Pubblicato in: Citazioni, Libri, Scrittura

Scrivere zen – Natalie Goldberg #4

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)

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Un altro concetto interessante e condivisibile, almeno per me, è quello descritto nel capitolo “Problemi con il revisore”. La Goldberg considera lo scrittore come diviso in due figure: il creatore e il revisore. E afferma che i due ruoli devono essere distinti e lavorare separatamente, altrimenti il revisore potrebbe bloccare la creatività.

Ecco le sue parole:

Quando ci si dedica allo scrivere, è importante tenere il creatore separato dal revisore, cioè dal censore interno, così che il creatore goda di ampio spazio per respirare, esplorare ed esprimersi. Se il revisore comincia a scocciare sul serio, e ci si trova in difficoltà a distinguerlo dalla propria voce creativa, ogni volta che è necessario sedetevi e scrivete quello che vi sta dicendo; concedetegli di esprimersi pienamente. “Sei una stupida, chi ti ha detto che sai scrivere, che cosa sono queste schifezze…”

Meglio lo si impara a conoscere, questo revisore, e più facile diventa ignorarlo. … Non rafforziamone il potere ascoltando le sue parole vuote.

In effetti, se stiamo scrivendo la prima stesura di una storia e quindi siamo nella fase più creativa, giudicare quello che si scrive mentre lo si scrive può essere bloccante. E fermarsi per criticare ciò che si scrive prima di averlo finito può anche impedirci di finirlo. Invece, una volta arrivati in fondo alla storia, avremo modo di apprezzare e utilizzare il nostro senso critico: anzi, sarà necessario affidarsi a lui per correggere e modificare tutto quello che non funziona.

 

Pubblicato in: I miei libri, Libri

Agnes, un romanzo

Diciamo che ho finito l’ennesima rilettura-revisione di Agnes e che ho deciso che è stata l’ultima.
(lo so che iniziare un pezzo con diciamo non è un gran che, sorry). L’idea è di pubblicare l’ebook entro la fine di gennaio (2016).

Cover Agnes

Agnes è un romanzo breve che racconta di una settantenne, ovvero la settantenne Agnes parla di sé in prima persona al presente. La storia inizia con lei che acquista una lampada e riceve in regalo dall’antiquario che gliela vende un libro. La lettura di questo libro induce Agnes a partire alla ricerca di un pittore e dei suoi quadri.
In sintesi la storia è tutta qui: Agnes e la sua ricerca. Però, come lei stessa dice:

una ricerca non è mai fine a se stessa e quello che si trova non è mai quello che si credeva di trovare, almeno non solo.

Agnes incontra persone, fa domande, cerca risposte, anche in se stessa.

Che poi la vecchiaia non è affatto quieta: con le sue ansie, paure, fragilità e la sensazione della morte che si fa sempre più vicina… Da un lato è come se la consapevolezza che la fine è dietro l’angolo (anche se la fine, in realtà, è dietro l’angolo a qualunque età) ammantasse tutto di un velo attraverso cui ogni cosa si mostra nella sua futilità, inutilità e indifferenza, dall’altro è come se inducesse al carpe diem, almeno una volta o almeno un’altra volta, spronando a fare qualcosa che valga la pena di essere fatto.

 

Pubblicato in: Citazioni, Scrittura

Il mestiere di scrivere – Raymond Carver #2

Da John Gardner: lo scrittore come maestro

John Gardner era un insegnante che teneva un corso di Scrittura Creativa 101 al Chico State, corso frequentato da Carver nel 1958. Fra le altre cose Carver racconta questi insegnamenti, convinzioni che condivido (anche se temo di non riuscire a metterle in pratica abbastanza bene):

Uno dei suoi (di Gardner) principi fondamentali era che uno scrittore scopre quello che vuol dire mediante un continuo processo consistente nel vedere quello che ha già detto. E questa visione, questo processo di messa a fuoco della visione, si otteneva mediante la revisione. Gardner credeva profondamente nell’efficacia della revisione, nella revisione senza fine; era una cosa che gli stava molto a cuore e che, ne era convinto, era importantissima per gli scrittori, in qualsiasi fase di sviluppo si trovassero.

E poi:

Gardner era convinto che se le parole della narrazione rimangono confuse e sfuocate perché l’autore è stato insensibile, distratto o troppo sentimentale, il racconto che ne risulta soffre di un grosso handicap. Ma c’è anche un pericolo peggiore, da evitare a tutti i costi: se le parole e i sentimenti sono disonesti, se l’autore bara e scrive di cose che non gli stanno a cuore o di cui non è convinto, allora non può aspettarsi che qualcun altro mostri interesse per il racconto.

 

 

Pubblicato in: Riflessioni, Scrittura

Scrittura – frase principale e subordinata: concordanza dei tempi

Per una volta scrivo un post che potrebbe risultare antipatico a qualcuno. Premetto che quando scrivo rileggo e revisiono i miei testi molte volte prima di pubblicarli, spero così che contengano pochissimi errori, ovvero solo quelli sfuggiti ai ripetuti controlli. Premetto anche che non scrivo recensioni negative e quindi non ne scrivo nemmeno in caso di libri che secondo me sono scorretti dal punto di vista dell’italiano, non mi piace comunque criticare il lavoro altrui.

Però adesso mi interessa parlare di questo tema e lo faccio, in modo comunque assolutamente generale.

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Nel leggere ebook di autori self non di rado mi capita di trovare, purtroppo, errori di vario genere, sia di sintassi che di costruzione dei periodi. L’incontro diventa per me piuttosto irritante se il numero e la frequenza degli errori sono tali da farli riconoscere come veri e propri sbagli: se sono molti è impossibile infatti considerarli refusi.

Devo dire che spesso la presenza di molti errori di italiano si unisce, secondo la mia opinione di lettrice, a una narrazione che necessiterebbe di una buona revisione: per la presenza di personaggi scontati, di ripetizioni (non solo di vocaboli ma anche di concetti), di incoerenze nella trama e/o mancati approfondimenti. Insomma non mi è ancora capitato di leggere una bella trama, avvincente e originale, in un testo scritto in italiano scorretto, mentre i buoni testi che mi sono capitati fra le mani erano tutti scritti con una forma altrettanto di qualità. Penso che gli ebook di self che ho letto finora siano circa centocinquanta e la mia esperienza è basata su questi. Sottolineo che non sto dicendo quanti fra i centocinquanta secondo me sono buoni e quanti no, sto solo affermando che quando ho trovato qualità nella forma l’ho trovata anche nel contenuto e quando era carente la prima lo era anche il secondo.

Uno degli errori di italiano che mi capita di riscontrare più spesso riguarda la concordanza dei tempi verbali nei periodi composti da più frasi. Si tratta di un errore che raramente, invece, trovo nei libri pubblicati da editori: ovviamente non so quanto per merito degli scrittori e quanto per merito degli editor.

Secondo me sarebbe possibile ovviare a questi sbagli anche a orecchio, rileggendo il testo ad alta voce: si dovrebbe avvertire quando qualcosa non torna.

Ad esempio, se scrivo “Luca mangiò la mela che comprò dall’ortolano” non vi pare che ci sia una stonatura? Se invece scrivo “Luca mangiò la mela che aveva comprato dall’ortolano” sentite come il discorso fila via liscio?

Quando la subordinata esprime un’azione che è precedente a quella della frase principale il tempo del verbo della subordinata deve essere un passato anteriore rispetto a quello della principale. In fondo basta anche seguire il senso della narrazione, no?

Un’altra relazione importante è quella in cui la subordinata contiene un’azione futura rispetto alla principale. Ad esempio: “Alle cinque Luca comprò la mela che avrebbe mangiato dopo cena”.

Non c’è verso, se Luca prima compra la mela e poi la mangia i tempi e modi verbali da usare sono questi e non altri e dipendono da come è costruito il periodo, ovvero da quale è la frase principale e da quando si è svolta rispetto ad essa l’azione della subordinata.

Ci sono delle regole precise, in italiano (come nelle altre lingue), sull’uso dei verbi e sulla relazione fra tempi e modi verbali della frase principale e delle subordinate. Credo che quando una persona scrive debba tenerle presente e rispettarle: non considerarle non ha niente a che fare con le licenze poetiche o con la libertà d’espressione, soprattutto se il testo è in prosa.

Costruire un periodo nel modo corretto non significa solo seguire le regole ma anche rendere più chiara la narrazione, consentire al lettore di comprendere, senza possibilità di equivoci, la sequenza e la correlazione fra le varie azioni.

Voi come la pensate in merito?

Pubblicato in: Scrittura

Io edito, tu editi, egli edita

Avete finalmente messo la parola fine al vostro romanzo. Tirate un sospiro di sollievo.

Credete di aver finito? Adesso arriva il bello!

 

Quattro autori,  Antonella Sacco, Roberto Bonfanti, Mario Pacchiarotti e Concetta D’Orazio, illustrano la personale metodologia nella preparazione del testo per la pubblicazione, continuando la serie di articoli “Autori a confronto”.

 

Roberto Bonfanti

blog Roberto

 

Concetta D’Orazio

Blog Concetta

Mario Pacchiarotti

Blog Mario

In questo articolo esporrò brevemente alcuni dei punti a cui prestare attenzione prima di passare alla pubblicazione di un testo che si considera finito.

 

Preparazione

Dopo aver scritto pagine e pagine utilizzando un programma di word processing dobbiamo verificare che la forma sia omogenea (a meno che la disomogeneità non sia parte integrante del testo stesso): abbiamo utilizzato sempre lo stesso tipo di carattere con la stessa grandezza per il corpo del testo e un altro carattere e un’altra grandezza per i titoli dei capitoli? Se abbiamo dei sottotitoli abbiamo utilizzato un terzo tipo di carattere ma sempre quello? Il testo è scritto tutto con un unico colore (nero)? Abbiamo impostato il tipo di allineamento a giustificato? I titoli dei capitoli sono tutti della stessa forma (in numeri o lettere, in lettere minuscole o maiuscole)?

Dobbiamo controllare che siano uniformi anche tutti gli altri segni e simboli, eventualmente usati, come ad esempio quelli con cui introduciamo i dialoghi (sempre virgolette o sempre trattino) e o quelli con cui inseriamo degli incisi. Nel senso (voglio dire) di non usare – nello stesso testo – sia parentesi che lineette.

Insomma occorre che il testo risulti visivamente ordinato e pulito.

Fatto questo, che è un aspetto esclusivamente esteriore, formale, passiamo a un aspetto più legato al testo vero e proprio: le parole e le frasi che abbiamo scritto.

Per prima cosa dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sulla correttezza grammaticale e sintattica, ovvero accingerci a una vera e propria

 

Caccia all’errore

Anche se siamo ferratissimi in ortografia e abbiamo a disposizione il correttore del programma di videoscrittura, possiamo essere certi che qualche refuso ci è sfuggito. È destino. Quindi cerchiamolo e cerchiamolo ancora.

Verifichiamo di aver evitato errori di grammatica (fra i più comuni: accenti a sproposito o mancanti, gravi invece che acuti o viceversa, apostrofi in più o in meno, strani plurali, …); nel dubbio consultiamo un volume di grammatica italiana, fido compagno, insieme a un buon dizionario, delle nostre avventure di scrittori.

Stanchi? Prendiamoci una pausa, perché non è finita qui. Ebook o non ebook scrivere è fatica. Una gran bella fatica, ma è pur sempre fatica.

E da self la fatica è doppia: non ci sarà nessuno che prima di mandare in stampa controllerà quello che abbiamo scritto, né come lo abbiamo impaginato: siamo senza rete quindi dobbiamo fare un salto perfetto o almeno tale da poter cadere in piedi.

Dopo la pausa che forse ci siamo concessi, dedichiamoci alla sintassi: analizziamo la costruzione delle proposizioni, i soggetti, i verbi, i tempi verbali nelle subordinate rispetto alle principali. Staniamo e correggiamo gli errori, sistemiamo le frasi un po’ involute e le ripetizioni sfuggite ai precedenti controlli.

Infine passiamo alla fase successiva, durante la quale entriamo più a fondo nel testo e nel suo significato.

 

Vediamo se si capisce

Adesso che il nostro testo ha passato i primi due esami, dobbiamo verificare che superi quello che si può considerare il più importante.

Infatti, per quanto sia fondamentale essere impeccabili e rispettosi delle regole grammaticali e sintattiche, dato che vogliamo raccontare una storia o spiegare una teoria o un punto di vista, dobbiamo accertarci che un lettore possa, dalle nostre parole e frasi, capire quello che volevamo comunicare.

Per la verità penso, come Pirandello, che “parliamo, crediamo di intenderci, ma non ci intendiamo mai” (cito a memoria) e quindi sono sicura che sia impossibile una comprensione piena fra chi parla e chi ascolta o fra chi scrive e chi legge. Ciò non toglie, però, che cerchi sempre e comunque di rendere al meglio il mio pensiero.

Ritengo perciò che sia fondamentale rileggere il nostro scritto fingendo che sia la prima volta, immaginando di non sapere di cosa parla per capire se le sensazioni che ci dà sono proprio quelle che avevamo voluto esprimere. A volte, quando questo non accade, è sufficiente semplificare i periodi, avendo il coraggio di tagliare, rinunciare a qualche frase che suona bene ma che in realtà non significa nulla. Il coraggio di tagliare è un altro dei requisiti necessari a uno scrittore.

Durante questa rilettura dovremmo anche verificare che non vi siano incongruenze residue, sia banali come il caso di un personaggio che all’inizio si chiama Tizio e alla fine Caio sia più sostanziali come comportamenti che non sono in linea con il carattere dei personaggi.

 

(Ho trattato l’argomento revisione, con alcuni suggerimenti operativi, anche in questo post: Scrittura creativa: la revisione)