattoria a conduzione familiare che uno dei nostri conosce nelle vicinanze. Mangiare, oltre che un bisogno, è un modo di sfuggire alla monotonia di quella stanza marroncina; anche i miei compagni sono più vivaci davanti al cibo e al vino, la tensione si allenta, battute e risate animano la tavolata e dimentichiamo per un po’ le trattative, che più tardi riprenderanno, sempre in ristretta.

Uno dei colleghi, ritenuto dagli altri un dongiovanni a causa delle storie che – dicono – ha intrecciato con le impiegate della sede romana del nostro sindacato, un biondino di Genova della mia età, che finora mi ha ignorata, mi chiede se ho fissato una camera in albergo. Rispondo di no: rimanere a Roma così a lungo è stato un fuori programma, e, comunque, non dobbiamo essere vicini ai nostri nazionali per ogni eventuale bisogno? Lui annuisce, vagamente deluso. Dopo mi rendo conto che forse, nonostante i miei jeans, in quella domanda era celata una proposta, ma non me ne importa niente, non mi sento né lusingata né offesa, e poi alla mia stanchezza un letto fa gola solo per riposare.

Tutti, meno un paio di romani che vanno a casa, passeremo la notte nella stanza in cui abbiamo trascorso il giorno. È quasi mezzanotte, i nostri vengono a darci gli ultimi passaggi, un po’ come la radiocronaca di una partita. Una breve discussione in merito a quanto ci dicono, poi restiamo nuovamente soli e stanchi. Il tempo adesso scorre più lentamente. Ho sonno. Avvicino alcune sedie per formare un piano ove distendermi, e mi copro con il giaccone. Malgrado il mio abbigliamento pesante ho freddo. Sonnecchio, ma anche così le ore non passano mai. Cerco conforto nei miei pensieri, ma non basta immaginare di stare comodi e caldi e di allungare una mano per sentire il pelo morbido del mio gatto perché questo sia vero. Sento dei respiri pesanti intorno: le lampade sono state spente, molti si sono assopiti, chi appoggiato al tavolo, chi seduto, chi su una precaria costruzione come me. Ogni tanto avverto dei passi e intravedo contro il vano della porta, nella luce del corridoio, sagome che si muovono. Guardo spesso l’orologio nella penombra, ma la mattina sembra avere deciso di non venire.

Verso le sei non ce la faccio più: non ho passato neanche quattro ore su queste sedie, ma mi sento a pezzi, e ho dormito pochissimo. Vado in bagno e cerco di lavarmi: con le mani pulite, il viso rinfrescato e i capelli ravviati mi sento un po’ meglio. Anche la maggior parte degli altri è sveglia. Vorrei tanto un bel cappuccino caldo, sono ancora infreddolita. Con i soliti bolognesi e altri due toscani esco, diretta al bar di sotto. Ma è sprangato. Ora che siamo fuori la colazione è un obiettivo: un po’ a caso e un po’ a memoria ci incamminiamo a passo svelto nel freddo verso la strada in cui c’è il self-service, ieri abbiamo visto un bar da quelle parti; difatti c’è, chiuso; chiediamo a un uomo in divisa, forse un autista dell’autobus, e lui ci spiega che più avanti ce n’è uno, che è anche tabaccheria e di sicuro è già aperto.

Il sollievo è scarso: il locale è squallido e le paste rafferme. Mi sgomenta la strada che devo fare per tornare: non riesco a scaldarmi.

Al rientro c’è una novità. I nostri sono appena usciti dalla riunione, stanchi e con il mal di testa, ma con un possibile accordo in mano. Stanno descrivendo i punti salienti e la risoluzione di quelli controversi fino alla sera prima; i delegati chiedono dei chiarimenti, sottolineano alcune piccole sconfitte che i nazionali prontamente giustificano esibendo piccole vittorie ottenute in cambio e si stupiscono per queste obiezioni, dicono ma insomma sembra che sia la prima volta, lo sapete che contrattare significa dare per avere. Anch’io espongo le mie critiche, e, come previsto, la replica è decisa, ma come, non mi pare che si sia ottenuto abbastanza? Ribadisco che su certi punti non mi pare proprio, poi taccio, la mia disapprovazione non basta a far rimettere le cose in discussione, e poi forse non è un così cattivo contratto, sono troppo stanca per valutarlo. Nonostante alcuni dissensi, i delegati approvano, come da copione, all’alba, dopo una notte insonne.

Le ultime formalità, i nostri tornano da loro per siglare insieme l’accordo, e poi via, con una fotocopia del documento firmato, verso la stazione e un treno che mi riporta a casa.

20161210_173613 bl rin sind


Annunci

Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #2

Finalmente ci sono tutti. Tutti quelli che contano, intendo, non quelli come me, che sono qui da ore, e che non hanno una parte di rilievo nella recita.

Seguiamo i nazionali e i rappresentanti dell’azienda in un’altra stanza, in cui, come in tutte, si trova un tavolo disposto parallelamente alla parete più lunga, come se fosse un palcoscenico. Da un lato di esso siedono loro, dall’altro i nostri, in modo da dare le spalle a noi che prendiamo posto sulle sedie ordinate in file fra la porta e il tavolo, proprio come a teatro o in un’aula universitaria. Ora siamo insieme ai membri delle altre due organizzazioni, in tutto un centinaio di persone, comprese quelle (una ventina) intorno al tavolo; lo spazio non è sufficiente: qualcuno è rimasto in piedi, qualcuno non è neanche entrato, tanto noi delegati non possiamo prendere la parola, al massimo tirare per la giacca uno dei nostri per ricordargli qualcosa.

Uno scambio di battute sembra avere uno scopo distensivo, prima di entrare nel vivo. Poi cominciano ad affrontare la questione. Anche se siamo vicini sentiamo poco, e quello che riesco a udire non è interessante: le controparti non fanno altro che ribadire le rispettive posizioni. Alla fine uno dei nostri si inquieta ed esclama: «A questo punto noi ce ne possiamo anche andare, voi non avete intenzione di trattare, vi convinceremo altrimenti». E si alza in piedi per dare maggior peso alle sue parole. Un mormorio di approvazione corre lungo le nostre file: bisogna essere decisi. Inutile parlare e parlare, ci vuole un bello sciopero.

Io resto incerta: e se l’esibizione facesse parte della recita? Il mio dubbio trova conferma: un altro dei nostri lo convince a sedersi ancora, poi dice qualcosa alla controparte e infine si alzano tutti; i rappresentanti dell’azienda lasciano la stanza; qualcuno dei nostri condiscendente ci spiega: «Proseguiremo in ristretta, lo sapete, si lavora meglio. Comunque, avete visto come li abbiamo messi a posto, no?»

Riunione ristretta, dunque, come sempre. Siamo venuti qui per aspettare l’esito delle riunioni ristrette. Ma quali segreti si racconteranno mai quando rimangono in pochi? A volte mi viene il sospetto che parlino d’altro, o che tirino fuori un mazzo di carte, e che sia proprio per questo che vanno due piani più in alto, perché noi non si possano sentire… secondo me il nostro contratto, almeno apparentemente, ha sempre la strada tracciata, con un paio di incontri si potrebbe siglare, e invece no, devono trascorrere dei mesi, occorre qualche sciopero…

L’ora di pranzo è passata, decidiamo quindi di andare a mangiare qualcosa. È una giornata fredda, piuttosto grigia, non trovo piacevole neppure star fuori. Percorriamo qualche centinaio di metri per infilarci in una sorta di self-service in cui non ci sono altri clienti. L’arredamento, in plastica prevalentemente arancione, sembra ricoperto da una patina di unto, e il cibo nei vassoi dietro il vetro del banco non ha un aspetto salutare. Gli uomini che non rinunciano a un pasto completo si accomodano, ma per fortuna le mie perplessità sono condivise dai miei colleghi bolognesi, e con loro torno al bar dove ieri abbiamo mangiato dei tramezzini niente male; è anche comodo, nello stesso edificio in cui si svolgono le riunioni.

Nel primo pomeriggio i nostri ci aggiornano sugli sviluppi della trattativa, chiedendoci per l’ennesima volta i limiti cui siamo disposti a giungere e i punti su cui non vogliamo cedere. Dicono sempre di sì, alle nostre richieste, poi però cercano di convincerci che, forse, si può un po’ retrocedere, mediare… Mi sento impotente: non riesco a distinguere quanto di ciò che si sta dicendo è sincero e quanto fa parte di un gioco che non so giocare. Non sto imparando niente, accumulo solo altri dubbi.

Più tardi altra ristretta: ormai non hanno più voglia di recitare davanti a noi. Che si sia davvero vicini all’accordo?

La possibilità di essere a casa per cena è sfumata, e si allontana anche quella di tornarvi a un’ora decente; forse dovremmo telefonare in albergo per fissare una stanza per stanotte. Quelli che hanno alle spalle parecchi rinnovi però mi dicono di no, se l’incontro prosegue anche noi dobbiamo restare. Non sono dello stesso avviso ma non replico.

Inganniamo l’attesa giocando a poker con delle carte formato ridotto che il collega alto atesino porta sempre in queste occasioni; usiamo dei foglietti come fiches e, probabilmente perché non giochiamo di soldi, ho una fortuna sfacciata, e mi diverte che gli altri la sottolineino; inoltre le carte sono un territorio prevalentemente maschile, e vincere è davvero piacevole. Presto però anche il poker è noia; torniamo a discutere del contratto, e si fanno previsioni su come si chiuderà, e sul quando.

Raccolgo un po’ di spiccioli e chiamo a casa, per avvisare che tornerò domani. Lui mi chiede come va, e io non posso fare altro che confermare le sue e le mie previsioni: come nelle precedenti riunioni mi sento inutile, le istanze di cui sono portavoce non vengono considerate quanto vorrei. Gli dico anche che lo invidio, perché stanotte dormirà nel nostro comodo letto insieme al gatto, e io invece sono qui, in questo posto che non mi appartiene e a cui non appartengo. Il telefono a gettoni, con quel continuo tintinnio di monetine ingurgitate, disturba le nostre parole, così ci auguriamo la buona notte.

L’ora di cena viene e passa; qualcuno è andato via, altri sono arrivati nel pomeriggio, invitati dal sentore della fine. Anch’io ho parlato un paio di volte con i colleghi a Firenze, per aggiornarli sull’andamento dell’incontro. Uno di loro è giunto da poco, per non mancare alla probabile firma, e anche lui, annusata l’atmosfera, ritiene che siamo vicini alla conclusione.

20170416_165950 bl rin con

(opera di Vinicio Berti)

Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #1

(Un mio racconto di molti anni fa, che pubblico in tre parti)

Entriamo in una stanza grande; l’aria pesante mi avvolge subito, appena varcata la soglia. Mi chiedo se aprono mai le finestre e mi avvicino per socchiuderne una, ma tre piani sotto, nella strada, una fila di auto in un ingorgo di cui non vedo la fine sputa veleni dai tubi di scappamento. Allora non apro. Aspetto: magari più tardi il traffico diminuirà.

Le pareti sono beige, le tende e il lungo tavolo marroni, le sedie di legno chiaro; non è la stessa stanza dove siamo stati ieri, ma sono tutte uguali; in questa monocromia anche i colori che indossiamo sbiadiscono: l’azzurro del mio giaccone si perde nelle losanghe ocra che lo percorrono; lo appoggio insieme alla borsa vicino ai cappotti dei miei compagni, incontrati quasi tutti per la prima volta in occasione di questo rinnovo contrattuale.

Sono una delle poche donne, e l’unica appartenente alla mia organizzazione. Non conosco nessuna delle altre, e sono troppo timida per cercare un rapporto con loro, mi basta il fatto di non sentirmi molto a disagio con i miei compagni. Inoltre, poiché a ogni organizzazione è stata riservata una delle stanze che si trovano a questo piano per aspettare e discutere, forse per abitudine o per non so quale senso di gruppo, ce ne stiamo separati, ognuno nel proprio branco.

Ogni tanto mi sembra di cogliere discorsi da uomini, e mi domando se la mia presenza disturba, a momenti invece mi sento quasi delusa perché la mia femminilità è ignorata: ma con i miei jeans maglione scarponcelli, che costituiscono l’abbigliamento con cui mi sento più a mio agio e che perciò indosso spesso, e l’assenza di trucco, anche questa consueta, in effetti ho scelto io di essere trattata come un compagno, e il rammarico è breve: così è tutto più facile, e non solo per me. Devo ammettere però che la mia diversità mi diverte, e mi interessa curiosare in questo mondo quasi totalmente maschile. Inoltre apparteniamo tutti a città e regioni differenti, e così nel nostro modo di fare, di essere e in quello che raccontiamo ce ne scambiamo gli echi. Con alcuni ho familiarizzato, in particolare con due bolognesi e con un napoletano; sono gentili e in certo senso mi hanno adottata: sindacalisti di vecchia data accettano di rispondere come possono ai miei continui perché e cosa dici succederà adesso, e mi raccontano di passati rinnovi e di scioperi, e nei loro discorsi ci sono ancora l’entusiasmo e la rabbia provati, quel che io non trovo affatto nella situazione presente. Loro mi danno ragione, dicono che il sindacato era meglio prima, un meglio che significa un po’ di tutto: conquiste importanti da perseguire, maggiore partecipazione dei lavoratori, obiettivi degni di questo nome raggiunti, meno parole e più azione.

Le trattative, condotte dai segretari nazionali di categoria e dai rappresentanti dell’azienda, sono iniziate da diversi mesi, e si sono snodate lungo una serie di incontri nei quali non sempre la nostra presenza è stata richiesta. Stavolta è il secondo giorno che siamo a Roma. Stasera torniamo a casa e immagino che le prossime riunioni si svolgeranno a gennaio, dato che fra una settimana è Natale. Qualcuno pensa che il contratto verrà firmato oggi, a me sembra improbabile, le nostre posizioni sono ancora lontane da quelle della controparte. Però non ho esperienza in questo genere di cose, è la prima volta che partecipo direttamente a un rinnovo contrattuale (queste due parole importanti quasi mi intimidiscono): forse hanno ragione gli ottimisti, chissà.

Come al solito, coloro che sono deputati a trattare non ci sono ancora; non una volta sono arrivati in orario, a causa dei loro innumerevoli impegni di lavoro: il massimo della puntualità è stato un ritardo di due ore. Trovo che questa mancanza di rispetto sia ingiusta e anche offensiva. Ma dicono che è sempre così.

Faccio due chiacchiere, poi sfoglio un quotidiano. Lo so che il ruolo di sindacalista non mi si addice: per me la politica è insopportabile, leggo solo i titoli dei giornali (non spiegano forse già tutto?), e quando parlo vado subito al sodo. Lo so che questo non è il mio posto, solo che mi sembrava un’esperienza da fare… in effetti ancora non mi sono imbattuta in niente che valga la pena di sperimentare. Mucchi di parole buttati qua e là e soprattutto tanto tempo lasciato scorrere in attesa. Attesa di cosa, a parte i ritardatari, non capisco; come si può accordarsi su un punto che cinque ore prima ci vedeva in contrasto, solo perché è più tardi o magari il giorno dopo? Dice che anche questo è contrattare.

20170620_151932 bl rin sind


Io, lui e il bebè -Tiziana Cazziero * Segnalazione

Segnalo l’uscita del racconto “Io, lui e il bebè” di Tiziana Cazziero, disponibile sia in ebook che in cartaceo, che narra in chiave ironica come cambia la vita di coppia dopo l’arrivo di un bebè.

cover-io-lui-bebe-cazziero

Sinossi
Sequel dell’opera “E tu quando lo fai un figlio?” pubblicato con Rizzoli collana Youfeel. Luisa e Leonardo sono diventati genitori. Questo sequel racconta la vita dei due protagonisti dopo l’arrivo della loro bambina. Cosa accade quando un neonato irrompe nelle vite di due aspiranti genitori? I protagonisti tra ansie, pannolini, poppate e giochi, decidono di organizzare un grande evento per presentare la loro figlia, tanto attesa, ad amici e parenti. Tra aneddoti, ricordi, incontri e scontri, si vivranno momenti esilaranti, divertenti ed emozionanti. Siete tutti invitati a partecipare. “E tu quando lo fai un figlio?” Pubblicato prima in self e poi con Rizzoli nel luglio 2016 è un romanzo tratto dalla storia vera dell’autrice, che ha raccontato in chiave ironica l’esperienza dell’infertilità. Questo sequel continua quel percorso dopo la nascita di sua figlia, racconta le vicende dei personaggi, inventati per rendere spassosa e frizzante il tema trattato.

L’autrice
Tiziana Cazziero è un’autrice presente nel web dal 2011, da quando ha aperto il suo blog sull’editoria. Collabora come articolista free lance con diverse redazioni online, scrive articoli di vario genere e vive a Siracusa, la città dove è nata e cresciuta. Convive con il suo compagno, è mamma di una bambina e ha due cani.

 

Let it snow – quando nevica tutto può succedere… – Ella S. Bennet * Segnalazione

Segnalo la pubblicazione di questo racconto lungo in ebook, una sorta di fiaba moderna.

cover-let-it-snow

Questa la sinossi
È dicembre e nevica. Clara, tornata single dopo una relazione durata sei anni, viene dimenticata nell’area di servizio dal gruppo con cui era partita per un giro dei mercatini di Natale dell’Alto Adige.
Anche un cane è stato dimenticato o, forse, abbandonato lì.
Clara ama gli animali e pensa che quell’incontro sia un segno del destino: decide quindi di prendere la bestiola con sé.
Ma il padrone del cane, che ha appena rotto con la fidanzata, torna a cercarlo e Clara non può fare altro che restituirglielo rimanendo di nuovo sola.
Ma, quando nevica, tutto può succedere…

L’autrice
Ella S. Bennet ama follemente i libri e le belle storie. Legge e scrive in ogni minuto del suo tempo libero. Questa è la sua pagina Facebook.

Il link: https://www.amazon.it/dp/B01NBMBW3F

 

Intervista a Noemi Gastaldi

Ecco un’altra intervista a una brava autrice self, Noemi Gastaldi, autrice di una trilogia fantasy, di alcuni spin-off della stessa e di un romanzo erotico. Ad eccezioni di quest’ultimo i suoi scritti sono tutti pubblicati come ebook self sullo store di amazon. Trovo la scrittura di Noemi originale e raffinata, come pure le sue storie.

cover-oltre-i-confini-tri
Qui accanto la cover e il link all’ebook contenente la Trilogia “Oltre i confini”, una saga fantasy davvero originale, ambientata in parte in Italia, soprattutto a Torino, e in parte nel mondo fantastico Oltre i confini.

  1. Perché scrivi? Qual è la molla che ti spinge a farlo?

Bella domanda. Scrivere, per me, è sempre stato un modo per liberarmi dai troppi pensieri. Mettere su carta ciò che ho in testa serve a liberare la suddetta. Sì: sono una testa vuota per scelta.

  1. I tuoi romanzi e racconti sono tutti fantasy, ad eccezione di un erotico (l’unico tuo testo che non ho ancora letto). Perché hai scelto questo genere, cosa ha per te di diverso/di più degli altri?

Il fantasy è libertà… libertà di dire che esiste qualcosa che va oltre la materia e il quotidiano, e di parlarne senza perdersi in inutili dimostrazioni dell’indimostrabile

  1. Da cosa prendi spunto per le tue storie?

Da tutto. Dalle emozioni e dai sogni, da ciò che vedo e ho voglia di interiorizzare e ributtare fuori.

  1. Quanto c’è di autobiografico nelle tue storie?

Abbastanza, in effetti. Ma mai tutto… Ogni personaggio nasce da qualcosa che mi riguarda da vicino, ma poi prende vita e va avanti da sé. A volte parlo dei miei libri come se fossero figli ed è principalmente per questo, per come escono da me se vanno per conto proprio.

  1. Cosa ti resta più difficile nello scrivere? (Ad esempio l’inizio, la fine, la revisione…)

Uh… non saprei. Tutto e niente. A volte per passare dalla scaletta alla stesura impiego dei mesi, poi quando la cosa prende il via sembra che la storia sia sempre stata lì, già scritta. Altre volte se devo chiudere ho l’impressione che lo spazio non basti, ma alla fine anche quello finisce per risolversi. Nel complesso mi ritengo una scrittrice insicura che se ne frega delle insicurezze. Anche nella revisione: butterei sempre via tutto, non è mai come lo avevo immaginato, ma per fortuna so decidermi a delegare tutto a lettori-beta e collaboratori… prima di impazzire!

  1. Cosa ti entusiasma di più nella scrittura?

A dire la verità, l’unica cosa che mi rende entusiasta è vedere i miei libri finiti, fruibili dai lettori, letti, chiacchierati e recensiti. Per il resto, come accennavo, la scrittura per me non è entusiasmo ma liberazione…

  1. Cosa cerchi o pensi di comunicare/condividere con i tuoi lettori?

Riconosco due frasi diverse. Quando ho pubblicato il mio primissimo libro (quello erotico che non hai letto 😛 ) mi ero proposta di essere quasi una reporter, di divulgare ciò che vedevo e trasmettere sostanzialmente una sospensione del giudizio di fronte a quelli che sono i fatti narrati.
Poi qualcosa è cambiato, e quando ho iniziato a scrivere fantasy ho invece iniziato a desiderare l’opposto, cioè di portare i lettori nel mio mondo, nei miei sogni e nelle mie emozioni. Tramite il fantasy si può dire davvero di tutto… si gioca, e si porta fuori il proprio interno.
Quello che è cambiato in me, è soprattutto l’aver intrapreso con serietà un percorso esoterico (chi è curioso e vuole approfondire può cercare “Peste di Granfie”). In pratica, al sempre presente desiderio di raccontare la realtà e svuotarmene quando essa mi riempie la testa di pensieri, si è aggiunta la volontà di dire quale è effettivamente il mio modo di vedere le cose, anche (e soprattutto) toccando argomenti come la spiritualità e l’esoterismo… che per me sono ormai non estrinsecabili dalla realtà suddetta, cosa che però non vale per tutti.

  1. Quali sono le tue letture preferite, intese sia come genere che come libri singoli?

Amo leggere di tutto. Mi attraggono quei libri da cui non so cosa aspettarmi, indipendentemente dal genere, per me la curiosità è la molla che fa scattare il desiderio di leggere.

  1. Da quanto tempo scrivi?

Da quando ho imparato a farlo

  1. Trovi stimolante, utile, piacevole la collaborazione con colleghi o preferisci evitarla?

Mi piace! In tutte le cose, come si migliora se non ci si confronta? E poi viviamo in uno strano mondo in cui tutti ci aspetteremmo di trovare molti lettori e pochi scrittori, ma poi scopriamo che la maggior parte dei lettori scrive anche. Evitare i colleghi vorrebbe dire evitare anche buona parte dei propri lettori xD

  1. Progetti per il futuro, relativamente alla scrittura e dintorni?

Sto continuando con i miei viaggi oltre i confini e le relative cronache 😀
La prima novità (uscirà forse dopo Natale o in primavera) sarà una raccolta di racconti a incastro. Ogni racconto è uno spinoff della trilogia “Oltre i confini – saga dell’immateriale”, parliamo quindi di Casamatta, Male Dire, Il coltello, e un inedito… Insieme questi racconti dipingono un quadro più ampio, una solta di prequel della trilogia, e la protagonista assoluta sarà Lily la fantasmina … prima di diventare tale.

  1. Una domanda a cui ti piacerebbe rispondere che non ti ho fatto?

No, guarda, va bene così 😀 si è fatta una certa ora e l’unico mio desiderio è di non aver scritto scempiaggini

Grazie Noemi e buon proseguimento per la tua scrittura.

 

Piramide – Henning Mankell * Impressioni di lettura

(titolo originale Pyramiden, traduzione di Giorgio Puleo; originale pubblicato nel 1999, in Italia nel 2006)

Si tratta di una raccolta di cinque racconti (o, meglio, quattro racconti e un romanzo breve) che hanno come protagonista Kurt Wallander, il commissario protagonista di nove romanzi. In questi racconti incontriamo Wallander in periodi della sua vita antecedenti l’epoca in cui è ambientato il primo romanzo.

In Il primo caso di Wallander: siamo a Malmö nel 1969 e Wallander è un giovane poliziotto che fa servizio d’ordine alle manifestazioni e sulla strada; è fidanzato con Mona, quella che poi diverrà sua moglie. La morte del vicino di casa lo induce a indagare, un po’ da solo e un po’ come supporto al commissario della sezione investigativa, sotto il quale si troverà successivamente a lavorare.

cover-piramide-mankell

Nei racconti La spaccatura (ambientato a Malmö nel 1975), L’uomo sulla spiaggia e Morte di un fotografo (ambientati a Ystad nel 1987 e nel 1988 rispettivamente) Wallander è già nella squadra investigativa, e mostra già tutte le caratteristiche che lo contraddistinguono anche nei romanzi.

In Piramide, il racconto più lungo (ambientato a Ystad nel 1989), Wallander è già commissario e lavora insieme ai colleghi che si ritrovano nei romanzi, primo fra tutti Rydberg, il poliziotto anziano da cui apprende molto sull’arte delle indagini e di cui conserverà sempre un vivo ricordo.

In questo romanzo breve, in particolare, si assiste al rapporto conflittuale fra Wallander e il padre; quest’ultimo si trasferisce a vivere in campagna, solo; è già ottantenne e riesce a soddisfare uno dei suoi desideri: quello di visitare l’Egitto (l’altro è un viaggio in l’Italia). Quando è al Cairo, però, tenta di scalare la piramide di Cheope e viene arrestato. Wallander deve andare nella capitale egiziana per pagare la multa necessaria ad evitargli la prigione. Il padre, come motivazione della sua azione, dice: «Erano anni che sognavo di farlo. Nient’altro. Io trovo che bisogna essere leali verso i propri sogni.» Trovo che sia un’affermazione molto condivisibile. Wallander stesso, poi, si chiede quanto sia, lui, leale verso i propri, di sogni.

Il simbolo della piramide è presente in tutta la storia, anche nella parte che riguarda l’indagine seguita dal commissario, che immagina le persone coinvolte come vertici della piramide stessa.

Sia i racconti che il romanzo breve sono in perfetto stile Wallander, del resto sono stati pubblicati dopo l’ottavo romanzo (“Muro di fuoco”, casualmente si tratta del primo romanzo di Henning Mankell che ho letto); il commissario è il personaggio umano, a volte e per certi aspetti un po’ debole che appare in tutte le sue storie. A tratti ho trovato i racconti un po’ lenti, mentre il romanzo breve mi è sembrato più fluido, forse perché la vicenda è più complessa.