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Luoghi popolati di figure – José Saramago – Impressioni di lettura

(Ho letto questo testo in formato ebook; non è citato il nome del traduttore.)

Una raccolta di 13 racconti narrati in prima persona che sono quasi più riflessioni: sui ricordi, sulla vita, su attimi. Testi molto brevi e molto poetici. Quasi diversi dai romanzi di Saramago, mi sono sembrati più lievi e, stranamente, li ho trovati privi della consueta amara ironia/critica, a parte pochissime frasi.

Qui sotto i titoli dei racconti e. per alcuni, una citazione o un commento.

Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume

Le bondosas

È così che muoiono le infanzie, quando i ritorni non sono più possibili perché i ponti tagliati inclinano verso l’instancabile acqua le travi sconnesse nello spazio estraneo. Non c’è allora altro rimedio che quello del serpente: abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, lasciarla a terra, tra i cespugli, e passare all’età successiva. La vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere.

Giardino d’inverno

L’isola deserta

Un azzurro per Marte

La luna che ho conosciuto

Le terre

Nel cortile, un giardino di rose

La piazza

L’officina dello scultore

Il giardino di Boboli

Il narratore ricorda una visita al Giardino di Boboli e descrive un gruppo di italiani che sciamano intorno alla statua di Pietro Barbino che lui (o comunque il narratore) stava osservando: sono colorati, chiassosi, invadenti. Dopo di loro dei giapponesi, silenziosi, ordinati e freddi.

Parlo del giardino di Boboli, su cui dà il favoloso e anarchico museo di Palazzo Pitti, assurdo museologico da dove il visitatore esce saturo e perduto. Per recuperare l’equilibrio, presi a camminare nei viali, ascoltando il mormorio delle acque, scoprendo il nitore delle statue tra la mitezza di quei verdi toscani, per apprendere, insomma, a poco a poco, già lontano dai quadri, quel che gli stessi quadri dovevano ancora darmi. E alla curva di una strada alberata mi appare la statua di Pietro Barbino, nuda e obesa, mano alla Vita e gesto da oratore. È enigmatica questa figura. E anche un po’ ripugnante. V’è in essa una specie di insolenza, come se Pietro Barbino fosse il riflesso animale di ciascuno dei visitatori che gli si fermano davanti: “Non illuderti, sei esattamente come me – nano e deforme, oggetto di divertimento per un altro più potente di te”.

Il fiume più grande del mondo

…il silenzio si compone di innumerevoli rumori…

Una notte in Plaza Major

Purtroppo, non tutto può essere recuperato. Anche se tornassi cento volte a Firenze, anche se scegliessi il giorno e la luce, non sentirei come allora il brivido fisico (sì, il brivido fisico, nel senso letterale, fisiologico, dell’espressione) che mi percorse dalla testa ai piedi davanti all’entrata della Biblioteca Laurenziana progettata e costruita da Michelangelo. Sarebbe un miracolo, e i miracoli, se accadono, sono troppo preziosi per ripetersi. E non rivedrei sulla strada per Venezia quel sole sospeso tra una nebbia oleosa, da cui si irradiavano i colori dell’arcobaleno, ma blandi, smorti, come la città che sembrava fluttuare su zattere e andare alla deriva nella corrente.

Funzione della memoria è conservare queste cose prodigiose, difenderle dall’usura banalissima della quotidianità, gelosamente, perché forse sono la miglior ricchezza che abbiamo.

José Saramago (Azinhaga, Portogallo, 1922 – Tías, Isole Canarie, 2010) ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1998.

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Il ritratto di Mr. W.H. – Oscar Wilde * citazione #2

Proseguendo nella lettura di questo breve romanzo, in cui si parla dei Sonetti di Shakespeare, mi ha colpito questo breve scambio di battute, fra l’io narrante e il suo amico Erskine:

«Mio caro amico, – disse, – accetta il mio consiglio: non sprecare il tuo tempo sui Sonetti. Parlo molto seriamente. Dopo tutto, cosa ci dicono su Shakespeare se non che era schiavo della bellezza?»
«Ebbene, è proprio questa la condizione dell’artista!» replicai.

cover ritratto di wh

Più avanti, invece, una riflessione sulla memoria e sui ricordi, che trovo molto condivisibile.

(Erskine) Accennò un sorriso, ma c’era una nota di acuta tristezza nella sua voce che ricordo ancor oggi, come si ricorda il suono ammaliante di un violino, il tocco della mano di una donna. I grandi eventi della vita lasciano spesso indifferenti; attraversano la coscienza senza restarvi e, quando ci si pensa, diventano irreali. Anche i fiori scarlatti della passione par che crescano nello stesso campo dei papaveri dell’oblio. Rifiutiamo il peso del loro ricordo e abbiamo i nostri antidoti. Ma le piccole cose, quelle di nessun conto, restano con noi. In qualche piccolissima cellula eburnea il cervello custodisce le più delicate e fuggevoli impressioni.

Questo brano esprime in modo molto poetico qualcosa di simile al concetto “si ricordano gli attimi, non i giorni”. Trovo che sia molto vero: istanti, sensazioni fuggevoli si imprimono nella memoria in modo indelebile, mentre spesso di avvenimenti anche importanti conserviamo solo sfumate impressioni.

 

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Constance contro tutti – Ray Bradbury * citazione

(titolo originale Let’s all kill Constance, 2003; letto nell’edizione 2003, trad. Giuseppe Lippi * Ray Bradbury (1920 – 2012))

cover ConstanceAmmetto di non capire molto questo romanzo, comunque non ho ancora finito di leggerlo.

Ad ogni modo ho trovato una frase che mi è piaciuta molto e prendo nota:

…fuochi d’artificio che esplodono sul gran schermo affamato, rapidi come ricordi e svelti come il rimorso?

 

È quello svelti come il rimorso che mi ha colpita.

 

 

 

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Il magico potere del riordino – Marie Kondo

(titolo originale Jinsei Ga Tokimeku Katazuke No Maho, trad Francesca Di Berardino; pubblicato nel 2011 in Giappone, nel 2014 in Italia)

cover Riordino

Si tratta di un manuale, che, a mio parere, si sarebbe potuto condensare in una trentina di pagine, tanto per stare larghi.
Per le prime cinquanta o sessanta pagine ci vengono ripetuti due o tre concetti che stanno alla base del metodo proposto, concetti che sono piuttosto ovvi (anche se non per questo necessariamente chiari, a volte sono proprio le cose più ovvie quelle che non mettiamo in evidenza): prima di poter riordinare occorre liberarsi di ciò che non serve (e farlo in un’unica sessione), quanto e cosa siamo soliti conservare dipende da fattori psicologici.
Ne resto del libro, diluiti fra chiacchiere ed esempi anche piacevoli, ci sono i suggerimenti su come operare, sia per liberarsi di ciò che ci è superfluo (molto più di quello che pensiamo), sia per disporre in ordine quanto decidiamo di tenere. Uno dei concetti che contraddistinguono il metodo proposto (la cosa non stupisce venendo dal Giappone) è quello del rispetto, che si esplica sia nel liberare le cose che non usiamo più dal loro stato di oggetti trascurati e dimenticati, sia nel valorizzare ciò che invece amiamo e che potremo apprezzare meglio se ben riposto e non sommerso da altri suoi simili che non ci servono più. Il rispetto è dovuto anche alla casa, che ci ospita e che merita di essere tenuta in ordine.

L’autrice è un’esperta del riordino (non avevo idea che ne esistessero, sia pure in Giappone) e il suo lavoro è quello di aiutare sia le clienti a riordinare la propria casa, che i manager per le loro aziende.

Complessivamente è un librino gradevole, facile da leggere; un po’ più difficile è seguire i suoi consigli, perché, se apparteniamo al genere di persone che non butterebbero via mai niente (come me…), non è certo un libro a farci cambiare tanto radicalmente. Per quanto mi riguarda vorrei modificare questa mia abitudine, sarà che invecchiando mi sembra che abbia poco senso conservare cose, un po’ perché tanto non potrò portarmele dietro, da morta, un po’ perché so benissimo che custodire oggetti come ricordi è solo un modo per cercare di trattenere il passato. E questo è impossibile, il passato è passato, punto. Tutto ciò che possiamo conservare è quello che rimane nella nostra memoria, di ciò che abbiamo vissuto e delle persone che abbiamo amato e amiamo, e per questo non serve raccogliere cimeli.

 

 

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Dino Buzzati, un grande scrittore

E non solo scrittore, ma anche giornalista e pittore. Ma è della sua scrittura che voglio parlare in questo articolo.

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Anni fa qualcuno dei pochi che avevano letto i racconti della mia raccolta “Lo specchio” li aveva avvicinati, per l’atmosfera e gli elementi surreali, a quelli di Buzzati. Ovviamente il paragone era ed è eccessivo, però Dino Buzzati è uno degli autori di cui ho letto quasi tutte le opere in età giovanile, quindi in un periodo in cui le cose radicano maggiormente.

Se poi penso che il libro di lettura di terza media era proprio “L’uccisione del drago” mi viene naturale supporre che il mio immaginario abbia risentito anche dell’influenza di questo scrittore. La mia fantasia è stata senz’altro colpita dall’originalità e dalla forza dei racconti di Buzzati, grazie anche alle spiegazioni e sottolineature dell’insegnante. Forse si trattava di un testo comunemente diffuso nelle scuole a quei tempi e forse lo è ancora, di sicuro per me è stato un incontro significativo.

Ho riletto quei racconti quando sono stata più grande, ma il ricordo che ne conservo è soprattutto quello della prima lettura.

Posso ancora elencare molte di quelle storie, prima fra tutte quella che dà il titolo alla raccolta, in cui c’è un drago che non fugge davanti ai cacciatori permettendo a questi di ucciderlo perché, come si scopre alla fine, ha dei cuccioli che tenta di proteggere. L’empatia è tutta per il drago, mentre il ruolo di cattivi è per i cacciatori, come del resto si può intuire anche dalla scelta della parola uccisione per il titolo, termine che richiama più un assassinio che la caccia.

Il mio racconto preferito è sempre stato “La Torre Eiffel”, in cui Buzzati narra o, meglio, immagina la costruzione della Torre Eiffel: operai e tecnici continuano a costruirla anche dopo aver superato il numero di metri previsti, perché vogliono arrivare in alto, sempre più in alto. Qualcuno (non ricordo chi, se le istituzioni) li costringe però a fermarsi e la parte di torre eccedente viene smontata. Mi piace quel desiderio di andare avanti, di salire sempre più su, per conoscere, per scoprire.

C’è poi “All’idrogeno”, un racconto inquietante in cui in piena notte (a un’ora tipo le 57,84, cioè un orario impossibile, cosa che desta subito allarme) viene recapitato un pacco in un palazzo e sembra che questo pacco contenga una bomba. Tutti gli inquilini sono per le scale e si chiedono di chi sarà. Poi riescono a leggere il nome del destinatario: Dino Buzzati; allora si allontanano da lui e gli danno la colpa del pericolo che stanno correndo tutti.

E poi, fra gli altri, “L’uovo”, in cui l’amore di una madre è più forte di un esercito con tanto di carri armati; “Il bambino tiranno” , “La corazzata Tod”, “Il colombre”.

L’edizione scolastica del libro conteneva dei quadri che Buzzati aveva dipinto e che illustravano alcuni dei suoi racconti, fornendo così anche un’interpretazione figurativa delle storie da parte dell’autore stesso. Anche i quadri erano piuttosto inquietanti.

Infine non posso non citare il romanzo dell’attesa e del nulla, “Il deserto dei tartari”, e la malinconia mista a un po’ di rabbia che suscita in me; ho visto anche, quasi per intero, la versione cinematografica, per la regia di Valerio Zurlini, che ha saputo rendere molto bene l’atmosfera della Fortezza Bastiani e dei terreni intorno e le sensazioni dei militari e di Drogo, il protagonista.

Concludo l’articolo consigliando, a chi non l’avesse già fatto, di leggere le opere di Dino Buzzati, uno scrittore che mi sembra ingiustamente  in parte dimenticato: ritengo che i suoi scritti siano sempre molto attuali sia per i temi che per il modo di narrare che per le ambientazioni.

(Quanto ho scritto dei racconti si basa solo sui miei ricordi, che essendo come ho detto di vecchia data potrebbero non essere del tutto corretti, si sa che la memoria integra la realtà con invenzioni)

 

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UN GRANDE FUOCO *** Ebook

Due parole, dall’introduzione:

In questo piccolo e-book sono pubblicati alcuni racconti, uno dei quali dà il titolo alla raccolta.

Il primo ha per tema principale la memoria, i ricordi; il secondo è soprattutto una sorta di istantanea, legata alla scrittura e ancora una volta ai ricordi; il terzo, ovvero “Un grande fuoco” è ispirato a La traviata, opera lirica di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave ed è una storia nella storia. Nel marzo 2014 ho aggiunto un quarto racconto, dai toni un poco surreali e successivamente altre sei storie, di cui alcune pubblicate anche sul blog.

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Spendo qualche parola sulla scelta di scrivere dei personaggi de La Traviata: quest’opera ha sempre suscitato in me emozioni forti fra cui indignazione per il comportamento del padre di Alfredo (e non solo di lui) nei confronti di Violetta; una sera, dopo aver assistito a una rappresentazione dell’opera in teatro, ho provato la necessità di esprimere quello che provavo e l’ho fatto dando voce a un personaggio che non compare sulla scena, anche se è quello che innesca il dramma. Così la mia immaginazione ha disegnato un diverso svolgimento della vicenda, in cui la sorella di Alfredo, responsabile involontaria della separazione fra i due innamorati, assume  il ruolo principale.

Non credo di aver fatto qualcosa di tanto insolito, perché, ditemi, chi non ha fantasticato sui personaggi che ha amato, chi non ha tracciato diversi svolgimenti delle loro storie?

 Questa è la vecchia copertina:

 cope grande fuoco 08-07-2014