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Il mestiere di vivere – Cesare Pavese * citazione #2

Frase da “Il mestiere di vivere”, il diario di Cesare Pavese, che riguarda la scrittura.

1938

24 ottobre

Bisogna raccontare sapendo che i personaggi hanno un dato carattere, sapendo che le cose avvengono secondo determinate leggi; ma il point del nostro racconto non devono essere né quei caratteri né quelle leggi.

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Tornare – microracconto

Tornò molto cambiato, o forse erano cambiati quelli che una volta conosceva.

Non confidò mai a nessuno perché fosse tornato, e neppure perché tanti anni prima fosse partito.

Dei suoi viaggi gli rimanevano solo le cartoline illustrate che nel tempo aveva scritto alla madre e che lei aveva raccolto in una scatola di latta, assicurandosi che venisse conservata dopo la sua morte per consegnarla a lui. Perché un giorno, lei lo sapeva, sarebbe tornato.

Così, in uno stesso dono, lui conservava un ricordo di lei e dei paesi in cui aveva vissuto.

Talvolta, la sera, sedeva in giardino con la scatola aperta sulle ginocchia e prendeva in mano una cartolina. La guardava, leggeva le parole che lui stesso aveva tracciato, poi alzava gli occhi, e, senza vedere ciò che aveva davanti, restava a lungo immobile mentre il sole lasciava il posto alle stelle, immerso nel suo passato.

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I gatti di Ulthar – H. P. Lovecraft * impressioni di lettura

Pochi giorni fa ho scaricato gratuitamente dal sito di amazon un nuovo ebook pubblicato da Caravaggio editore nella collana Frammenti d’autore.

Si tratta di “I gatti di Ulthar” di H. P. Lovecraft, per me la prima cosa che leggo di questo autore.

È una breve storia in cui si racconta del motivo per cui nel paese (immaginario) di Ulthar non si possono uccidere gatti. È il racconto di una vendetta, dalla conclusione prevedibile, in cui si uniscono storia e magia.

cover Gatti Ulthar

Questi racconti pubblicati in ebook gratuiti da Caravaggio editore sono degli interessanti assaggi di autori molto famosi.

Ecco la descrizione fornita dall’editore stesso:

Frammenti d’autore è una collana che propone brevi racconti di scrittori classici noti e meno noti della letteratura universale, offerti gratuitamente a tutti i lettori appassionati di classici che hanno apprezzato i titoli delle altre due collane a marchio Caravaggio editore (I Classici Ritrovati e le Gemme).

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Confessione * un racconto

“Voi pensate che io sia pazzo.” Disse. “Ma non è così. E non è stata colpa mia. Tutta quella gente rideva di me, e io non riuscivo a farla smettere. Non resistevo più. Le loro voci e le loro burle mi soffocavano. Ho cercato di fuggire, ma nessuna delle porte che aprivo era quella che mi avrebbe condotto fuori di lì. Avevo bisogno di qualcosa per rompere un vetro e scappare via: nella vetrina c’erano dei fucili e ne ho preso uno. Quando quei due si sono avvicinati con le braccia protese verso di me, ho avuto paura e, d’istinto, ho premuto il grilletto, non pensavo che il mitra fosse carico. Nel vederli cadere a terra mi sono sorpreso, e non mi sono reso conto che ero stato io, a colpirli. Per un istante nel locale si è fatto silenzio, un silenzio che si poteva toccare, un meraviglioso silenzio che carezzava le mie orecchie. È durato pochissimo, però, solo qualche secondo: poi ancora grida e urla, anche se non erano più beffarde ma spaventate, e di nuovo mi sentivo soffocare. Allora ho capito che c’era un solo modo per farli tacere tutti: così ho sparato e sparato nonostante che il rumore del mitra mi ferisse i timpani e mi assordasse. Uccidere quella gente era come calpestare formiche: un gesto e divenivano corpi disordinatamente sparsi sul terreno, non erano più niente. E, soprattutto, non gridavano più.”

 

Questo mio racconto è pubblicato nell’ebook amazon kindle “Tre brevi storie con delitto e altri nove racconti“.

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Chiara mente – Alma C. Res – Impressioni di lettura

Un racconto lungo dal titolo volutamente ambiguo “Chiara mente”: Chiara è il nome della protagonista e la storia racconta della sua mente, o, meglio, i dubbi e i ricordi che la popolano. E il lettore si domanda se la sua mente è chiara oppure no e quindi se mente… I suoi ricordi e gli avvenimenti quotidiani sembrano contraddirsi gli uni con gli altri fino a rendere tutto incerto e confuso. Ma è folle Chiara la cui mente sembra perdersi sempre di più oppure mentono le persone che le sono vicine?

Il racconto è preceduto da una citazione di Alda Merini sulla solitudine, compagno indivisibile, credo, della pazzia (e la poetessa ne sapeva qualcosa, di manicomi) ma a me la storia ricorda molto Pirandello, per l’impossibilità di comunicare: ognuno di noi dà un proprio significato alle parole e perciò, alla fine, ognuno di noi ha una sua realtà, non esiste cioè una realtà che sia uguale per tutti.

Un avvincente racconto sulla pazzia di cui ho apprezzato molto anche la bella scrittura e la capacità di rendere fin da subito naturale immedesimarsi nella protagonista.

cover Chiara mente

sinossi

Chi mente nella vita di Chiara?
Ricordi che strisciano nella notte e la raggiungono con dolore, surreali immagini di follia. Certezze che se ne vanno come sabbia tra le dita, pugni serrati, come quelli di chi è determinato a trovare la verità tra il sogno di una notte e la luce di ogni giorno.

Citazione iniziale

Ci sono momenti di solitudine che cadono all’improvviso come una maledizione, nel bel mezzo di una giornata. Sono i momenti in cui l’anima non vibra più.

Alda Merini

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BASTA * un racconto

«Malato. Lei è malato. Ma non si preoccupi. Si può benissimo curare. Ci vuole un po’ di pazienza e di collaborazione da parte sua. Sono certo che insieme risolveremo questo problema.»

Poi mi ha chiesto duecento euro, senza ricevuta, altrimenti sarebbero stati duecentocinquanta, e mi ha dato la mano. «Allora ci vediamo martedì prossimo, stessa ora» ha aggiunto. Io ho risposto di sì perché era la risposta più facile.

Mentre guidavo verso casa quella parola, malato, continuava a rimbalzarmi da una parte all’altra del cervello. Io malato? Non ero convinto che il dottore avesse ragione, nonostante i duecento euro e il fatto che mi era stato caldamente raccomandato da un caro amico, di cui aveva salvato (parole dell’amico) la figlia diciottenne.

Sarà che ormai io vado per i cinquanta, ma non riuscivo proprio a convincermi di essere malato. Al contrario, più che ci pensavo, più mi sentivo nel giusto. Non ero io, quello malato. Bensì il mondo, tutto ciò che mi circondava. Compreso il dottore, con i suoi duecento senza ricevuta e duecentocinquanta con. Malato di disonestà. O, almeno, di avidità. Da cosa poteva mai salvarmi uno che non riusciva neppure a salvare se stesso dalla propria ingordigia? Mi esercitai in un rapido calcolo: un paziente ogni ora, sei ogni pomeriggio: voleva dire mille e duecento euro al giorno, ovvero seimila alla settimana, ovvero ventiquattromila, abbondanti, milioni al mese. Solo con le visite in ambulatorio. Mica male. E in nero. Di sicuro il suo 740 dichiarava un reddito ben più misero di quello stampato sul mio CUD di modesto impiegato comunale.

20151120_231546 bl BastaNo, non ero malato. Non sarei tornato in quello studio. Non ero da salvare. Non esisteva salvezza.

Quello che mi era successo in fondo mi sembrava inevitabile. Mi chiedevo piuttosto perché non fosse successo anni prima.

È cominciato una sera mentre mangiavo. Solo come al solito. Come al solito avevo acceso la tivù. Quella di cena è l’ora del telegiornale: notizie infami che si susseguono. A un certo punto il mio braccio si è immobilizzato mentre portavo la forchetta alla bocca. E le labbra mi si sono serrate. E lo stomaco ha gridato BASTA. Non ricordo cosa stavano dicendo. Né quale scena fosse stata proposta ai miei occhi. Ho provato anche un senso di nausea, e l’istinto di vomitare. Sono corso in bagno, ma niente. Ho bevuto. Dell’acqua. Più volte, cercando di cancellare il sapore amaro e cattivo che mi era rimasto in bocca.

Mi sono sforzato di proseguire la cena. La pasta no, magari un po’ di verdura, uno spicchio di mela. Ma i miei gesti si fermavano a mezz’aria, il mio stomaco, o qualcosa ancor più dentro di me, ripeteva BASTA, BASTA.

Allora ho sparecchiato. La vista del cibo mi infastidiva. Ho pensato avrò preso un virus, con tanti che popolano l’atmosfera. Uno di quelli che bloccano l’appetito e danno disturbi di stomaco. Se non fossi stato meglio l’indomani sarei andato dal medico. Ma non me la presi molto, un po’ di digiuno non poteva che farmi bene.

Nei giorni seguenti mi resi conto che il responsabile della mia improvvisa avversione per il cibo non era un virus né niente di simile. La faccenda era molto più complessa. O più semplice, a seconda del punto di vista. In ogni caso definitiva. Il mio problema era tutto. Tutto ciò che accadeva. Intorno a me e altrove, anche molto lontano. Pensai che fosse sufficiente non guardare il telegiornale e non leggere i quotidiani, soprattutto in concomitanza dei pasti. All’inizio l’espediente funzionò.

Poi la nausea e il rifiuto per il cibi ricominciarono. Capii che ormai quel tutto mi era entrato così dentro che niente avrebbe potuto liberarmene. E io ero dentro al tutto e non avevo modo, o forse capacità o volontà sufficiente, di uscirne. Solo una via conoscevo: ridurre, abolire tutte le interazioni fra me e il tutto, fra me e il mondo. E la prima relazione che mi era venuto spontaneo interrompere era stata quella considerata fondamentale per la sopravvivenza: avevo smesso di nutrirmi.

Talvolta uno strano istinto mi spinge ancora a mandare giù qualche boccone, ma sempre più di rado.

Fu solo per accontentare il mio amico che insisteva, preoccupato per me, che, dopo qualche settimana dall’inizio del mio digiuno, mi recai dallo psicanalista. In realtà lo ritenevo inutile, come fu. Il professore, infatti, si limitò ad appiccicarmi addosso la sua brava etichetta: anoressico, dunque malato. Mi lasciò parlare per quasi un’ora, ma senza ascoltare le mie parole. Le interpretò secondo la sua diagnosi, formulata dopo la mia prima frase. Però era manifestamente interessato al mio caso, che risultava piuttosto insolito, sia per il sesso, che per l’età. Gli si leggeva negli occhi. Ma non gli ho consentito di studiarmi. Anzi, l’incontro con lui ha rafforzato la mia convinzione: non sono malato. Ne sono sicuro. È il mondo ad esserlo. E poiché non c’è niente che io possa né sappia fare per guarirlo, non trovo altra soluzione che lasciarlo.

Il mio corpo si sta consumando lentamente. In tre mesi ha perso circa venti chili di peso. Il mio tempo scorre ormai da una mattina a una sera attraversando notti e giorni che sempre più si somigliano, la luce e il buio sono divenuti entrambi una penombra ovattata, nella quale giungono sempre meno echi e notizie dall’esterno: ho gettato via l’apparecchio televisivo; non compro più giornali. Ho smesso di andare in ufficio. Raramente varco la porta di casa, fuori da essa tutto mi assale implacabile, come un flash accecante.

Non c’è niente infatti che possa indurmi a interrompere questa agonia, al contrario: occhi orecchie naso mi ricordano continuamente i mille e mille motivi che, dapprima inconsapevole, mi hanno portato a questa scelta. Non so più andare avanti tappandomi occhi orecchie naso, fingendo che il calcio, i talk show, le ferie al mare, la macchina nuova possano riempirmi la vita e cancellare tutto il resto. Inquinamento, povertà, razzismo, corsa alla sopraffazione e alla supremazia… Non so tollerarli più. E non avendo né la forza né la fantasia per lottare contro tutto ciò, posso soltanto lasciare che il mio corpo si arrenda al niente continuando a gridare il suo silenzioso BASTA. Tra poco, forse giorni, forse ore, abbandonerò dunque la partita. Sconfitto, sì, ma non più complice.


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Un cane stupido, un racconto

Dopo un anno dalla morte della moglie il vecchio prese un cane. Una bestia bruttina, dal corpo tozzo ricoperto di pelo raso marroncino e le zampe esili. Un cane stupido, dicevano tutti. Non si staccava mai dal fianco del vecchio. Non scodinzolava a nessuno. Non accettava cibo se non dalle mani del vecchio. Anche il vecchio era diventato un po’ strano da quando era rimasto vedovo. Dicevano “Tale il padrone, tale il cane.” Li vedevano tutti i giorni camminare per le stesse strade. Lo stesso percorso. Alla stessa ora. Tutti i giorni. Il vecchio parlava poco, e pochi si fermavano a parlare con lui. Lo vedevano chiacchierare con il cane, che lo guardava con la sua aria ottusa e gli trotterellava accanto su quelle sue buffe zampette.

Un pomeriggio d’estate il vecchio si gettò dalla finestra. Abitava al quarto piano e si spezzò la spina dorsale. Morì in ambulanza, mentre lo trasportavano in ospedale. Il cane saltò dietro a lui. Morì sul colpo.

Qualcuno commentò “Proprio un cane stupido. Non ha capito che oltre la finestra non c’era niente.”

(Racconto pubblicato ne “Lo specchio”)

cover Lo specchio

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Rinnovo contrattuale * un racconto * parte #3

Finalmente la riunione si interrompe. Un breve riassunto, poi andiamo a cena, in una trattoria a conduzione familiare che uno dei nostri conosce nelle vicinanze. Mangiare, oltre che un bisogno, è un modo di sfuggire alla monotonia di quella stanza marroncina; anche i miei compagni sono più vivaci davanti al cibo e al vino, la tensione si allenta, battute e risate animano la tavolata e dimentichiamo per un po’ le trattative, che più tardi riprenderanno, sempre in ristretta.

Uno dei colleghi, ritenuto dagli altri un dongiovanni a causa delle storie che – dicono – ha intrecciato con le impiegate della sede romana del nostro sindacato, un biondino di Genova della mia età, che finora mi ha ignorata, mi chiede se ho fissato una camera in albergo. Rispondo di no: rimanere a Roma così a lungo è stato un fuori programma, e, comunque, non dobbiamo essere vicini ai nostri nazionali per ogni eventuale bisogno? Lui annuisce, vagamente deluso. Dopo mi rendo conto che forse, nonostante i miei jeans, in quella domanda era celata una proposta, ma non me ne importa niente, non mi sento né lusingata né offesa, e poi alla mia stanchezza un letto fa gola solo per riposare.

Tutti, meno un paio di romani che vanno a casa, passeremo la notte nella stanza in cui abbiamo trascorso il giorno. È quasi mezzanotte, i nostri vengono a darci gli ultimi passaggi, un po’ come la radiocronaca di una partita. Una breve discussione in merito a quanto ci dicono, poi restiamo nuovamente soli e stanchi. Il tempo adesso scorre più lentamente. Ho sonno. Avvicino alcune sedie per formare un piano ove distendermi, e mi copro con il giaccone. Malgrado il mio abbigliamento pesante ho freddo. Sonnecchio, ma anche così le ore non passano mai. Cerco conforto nei miei pensieri, ma non basta immaginare di stare comodi e caldi e di allungare una mano per sentire il pelo morbido del mio gatto perché questo sia vero. Sento dei respiri pesanti intorno: le lampade sono state spente, molti si sono assopiti, chi appoggiato al tavolo, chi seduto, chi su una precaria costruzione come me. Ogni tanto avverto dei passi e intravedo contro il vano della porta, nella luce del corridoio, sagome che si muovono. Guardo spesso l’orologio nella penombra, ma la mattina sembra avere deciso di non venire.

Verso le sei non ce la faccio più: non ho passato neanche quattro ore su queste sedie, ma mi sento a pezzi, e ho dormito pochissimo. Vado in bagno e cerco di lavarmi: con le mani pulite, il viso rinfrescato e i capelli ravviati mi sento un po’ meglio. Anche la maggior parte degli altri è sveglia. Vorrei tanto un bel cappuccino caldo, sono ancora infreddolita. Con i soliti bolognesi e altri due toscani esco, diretta al bar di sotto. Ma è sprangato. Ora che siamo fuori la colazione è un obiettivo: un po’ a caso e un po’ a memoria ci incamminiamo a passo svelto nel freddo verso la strada in cui c’è il self-service, ieri abbiamo visto un bar da quelle parti; difatti c’è, chiuso; chiediamo a un uomo in divisa, forse un autista dell’autobus, e lui ci spiega che più avanti ce n’è uno, che è anche tabaccheria e di sicuro è già aperto.

Il sollievo è scarso: il locale è squallido e le paste rafferme. Mi sgomenta la strada che devo fare per tornare: non riesco a scaldarmi.

Al rientro c’è una novità. I nostri sono appena usciti dalla riunione, stanchi e con il mal di testa, ma con un possibile accordo in mano. Stanno descrivendo i punti salienti e la risoluzione di quelli controversi fino alla sera prima; i delegati chiedono dei chiarimenti, sottolineano alcune piccole sconfitte che i nazionali prontamente giustificano esibendo piccole vittorie ottenute in cambio e si stupiscono per queste obiezioni, dicono ma insomma sembra che sia la prima volta, lo sapete che contrattare significa dare per avere. Anch’io espongo le mie critiche, e, come previsto, la replica è decisa, ma come, non mi pare che si sia ottenuto abbastanza? Ribadisco che su certi punti non mi pare proprio, poi taccio, la mia disapprovazione non basta a far rimettere le cose in discussione, e poi forse non è un così cattivo contratto, sono troppo stanca per valutarlo. Nonostante alcuni dissensi, i delegati approvano, come da copione, all’alba, dopo una notte insonne.

Le ultime formalità, i nostri tornano da loro per siglare insieme l’accordo, e poi via, con una fotocopia del documento firmato, verso la stazione e un treno che mi riporta a casa.

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