Scrittura responsabile?

In questo giorni in uno dei gruppi Facebook di cui faccio parte da un paio di mesi, è stato affrontato il tema della responsabilità dello scrittore (e anche del lettore). Questo argomento è stato trattato anche in uno dei blog che seguo, Circolo16 (non ho letto tutti gli interventi).

Pubblico anche qui il mio piccolo contributo, ovvero alcune mie riflessioni sull’argomento, che è davvero complesso.

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Da un punto di vista del lettore/lettrice credo che la parola chiave sia consapevolezza. Consapevolezza di quello che si sceglie di leggere: sapere, per esempio, che non si tratta di “letteratura” o di “modelli” ma di “evasione” mi sembra un distinguo fondamentale. Quindi il problema/la domanda è: come rendere i lettori consapevoli o come salvaguardare quelli che ancora non lo sono (per età o educazione/cultura)?

Da un punto di vista dell’autore/autrice la parola chiave non può essere che libertà di espressione. Non sono però sicura che scrivere di qualunque cosa perché va di moda o perché si vende abbia a che fare con l’espressione; è certo legato alla libertà di fare quello che si vuole, però secondo me la libertà di ciascuno non può ledere quella di nessun altro e non sono sicura che certi testi non possano risultare “nocivi”, almeno per certi tipi di lettori/lettrici (penso ovviamente a quelli più influenzabili come giovani e giovanissimi, ma non solo). In tutti i casi sono dell’opinione che ognuno debba assumersi la responsabilità delle proprie azioni e quindi anche di quello che scrive.

Qualcuno ha giustamente sottolineato che non è importante tanto l’argomento di cui si scrive quanto il modo in cui lo si presenta: mi sembra un aspetto sostanziale. Presentare certi fatti o rapporti come auspicabili è ben diverso che mostrarli (anche senza giudicarli negativamente) nella loro crudezza/realtà.

Personalmente non leggo storie appartenenti ai generi che non mi piacciono, ovviamente neppure ne scrivo. Anche se ognuno, come dicevo sopra, è comunque libero di scrivere le storie che vuole, non posso fare a meno di confrontare – per esempio – certe trame con le vite delle innumerevoli donne e ragazze che nel mondo subiscono realmente sulla loro pelle soprusi di ogni genere quotidianamente e per le quali non c’è alcun lieto fine. Quindi, al di là dei gusti o delle preferenze, trovo che le storie di determinati “generi” siano alquanto inopportune.

 

 

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Elena Ferrante – L’amore molesto

Nel leggere questo romanzo ho provato la stessa sensazione che ho ricevuto dalla lettura de I giorni dell’abbandono e, stavolta, sono riuscita a darle un nome: disagio. Mi mette a disagio il tipo di storia, il comportamento della protagonista e di altri personaggi. Forse è questo l’obiettivo della Ferrante, non so. La scrittura è anche in questo caso precisa, curata. Le descrizioni sono dettagliate ma i dettagli non sono di troppo, sono necessari per mostrare o riflettere gli stati d’animo dei personaggi.

La trama è semplice, lo svolgimento è invece complesso, perché ripercorre la storia dei rapporti tra una figlia e sua madre. Delia, una donna di circa quarant’anni, torna a Napoli, sua città natale, per il funerale della madre, Amalia, che si è suicidata affogandosi in mare, almeno così sembra. Dopo il funerale Delia resta qualche giorno nella città, per ricostruire le ultime ore di vita della madre e capire il perché del suo gesto; la sua ricerca la porta inevitabilmente a rivivere e ad analizzare il rapporto avuto con lei fino dall’infanzia, un rapporto di amore e odio insieme. Mi sembra che anche la scelta dei due nomi, fra i quali c’ una certa assonanza (Ama-lia e De-lia) indichi il legame che c’era fra queste due donne.

Mi sono segnata una frase, durante la lettura, che mi sembra emblematica del modo di scrivere della Ferrante (dal canto mio non ho ancora capito – o deciso – se la frase – mi piace o no):

forse non era atterrita, forse era solo allegra; forse era atterrita e allegra. Amalia aveva l’imprevedibilità di una scheggia, non potevo imporle la trappola di un unico aggettivo.

Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1996.


Scrittura creativa: il finale di una storia #2

Il finale di Pilgrim, che come ho scritto nel relativo post con le mie impressioni di lettura mi ha delusa e mi ha ricordato un altro finale che mi ha rovinato il romanzo che fino a quel punto avevo trovato avvincente e denso di nuovo spunti, ovvero Il codice da Vinci, di Dan Brown.
In questi due romanzi (ma anche in altri) sembra che l’autore, dopo aver messo in piedi un’architettura complessa e in qualche modo destabilizzante per il mondo in cui si svolge la finzione (perché di questo comunque si tratta, di finzione, invenzione, ancorché ambientata in un contesto realistico), abbia paura delle conseguenze che quell’architettura potrebbe causare nella realtà vera e si affretta a farla crollare, in modo da garantire che nel mondo reale lo status quo non venga scalfito.
Con questo tipo di finali non viene, a mio avviso, rispettata la promessa che lo scrittore fa al lettore narrandogli la sua storia: è come se in tutto il romanzo un gruppo di persone organizzasse con immensi sacrifici e studi un viaggio verso Marte e poi alla fine vi rinunciasse perché uno di loro si è fatto male a un piede. Esempio portato all’estremo, forse, ma mi sento davvero un po’ come se leggessi una cosa del genere.
A proposito di Dan Brown trovo, invece, che in Inferno, la promessa sia in parte mantenuta; ovviamente non scendo in dettagli (per nessuno dei tre romanzi che ho citato) per evitare spoiler.

Sono convinta che il finale sia la parte più difficile di una storia e, più la storia è complessa o di suspense, più aumenta la difficoltà di inventarne uno che non vanifichi la costruzione di tutto il romanzo.
Per quanto mi riguarda, scrivere il finale è sempre un momento delicato, anche per il motivo di cui sopra. Solitamente mi trovo in una di queste due situazioni: comincio la prima stesura avendo in testa la storia o comunque la trama dall’inizio alla fine (spesso accede per le storie brevi) oppure scrivo seguendo un’idea di base (più o meno precisa) il cui sviluppo si viene definendo via via e magari cambia più volte durante la stesura. Nel primo caso mettere a punto il finale è meno complicato perché era già definito con tutta la storia; nel secondo caso spesso, anche se inizialmente avevo un’idea della possibile conclusione, questa va rivista, a volte modificata completamente, alla luce dello svolgimento della vicenda e del comportamento dei personaggi (spero con esito soddisfacente anche del lettore…).


Libri letti nel mese di Dicembre 2015, #4

Ecco gli ultimi libri che ho letto in questo mese; fra questi tre rilassanti ebook rosa (che di solito non leggo) che ho scaricato per caso quando erano in promo gratuita e che consiglio a chi ama il genere.

Cocktail a casa Asburgo, Michela Rosa

Un romanzo rosa ironico e spumeggiante, una favola ottima per una lettura rilassante. Una protagonista imbranata e nello stesso tempo coraggiosa, una storia divertente. Qualche refuso.

Tutto accadde dopo un tè al Ritz, Michela Rosa

Una moglie tradita che cerca di ricostruirsi una vita, grazie all’incontro con nuove amiche e al rapporto con l’amica di sempre e una zia speciale. Un romanzo leggero e divertente, che si legge bene. Qualche refuso.

PR in love, Raffaella Lucina Moretti

Una donna impegnata nel lavoro alla ricerca anche di una stabilità sentimentale; una storia gradevole e anche ironica, in qualche punto, per me, con qualche scena forse superflua.

Guaritore galattico, Philip K. Dick

(titolo originale Galactic Pot-Healer, trad. Carlo Pagetti)
Il primo commento che mi viene spontaneo è visionario, ma poi mi dico che è superfluo, in quanto più o meno tutti (almeno a mio parere) i romanzi di Dick sono visionari. Comunque questa storia è davvero molto visionaria.
Il protagonista, Joe Fernwright, è un artigiano che ripara vasi di ceramica, ma da alcuni mesi non ha alcun vaso da ricostruire. La società in cui vive è molto opprimente e ogni azione dei cittadini è controllata dallo Stato. Un giorno a Joe viene proposto di recarsi su Sirio Cinque per svolgere la sua attività di guaritore di vasi: su quel lontano pianeta Glimmung, la creatura che lo ha invitato, vuole far riemergere dall’oceano la cattedrale, Heldscalla. Joe è indeciso se accettare, ma, quando si trova nelle mani della polizia e Glimmung lo fa fuggire, decide di recarsi su Sirio Cinque. Oltre a Joe sono stati convocati esperti in molte materie provenienti da vari pianeti della galassia, creature di forme molto diverse fra loro, di cui solo alcune umanoidi. Glimmung stesso è una creatura molto strana: immensa, capace di assumere forme diverse, di essere presente in più luoghi nello stesso momento.
Su Sirio Cinque si trovano un po’ dovunque copie del Libro delle Calende, in cui è scritto un futuro possibile, o meglio probabile; il solo fatto di leggere queste previsioni può, ovviamente, influenzare, sia pure inconsciamente, le azioni del lettore e quindi il futuro stesso. Joe scopre che in fondo all’oceano non c’è solo la cattedrale ma anche la sua copia Nera, e anche che vi abita un Glimmung Nero, antagonista dell’altro… Sulla trama non aggiungo altro.
Via via che leggevo il romanzo mi domandavo (come per altri romanzi di Dick) se l’autore stesso sapesse o meno come stavano le cose nella realtà che aveva immaginato. Cerco di spiegarmi: ad esempio il Libro delle Calende predice il vero futuro? Oppure solo un probabile futuro? Oppure è la causa del futuro? Ognuna di queste ipotesi porta a diversi sviluppi e a diversi sviluppo porta anche cosa credono i personaggi…
Concludo con un altro mio pensiero su questo romanzo, anche se mi rendo conto che da ho raccontato questo non si evince: trovo che sia, almeno in parte, una storia sulle responsabilità e sulle scelte, da parte di tutti i personaggi e soprattutto di Joe. E il finale ha un sapore positivo.


Libri letti nel mese di Dicembre 2015, #3

Ecco altri libri che ho letto in questo mese. Si tratta di due ebook di autori self e di un romanzo storico.

Tre di spade, Andrea Marinucci Foa, Manuela Leoni

Tre racconti che hanno per protagonisti una ex piratessa e due giovani avventurieri, le cui vicende avventurose sono tratteggiate con una buona scrittura e un filo di ironia. I protagonisti si muovono con abilità e intelligenza in un mondo in cui occorre guardarsi sia dalle spade che dagli incantesimi; sulla loro strada incontrano pericoli, inganni e misteri, ma li superano grazie alle loro capacità e all’amicizia che li lega. Una lettura decisamente piacevole.

La sarta di Mary Lincoln, Jennifer Chiaverini

(titolo originale Mrs. Lincoln’s Dressmaker, trad. Maddalena Togliani)
Un romanzo ambientato per lo più negli anni della guerra di Secessione americana e nel primo periodo successivo alla morte del presidente Lincoln. Elizabeth (Lizzie) Keckely è una schiava che riesce a comprare la libertà per sé e per il figlio George e da Saint Louis si trasferisce a vivere a Washington dove si guadagna da vivere come sarta, diventando presto la più richiesta dalle dame della buona società (bianca, ovviamente).<align=”JUSTIFY”>Dall’elezione di Lincoln come presidente dell’Unione nel 1860 alla sua morte la narrazione, sostanzialmente dal punto di vista di Lizzie, racconta delle vicende politiche e private della famiglia Lincoln; Lizzie diviene non solo la sarta di Mrs Lincoln ma anche sua amica e confidente e le è vicina nei momenti più tragici, momenti che culminano con l’assassinio del presidente. Le due donne restano molto legate anche dopo che la vedova lascia Washington e si trasferisce a Chicago; Lizzie l’accompagna per alcuni mesi poi torna a Washington, dove è molto impegnata con il suo laboratorio di sartoria e con l’associazione, che lei stessa ha fondato, per l’aiuto ai neri che, liberati dalla schiavitù, devono trovare un loro posto per vivere e lavorare. Quando però Lizzie si lascia convincere da un editore a scrivere l’autobiografia (1868), Mary Lincoln interrompe per sempre il rapporto con lei. La sarta continua a seguire le vicende dell’amica per quanto le è possibile, ma non la rivedrà più. 
La narrazione in qualche punto mi è sembrata appena noiosa, mentre in altri è perfino emozionante, per esempio quando si leggono i pensieri di Lizzie su quanto ha fatto il presidente per i neri e contro la schiavitù (anche se nello stesso tempo non si può evitare di indignarsi per il fatto che la schiavitù esistesse e che la sua abolizione sia stata in realtà parziale e lenta e la discriminazione non sia ancora bandita del tutto).
Complessivamente un buon romanzo storico (è basato proprio sull’autobiografia di Elizabeth Keckley) che consente di rileggere dal punto di vista di una protagonista piuttosto speciale un brano di storia degli Stati Uniti: Lizzie è infatti nello stesso tempo amica della first lady e donna nera ex schiava e non dimentica mai di essere entrambe le due cose.

Puzzle, Marialuisa Moro

Un romanzo breve, densamente thriller. Una storia ben condotta e inquietante, dal ritmo che si fa via via più incalzante. L’ambientazione, un paesino della Norvegia settentrionale nella stagione invernale e quindi buia, risulta perfetta per dipingere di toni cupi e opprimenti l’atmosfera in cui si svolge la drammatica vicenda. Personaggi credibili e interessanti. Cover intrigante. Lettura consigliata.


Libri letti nel mese di Novembre 2015, #2

Ecco altri libri letti in questo mese; non manca nemmeno stavolta un romanzo della saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco, ma si tratta dell’ultimo, dato che il tredicesimo volume non è ancora stato pubblicato, se non sbaglio..

L’ultima fuggitiva, Tracy Chevalier

(titolo originale The Last Runaway, trad. Massimo Ortelio)
1850: Honor, una giovane quacchera inglese, parte con la sorella Grace per l’America, dove, in un villaggio dell’Ohio, le attende il fidanzato di Grace, compaesano emigrato da alcuni anni nel Nuovo Mondo. Durante il viaggio via terra per l’Ohio, però, Grace muore. A Honor non resta che raggiungere comunque il fidanzato della sorella e rimanere a vivere nella casa che lui divide con la vedova del proprio fratello. L’accoglienza ricevuta da Honor non è molto cordiale e poi il modo di vivere americano è diverso da quello inglese, nel mangiare come nel modo di comportarsi. A queste difficoltà si aggiunge il fatto che negli stati del Sud è ancora ammessa la schiavitù degli uomini di colore e quanti di loro fuggono e, attraversando gli stati del Nord, cercano di raggiungere il Canada per vivere liberi, vengono inseguiti da cacciatori di schiavi, che, se li catturano, li riportano ai padroni. Honor si inserisce nella rete di persone che cercano di aiutare i neri nelle loro fughe e questo le crea vari problemi, anche con la famiglia dell’uomo che frattanto ha sposato. La vicenda è ulteriormente complicata dall’attrazione che Honor prova per un cacciatore di schiavi, attrazione ricambiata ma che non può portare a niente di buono.
Ho letto tutti i precedenti romanzi di Tracy Chevalier, ma da questo mi aspettavo (forse a torto) qualcosa di più. Nonostante la consueta precisione nella descrizione del contesto storico-geografico, la storia mi è sembrata un po’ troppo lineare. Honor e altre delle donne che lei incontra sono comunque dei bei personaggi, molto credibili. Del resto lo stesso si può dire di tutti gli altri. Probabilmente sono io ad essere troppo esigente…

La danza dei draghi, George R.R. Martin

(titolo originale A Dance with Dragons – Book Five of a Song of Ice and Fire, trad. Sergio Altieri e G. L. Staffilano)
Dodicesimo episodio della saga, nel quale muoiono ancora altri protagonisti, mentre di vari altri personaggi e protagonisti non si sa nulla. Forse si può intravedere una vaga idea del finale, ma i nodi da sciogliere sono ancora molti.


Marcela Serrano, Adorata nemica mia

(traduzione di Michela Finassi Parolo e Tiziana Gibilisco)

Questo libro, pubblicato nel 2013, è una raccolta di 20 racconti, uno dei quali dà il titolo alla raccolta stessa.

 

cover Adorata nemica mia

Quasi tutti i racconti hanno per protagonista una donna, ad eccezione del primo il cui protagonista è un uomo e di altri due che narrano storie di donne in modo un po’ particolare: “Femmine (un divertissement)” parla di due gatte, Anabella e Marilyn, la prima bella e dolce l’altra scontrosa; “Il testimone” è raccontato dal punto di vista di un cane, testimone impotente dell’omicidio di una donna a lui molto cara. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta è Dulcinea de Toboso, la dama di Don Chisciotte, a parlare di sé e di lui.
Storie di donne, di incontri, di infanzie, di amori sbagliati; ambientate in America Latina ma anche nell’ex Iugoslavia. Scritte con un linguaggio molto poetico e nello stesso tempo preciso e talvolta anche duro, com’è nello stile di questa grande scrittrice.

Concludo con una brevissima citazione da “Sopra il gommista”:
Il futuro. Bel concetto. Ingannevole, vago, figlio di una gran puttana.”