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Le signore in nero – Madeleine St John * impressioni di lettura

(Titolo originale “The Women in Black”, Traduzione di Mariagiulia Castagnone; originale pubblicato nel 2009; edizione italiana del 2019)

La storia o, meglio, le storie si svolgono a Sidney, nel 1950. Le signore in nero sono le commesse di un grande magazzino, Goode’s: nera è infatti la divisa che indossano al lavoro.

Le donne di cui ci racconta Madeleine St John sono principalmente quattro: Miss Fay Baines, single perché nessuno degli uomini che ha incontrato l’ha sposata; Mrs Patty Williams, sposata ma senza figli; Lesley-Lisa Miles, una ragazza molto intelligenze e amante dello studio e della lettura appena diplomata; Magda, emigrata europea, sposata con un ungherese, “assolutamente strepitosa”.

Conosciamo pregi, difetti, problemi e aspirazioni delle quattro protagoniste, assistiamo al modificarsi dei loro rapporti e all’evolversi delle varie situazioni e si può dire che ciascuna delle vicende trova il suo lieto fine.

cover signore in nero St John

Mi piace il modo in cui l’autrice racconta e descrive i personaggi. Ecco ad esempio qualcosa su Lisa: ha un “ritornello” a cui ricorre nei “momenti bui”, una poesia di Willam Blake:

Tigre,Tigre, che bruci luminosa nelle finestre della notte…”

ed ecco come l’ha incontrato:

La Tigre era entrata nelle vita di Lisa tre anni prima, al tempo in cui era ancora Lesley e doveva iniziare le superiori.

Stava cercando un libro, quando un altro piombò dallo scaffale; nella caduta si aprì e lo sguardo di Lisa si posò sulla pagina di destra, dove lesse la parola «tigre». Ciò che accadde in seguito fu una conseguenza inevitabile, perché nessuna quattordicenne mediamente sveglia, di fronte alla parola «tigre», dal suono così misterioso, così invitante, può resistere all’idea di indagare oltre; ed è quello che fece Lisa, con il risultato che davanti a lei si spalancò l’abisso della poesia.

Per i primi tempi del suo lavoro da Goode’s, Lisa si occupa con Patty e Fay del reparto Abiti da cocktail, poi va anche ad aiutare Magda ai Modelli esclusivi. E qui scopre i capi dell’alta moda internazionale:

Negli ultimi tempi aveva capito che un abito poteva essere qualcosa di più di un rivestimento più o meno alla moda. Ciò che adesso coglieva, in modo ancora vago, bizzarro ed del tutto improvviso, era che la moda poteva essere.. sì, insomma… poteva essere arte.

Verso la fine Patty attraversa un brutto momento e la madre le propone di andare a stare da lei per un po’; Patty rifiuta; questo è il suo stato d’animo:

Ma lei desiderava soltanto stare da sola. Non se la sentiva di fingere e quando si è soli non c’è bisogno di fingere. Be’, qualche volta succede; qualche volta le bugie che uno si racconta sono persino peggio di quelle che si dicono agli altri. Sembra impossibile, ma è così.

Le signore in nero” è un romanzo che racconta di persone comuni a cui non succede niente di particolare se non quello che succede nella vita, ma le loro storie sono narrate in modo molto piacevole e con una vena di ironia che io apprezzo sempre molto. I personaggi sono tutti molto vivi e dalle varie sfaccettature, come lo sono le persone vere.

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Il silenzio della verità – Simona Liubicich * Impressioni di lettura

Patrizia, una giovane donna, felicemente sposata con un medico e con una figlia di cinque anni, torna ad abitare nel paese delle Dolomiti in cui ha vissuto da bambina. Quando aveva dodici anni si è persa insieme all’amica, Elisa, ed è stata ritrovata, sola e senza alcun ricordo di quanto avvenuto, dopo tre giorni.
Appena stabilita nel paese della sua infanzia, però, Patrizia inizia a soffrire di forti mal di testa e ad avere strane visioni collegate a quel passato di cui non ricorda niente. Quando tenta di scoprire dai paesani qualcosa su quanto successo a lei e a Elisa gli abitanti del paese si mostrano reticenti a darle le informazioni che chiede. Anche i suoi genitori, che si sono trasferiti in Versilia, che si recano a trovarla, sono molto reticenti sia in merito alla disgrazia che agli anni che l’hanno preceduta.
Patrizia non si arrende e, sfidando il rischio di essere considerata malata a causa delle sue visioni ma sostenuta dal marito, continua a ricercare la verità su quanto è accaduto fino a che non ci riesce.

Interrompo qui la sintesi della trama per non svelare niente che possa rovinare un’eventuale lettura.

Da quanto ho scritto si può evincere che si tratta di un romanzo thriller, a mio parere ben condotto e avvincente, anche se il finale sostanzialmente non mi ha sorpresa. Come ho già avuto modo di dire, una storia è come un viaggio: non conta solo la meta, ma la strada che si percorre per raggiungerla. A meno che la meta, ovvero il finale, non sia incongruente con il resto, ma non è questo il caso.
L’atmosfera si carica di mistero pagina dopo pagina, con le domande senza risposta di Patrizia e le poche notizie che qua e là riesce a trovare, nonostante tema che la verità possa rivelarle qualcosa di molto spiacevole anche su se stessa.
La protagonista è ben disegnata e così pure gli altri personaggi, primi fra tutti il marito e il commissario.

silenzio verità Liubicich

Sinossi

Italia, Dolomiti 1962-1985.

Un fatto inquietante sconvolge la pigra amenità di un paesino tra le Dolomiti al confine con l’Austria.
Due ragazzine del posto vengono date per disperse; solo una di loro — Patrizia Montaldo — viene ritrovata dopo tre giorni, in stato confusionale e con un’amnesia che durerà ventitré anni, fino a che i fantasmi del passato, forse reali presenze spiritiche, torneranno a chiedere giustizia svelando segreti inconfessabili e una verità sconcertante.

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Agnes – il libro di carta

In questi giorni ho pubblicato anche la versione cartacea del mio romanzo breve Agnes.

cover-agnes

Posso tornare ai miei ricordi, ma non ne sono contenta, non è qualcosa su cui amo indugiare, non più. Non adesso che la ferita, ormai, somiglia (anche se non lo è e non lo sarà mai) a una cicatrice. Non adesso, che questo incontro con Agnes e Claude sembra chiamarmi verso qualcosa di nuovo, vincendo le mie resistenze ai cambiamenti. Un’attrazione, in certo senso, sia pure pacata e quieta come la vecchiaia. Che poi la vecchiaia non è affatto quieta: con le sue ansie, paure, fragilità e la sensazione della morte che si fa sempre più vicina… Da un lato è come se la consapevolezza che la fine è dietro l’angolo (anche se la fine, in realtà, è dietro l’angolo a qualunque età) ammantasse tutto di un velo attraverso cui ogni cosa si mostra nella sua futilità, inutilità e indifferenza, dall’altro è come se inducesse al carpe diem, almeno una volta o almeno un’altra volta, spronando a fare qualcosa che valga la pena di essere fatto.


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Il castello d’Otranto – Horace Walpole – Impressioni di lettura

(titolo originale The Castle of Otranto (1765); letto nella versione italiana del 2010, trad. Oreste del Buono)

Un romanzo piuttosto breve, di circa 100 pagine. Capostipite del genere gotico.
Parlerò delle mie impressioni a prescindere dall’importanza attribuita al romanzo.

La vicenda si apre con la morte di Corrado, figlio di Manfredo principe di Otranto a cui segue la pretesa di Manfredo di divorziare dalla propria moglie per sposare la giovane Isabella, fidanzata del defunto Corrado. I voleri di Manfredo sono però contrastati da forze sovrannaturali, che si manifestano per la prima volta proprio con l’oggetto che causa la morte di Corrado: “un enorme elmo, cento volte più largo di qualsiasi elmo fabbricato per creatura umana, e ricoperto da una proporzionata quantità di penne nere.”
Ho trovato il romanzo abbastanza avvincente, nel senso che succedono vari eventi a movimentare la storia, mentre il linguaggio e i dialoghi non sono sempre fluidi, si sente che è un testo scritto oltre due secoli fa. Gli elementi magici e sovrannaturali, a mio parere sono in certo senso primitivi, grezzi: del resto essendo il romanzo un capostipite, forse non ci si può aspettare qualcosa di molto compiuto o di più simile al gusto odierno. I personaggi sono sostanzialmente dei cliché e anche piuttosto statici: il principe Manfredo incarna il cattivo, un cattivo che non ha dubbi o tormenti se non quelli derivanti dalle difficoltà di ottenere quello che vuole e anche alla fine, quando si trova a fare i conti con gli errori compiuti, il suo pentimento sembra quasi solo un qualcosa di dovuto. La maggior parte degli altri personaggi sono buoni, ma anch’essi sono poco realistici. A mio parere quelli con una psicologia più articolata sono le due principesse giovani, Isabella e Matilda, nella loro breve rivalità d’amore, e il frate Girolamo, combattuto fra il senso del dovere e della verità e la paura per la sorte del figlio.

In realtà non posso dire che il romanzo non mi sia piaciuto, anche se non mi ha certamente entusiasmata, ci sono elementi interessanti, ma forse non avrei questa impressione se non fosse il capostipite di cui si è detto. Dal punto di vista della storia del romanzo e della letteratura è evidentemente un testo da leggere.
Il testo è preceduto da due prefazioni dell’autore; nella prima Walpole finge di aver trovato la storia stampata “a Napoli, in caratteri gotici, nell’anno 1529” e di averla tradotta dall’italiano; nella seconda svela che l’opera è sua e spiega i motivi che l’hanno spinto a scriverla, ovvero “fondere i due tipi di romanzo: l’antico e il moderno”, cioè fantasia e realismo.

cover Castello Otranto

Breve biografia di Horace Walpole

(tratta dalla “Cronologia della vita e delle opere” di Attilio Brilli che precede l’edizione 2010 del romanzo edizioni BUR)

Horace Walpole nacque a Londra il 24 settembre 1717. studiò a Eton e poi al Trinity College di Cambridge. Fu amico fra gli altri di Thomas Gray, il poeta, con cui compì il grand tour, durante il quale fece un’importante sosta a Firenze.
Fu un collezionista colto e raffinato; acquistò nel 1749 la residenza di Twickenham che trasformò nel corso degli anni in un castello gotico in miniatura. Negli anni 1751-1768 fu membro del parlamento.
Pubblicò nel 1758 Fugitive Pieces in Verses and Prose, con la sua produzione lirica; nel 1762 Anectodes of Painting in England; nel 1765 il romanzo The Castle of Otranto, che diventò un “vero e proprio manifesto protoromantico”.
Negli anni successivi scrisse la tragedia The Mysterious Mother, i racconti Hieroglyphic Tales, la descrizione della sua dimora A Description of Strawberry Hill.
Morì il 2 marzo 1797 a Londra.
Suo il motto: Il mondo è una commedia per coloro che pensano, una tragedia per coloro che sentono.

 

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La scommessa – il libro di carta

In questi giorni è uscita anche la versione cartacea del mio romanzo “La scommessa”, un romance con una vena di giallo.

 

cover La scommessa 2018

 

Nel seguito una breve citazione.

Quando le porte dell’ascensore si spalancano faccio un passo per entrare prima di accorgermi che la cabina non è vuota e che il suo occupante si è mosso verso la soglia per uscire. Lo scontro è inevitabile.

«Attenta!» esclama il tipo. Un bel tipo davvero, abbronzato e con l’aspetto da sportivo. Però da quella sola parola e dal tono della sua voce mi è sembrato antipatico e pieno di sé.

«Scusi, ero distratta» borbotto. Non so chi sia e nell’incertezza tengo a freno la lingua. Non posso rischiare di perdere il lavoro prima ancora di cominciare. Ci scambiamo uno sguardo e registro che i suoi occhi sono di un colore indefinibile fra il grigio e l’azzurro e illuminano un viso attraente.

«Tutto a posto?» domanda, di certo lo fa solo per dovere e suppone che risponda di sì senza creargli seccature.

Annuisco ma non posso infilarmi nell’ascensore perché lui è sempre lì davanti. Glielo faccio notare con un «Permesso» e allora si sposta, dirigendosi verso la stanza di Licia. Le domanderò di chi si tratta. Spero proprio che non sia il mio capo rientrato in anticipo. Sento che fra noi ci sarà un pessimo rapporto.

 

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La chioma di Berenice – Amalia Frontali * segnalazione

È uscito un nuovo romanzo di Amalia Frontali, di cui ho letto e apprezzato La gemma di Ceylon. Anche questo è un libro che leggerò presto e di cui vi saprò dire le mie impressioni.

cover chioma Berenice

Sinossi

Il Cairo, 1817
Forte della migliore educazione britannica, a diciott’anni Sarah Bane si sentirebbe pronta per soddisfare la legittima aspirazione di ogni brava ragazza: convolare a nozze con un gentiluomo di forma e di sostanza, passabilmente innamorato e rigorosamente inglese.
Si trova invece imbarcata per l’Egitto, dove lo zio diplomatico le ha combinato un matrimonio di convenienza con un avventuriero italiano, carente di ascendenza, fortune e delle più elementari nozioni di buona creanza. Per quanto male assortita sia l’unione, ribellarsi per Miss Bane è inconcepibile.
Così, con le peggiori premesse, per la fresca sposa del carismatico Giovanni Belzoni, circense di successo, esploratore dilettante, ingegnere amatoriale e aspirante archeologo, inizia una straordinaria e rocambolesca luna di miele lungo il Nilo…


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Il dottor Thorne – Anthony Trollope – Impressioni di lettura

(titolo originale Doctor Thorne (1858); letto nella versione italiana del 2005, trad. Rossella Cazzullo)

La cosa che mi è piaciuta di più in questo romanzo, forse quella che me lo ha fatto apprezzare, è l’ironia.

La storia è decisamente semplice e stupisce come si possa estendere per 730 pagine. Certo, la società del tempo e comportamenti dei suoi membri sono descritti minuziosamente, come i dialoghi, spesso i pensieri. Ma se la vicenda non fosse trattata con ironia, a tratti piuttosto benevola, direi, ma non sempre, non credo che sarebbe così piacevole leggere un simile tomo.

La trama: una ragazza, Mary Thorne, e un giovane, Frank Gresham, che si conoscono fino da bambini, si innamorano e lui afferma che vorrebbe sposarla. Peccato che lui sia di famiglia signorile e la nascita di lei sia invece oscura. A ciò si aggiunge che la famiglia di lui è piena di debiti e pertanto ritiene doveroso che lui sposi una donna ricca, cosa che Mary non è. Il racconto è dunque relativo a questo amore travagliato, a cui si intrecciano le storie di altri personaggi, tutti legati ai due giovani. Fra tutti spicca il dottor Thorne, a cui spetta giustamente anche il titolo del romanzo.

L’amore tra Frank e Mary è contrastato, sì, ma i due protagonisti non si abbandonano mai a scene drammatiche né compiono azioni guidati dalla passione. Questo non significa che non siano davvero profondamente innamorati l’uno dell’altra, Trollope lo mostra nelle loro parole e pensieri.

Come mi accade di solito con i romanzi con molti personaggi, la prima parte della lettura è stata meno scorrevole, anche perché dovevo prendere confidenza con il modo di scrivere dell’autore, poi, più che proseguivo, più che provavo lo stimolo a proseguire.

cobver Dotto Thorne Trollope

Ci sono alcuni comportamenti del dottor Thorne (non ne parlo per non anticipare troppo) che avrei preferito diversi, visto che è certamente un personaggio positivo, comunque probabilmente quello che fa o non fa dipende dall’epoca in cui vive e quindi dai comportamenti della società vittoriana. Mary, invece, è un’eroina senza macchia e senza paura ed è disposta a difendere il suo amore da tutti, pur essendo, per amore, disposta a lasciare libero Frank dal fidanzamento. E anche il giovanotto è un personaggio positivo, che nonostante le lusinghe e le insistenze della famiglia, conserva intatto il suo amore per Mary, anzi, più il tempo passa e più il sentimento matura e si consolida.

Indovinate come va a finire la storia…

Qui riporto quelli che per me sono esempi del modo ironico di raccontare di cui parlavo all’inizio dell’articolo.

In uno degli incontri, pochi per la verità, fra Mary e Frank, lei sta facendo una passeggiata in groppa a un asinello e lui la va a cercare per dichiararle il suo amore e chiederle di sposarlo. Lei però non riesce a rispondere.

Ma Mary continuò a non dire una parola. Non si mordeva più le labbra; quella era una fase superata, stava ormai concentrando tutti i suoi sforzi per evitare che le lacrime cadessero proprio sul viso dell’innamorato. Non disse nulla. Non poteva rimproverarlo e mandarlo via più di quanto potesse incoraggiarlo. Poteva solo rimanere seduta là, tremando e piangendo e desiderando di trovarsi a terra. Nel complesso a Frank piaceva l’asino. Gli permetteva di arrivare a qualcosa di più vicino a un abbraccio di quanto avrebbe trovato fattibile se entrambi fossero stati in piedi. Lo stesso asino era a proprio agio, e aveva l’aria di essere consapevole e di approvare quel che accadeva dietro le sue orecchie.

Qui, invece, c’è un colloquio fra Frank e suo padre, il possidente Gresham; il giovane ha appena comunicato la sua decisione di sposare Mary Thorne.

Il possidente sorseggiò il suo chiaretto, ma al momento non disse nulla. C’era una pacata, virile, tuttavia modesta determinazione nel figlio che lui a stento aveva notato in precedenza. Frank era diventato legalmente maggiorenne, legalmente un uomo, quando aveva compiuto ventuno anni. La Natura, sembra, aveva rimandato la cerimonia finché non ne aveva avuti ventidue. Spesso la Natura rimanda la cerimonia anche a un’età più avanzata – certe volte addirittura si dimentica di compierla.

Un’altra brevissima citazione dal romanzo la trovate qui.

Anthony Trollope nacque a Londra il 24 aprile 1815 e morì a Londra il 6 dicembre 1882. Il dottor Thorne è il terzo di sei romanzi ambientati nella contea immaginaria del Barsetshire.