Pubblicato in: Citazioni, Libri, Scrittura

Le carte di Propp #1

Anni, fa, leggendo Grammatica della fantasia, di Gianni Rodari, ho scoperto l’esistenza delle carte di Propp. Si tratta di una schematizzazione delle trame delle fiabe e quindi delle storie in generale.

Le schematizzazioni mi intrigano e questa, in particolare, mi intriga doppiamente perché è legata alla scrittura. La teoria di Propp si può estendere alle storie in generale, non è valida solo per le fiabe. In sintesi si può dire che “le storie sono sempre le stesse”. Quindi quello che differenzia le une dalle altre è il modo di scriverle, inteso magari in senso lato, includendo elementi come l’ambientazione, il linguaggio, il punto di vista.

Propp scompone la struttura delle fiabe in funzioni e formula tre principi:

1 gli elementi costanti, stabili della favola sono le funzioni dei personaggi, indipendentemente dall’esecutore e dal modo dell’esecuzione;
2 il numero delle funzioni che compaiono nelle fiabe di magia è limitato;
3 la successione delle funzioni è sempre identica.

Per capire cosa Propp intende per funzioni ecco l’elenco delle prime:

1 allontanamento
2 divieto
3 infrazione
4 investigazione
5 delazione
6 tranello
7 connivenza
8 danneggiamento (o mancanza)
9 mediazione

Già con queste prime nove funzioni vengono in mente trame e storie, o, almeno, parti di esse, no?

Vladimir Jakovlevič Propp, linquista e antropologo russo, nacque a San Pietroburgo il 17 aprile 1895 e morì a Leningrado il 22 agosto 1970. le opere in cui espone le sue teorie sulla struttura delle fiabe sono Morfologia delle fiaba e La trasformazione nelle fiabe di magia.

Le citazioni sono tratte da Grammatica della fantasia.

cover Grammatica Fantasia

 

 

Pubblicato in: Scrittura

Liebster Award 2017

Ecco, dopo diverso tempo, un nuovo Liebster Award. (Per i pochi che ancora non lo sanno, si tratta di un riconoscimento virtuale per blog, un segno di apprezzamento accompagnato da undici domande a cui i premiati devono (facciamo possono…) rispondere).

Ringrazio per la nomina il blog Animadicarta che non conoscevo e che ho trovato molto interessante.


liebster-autumn 2017

Ecco le mie risposte

1. Qual è stato il posto più strano in cui hai scritto? → Non mi sembra di averlo fatto in posti particolarmente strani, anche se l’ho fatto/lo faccio in molte situazioni di attesa. Comunque diciamo in bagno e in auto (ferma, durante un’attesa).

2. Qual è il tuo peggior difetto come scrittore? → Forse in alcuni casi sono troppo sintetica.

3. E il tuo maggior pregio? (niente modestie, su) → Cerco di scrivere in un italiano corretto (all’occorrenza con supporto di grammatica e vocabolari).

4. Qual è l’aspetto della scrittura che più odi? → Non mi pare che ce ne siano.

5. E quello che più ami? → Le scoperte che faccio scrivendo. Non sempre so cosa sto per scrivere, le parole, le frasi vengono fuori dalla penna o dalla tastiera senza che siano state prima pensate.

6. Qual è la scena più difficile che hai scritto finora? → Gli approcci fra una lei e un lui.

7. Qual è il genere che non scriveresti mai, neanche sotto tortura? → Erotico.

8. Qual è il genere di romanzo che scriveresti, se ben pagato e sotto pseudonimo? → Sto sperimentando vari generi perché sono curiosa sia come lettrice che come autrice, quindi a parte l’erotico di cui sopra non ci sono generi che non scriverei. Ma non è detto che saprei farlo in modo soddisfacente, ovviamente.

9. Qual è il genere che vorresti scrivere, ma che sai non scriverai mai? → Vedi risposta precedente.

10. Qual è stato il testo più strano che hai scritto finora? → Forse un racconto lungo ironico e vagamente surreale che parla di uno scrittore di best seller (“Il prossimo best seller”, appunto).

11. Un tuo personaggio che hai odiato? → Non mi pare di averne odiato nessuno.

I blog che nomino

Lo scopo del Liebster è quello di far conoscere i blog, quindi nomino qui sotto alcuni blog. Ovviamente non ci sono obblighi di risposta…

Daniela e dintorni di Daniela Domenici

G di Giorgia di Giorgia Golfetto

Libricity group

Queste pagine di Concetta D’Orazio

Azzurropillin di Silvia Pillin

Chiacchiere e distintivo di Roberto Bonfanti

 
E, comunque, tutti sono i benvenuti per rispondere, in fondo il Liebster serve anche per conoscerci meglio.

 

Ed ecco le mie domande – ripropongo quelle fatte a me, perché le ho trovate interessanti e divertenti, tanto i destinatari scrivono tutti…

  1.    Qual è stato il posto più strano in cui hai scritto?

    2. Qual è il tuo peggior difetto come scrittore?

    3. E il tuo maggior pregio? (niente modestie, su)

    4. Qual è l’aspetto della scrittura che più odi?

    5. E quello che più ami?

    6. Qual è la scena più difficile che hai scritto finora?

    7. Qual è il genere che non scriveresti mai, neanche sotto tortura?

    8. Qual è il genere di romanzo che scriveresti, se ben pagato e sotto pseudonimo?

    9. Qual è il genere che vorresti scrivere, ma che sai non scriverai mai?

    10. Qual è stato il testo più strano che hai scritto finora?

    11. Un tuo personaggio che hai odiato?

 

 

 

Pubblicato in: Citazioni, Libri

Stoner – John Edward Williams * impressioni di lettura

(titolo originale Stoner, 1965; letto nell’edizione 2012, trad. Stefano Tummolini)

Ho preso in mano questo romanzo più volte, perché consigliatomi da varie persone, ma lo ho sempre posato, mai convinta alla lettura dalla quarta di copertina.
Pochi giorni fa l’ho trovato in versione ebook e in abbonamento Kindle Unlimited, così l’ho scaricato e iniziato.
Ecco: bisogna iniziare a leggerlo, questo libro, saltando la quarta di copertina e magari anche la copertina stessa. Se farete così vi prenderà fino dalle prime pagine e vi sorprenderete di questo, che una storia così normale, una storia come tante, vi tenga incollati alle pagine.
Almeno, a me ha fatto questo effetto.

cover STONER

Stoner è una persona qualunque, piuttosto sfortunata e, forse, debole. Però è nello stesso tempo un personaggio eroico, a suo modo.
Certo è che Stoner ha una passione, che è la letteratura: se ne innamora mentre segue una lezione e questo amore dura tutta la vita.  Diviene così un insegnante di letteratura, nella stessa università in cui si laurea. Altrettanto certo è che Stoner ha delle difficoltà a gestire i rapporti con le persone, in parte li subisce, in parte li sfugge.
Comunque sia, al di là della vicenda, che è la storia di una vita qualunque, è il modo di raccontarla che rende questo libro speciale, a mio parere.
Nel corso della vicenda Stoner si pone domande sul senso della vita e il romanzo si può leggere, in parte, come una riflessione su questo tema.

Nel libro c’è una postfazione di Peter Cameron, di cui riporto alcune righe che spiegano meglio di come ho fatto io quale sia il maggior pregio di questo romanzo:

 

La maggior parte degli scrittori, buttato giù il primo paragrafo del romanzo, avrebbero rinunciato. A che scopo continuare? In quelle prime righe trapela l’intera vita di William Stoner, una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato; mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita; per quasi quarant’anni è infelicemente sposato alla stessa donna; ha sporadici contatti con l’amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo; per sua ammissione ha soltanto due amici, uno dei quali morto in gioventù. Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante.

E la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria.

E, infine, questo è l’incipit del romanzo:

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo.

 

Pubblicato in: Citazioni, Libri, Scrittura

Scrivere zen – Natalie Goldberg #4

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)

20161230_141111 blog

Un altro concetto interessante e condivisibile, almeno per me, è quello descritto nel capitolo “Problemi con il revisore”. La Goldberg considera lo scrittore come diviso in due figure: il creatore e il revisore. E afferma che i due ruoli devono essere distinti e lavorare separatamente, altrimenti il revisore potrebbe bloccare la creatività.

Ecco le sue parole:

Quando ci si dedica allo scrivere, è importante tenere il creatore separato dal revisore, cioè dal censore interno, così che il creatore goda di ampio spazio per respirare, esplorare ed esprimersi. Se il revisore comincia a scocciare sul serio, e ci si trova in difficoltà a distinguerlo dalla propria voce creativa, ogni volta che è necessario sedetevi e scrivete quello che vi sta dicendo; concedetegli di esprimersi pienamente. “Sei una stupida, chi ti ha detto che sai scrivere, che cosa sono queste schifezze…”

Meglio lo si impara a conoscere, questo revisore, e più facile diventa ignorarlo. … Non rafforziamone il potere ascoltando le sue parole vuote.

In effetti, se stiamo scrivendo la prima stesura di una storia e quindi siamo nella fase più creativa, giudicare quello che si scrive mentre lo si scrive può essere bloccante. E fermarsi per criticare ciò che si scrive prima di averlo finito può anche impedirci di finirlo. Invece, una volta arrivati in fondo alla storia, avremo modo di apprezzare e utilizzare il nostro senso critico: anzi, sarà necessario affidarsi a lui per correggere e modificare tutto quello che non funziona.

 

Pubblicato in: Citazioni, Libri, Scrittura

Scrivere zen – Natalie Goldberg #3

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)

20170416_154342 blog

Un capitolo del libro si intitola “Scrivere ovunque”: come si intuisce facilmente suggerisce che è possibile scrivere ovunque e in qualunque situazione, per difficile che possa sembrare.

Trovo che sia vero, almeno in parte, per me. Ho imparato a scrivere in molte situazioni “di attesa” e nonostante la confusione. Certo non potrei revisionare un testo, in quella fase ho bisogno di calma e di un minimo di comodità, ma riesco a buttare giù parole e pagine, anche se poi, le correggerò, magari pesantemente. È comunque bello poterlo fare, è un modo per restare in contatto con l’idea e la storia a cui sto lavorando. O, a volte, per iniziare qualcosa di nuovo.

Ecco quella che, a mio parere, è la parte centrale del capitolo:

Tira fuori un altro taccuino, prendi un’altra penna, e scrivi, scrivi, scrivi. Al centro del mondo, basta fare un solo passo positivo. Al centro del caos, basta fare un solo atto definitivo. Scrivi e basta. Si’ di sì, resta viva, sii desta. Scrivi e basta. Scrivi. Scrivi.

In fin dei conti la perfezione non esiste. Se si vuol scrivere, bisogna tagliar corto e scrivere. Non esistono atmosfere perfette, quaderni perfetti, penne o scrivanie perfette. Perciò bisogna addestrarsi a essere flessibili.

Aggiungo anche che, per quanto mi riguarda, cerco di scrivere anche quando sento che quello che metto nero su bianco non mi piace. Lo butterò, lo cambierò. Ma intanto resto ancorata alla storia e alla scrittura.

 

Pubblicato in: Citazioni, Libri, Scrittura

Scrivere zen – Natalie Goldberg #2

(Titolo originale “Writing down the bones”, Traduzione di Bernardo Draghi; originale pubblicato nel 1986; edizione italiana da me letta del 1987)

20170624_100349

Fra gli altri suggerimenti Natalie Goldberg consiglia di non arrendersi, di non lasciarsi scoraggiare dagli insuccessi. Questo è vero per la scrittura, ma ovviamente lo è per ogni cosa a cui si tiene veramente.

Ma non dobbiamo ascoltare i nostri dubbi. Non ci portano che sofferenza e depressione.

A volte, aggiungo, i dubbi sono la voce, o, almeno, i sostenitori della pigrizia. Perché perseguire uno scopo, assecondare una passione è anche molto faticoso e richiede molta volontà. È più facile rinunciare, se le cose non vanno subito come si vorrebbe. Ma rinunciare non vale…

 

Pubblicato in: Libri

Tre piani: Il castello di seta – Laureen Caldwell * Impressioni di lettura

Questo romanzo è la seconda parte di Tre piani: L’attico di vetro ed è altrettanto ben scritto ed ha un linguaggio e uno stile particolari, come si può leggere in questo breve estratto:

Un’infermiera, o forse un medico, la ragazzina era rimasta parecchio tempo a interrogarsi su quella stranezza semantica, se era infermiera era donna, il medico era uomo, poteva essere il contrario, ma la condizione predefinita era quella, comunque un’entità in camice bianco, che la sua ribellione femminista adolescenziale rifiutava di incasellare, dato che non ne aveva trattenuto l’immagine in mente, aveva detto quelle parole, in un qualche momento. Il Lexotan le impediva di provare l’emozione che avrebbe dovuto, ovvero un sollievo enorme, smisurato, nel sapere che suo padre era vivo.

Nella storia ritroviamo i personaggi della prima parte, alcuni più presenti e altri meno; la vicenda è incentrata soprattutto sugli aspetti gialli e non mancano i colpi di scena.cover attico vetro 2 castello seta
Non so perché, però, fra i due romanzi mi aveva più intrigato il primo, forse per la novità costituita dalla scrittura. Ad ogni modo è una lettura che consiglio.
Personalmente avrei fatto a meno dell’Epilogo, che a mio parere banalizza un po’ un romanzo che di banale non ha molto.

Qui le mie impressioni di lettura sulla prima parte.

Sinossi

SECONDO E CONCLUSIVO VOLUME del ciclo ‘TRE PIANI’
Intrappolato nel suo attico di vetro, mentre Stella è lontana, Ian deve decidere se quello che vuole è una vita agiata e perfetta, o se combattere per essere felice.
Nel frattempo emergono nuovi inquietanti elementi dal passato di Stella, e Ian capisce che dietro il suo abbandono c’è molto altro… c’è qualcosa che potrebbe mettere in pericolo tutto quello che ha sempre voluto proteggere, e che adesso dipende soltanto da lui.
Stella, dal canto suo, non permetterà che chi ama venga coinvolto in qualcosa che ha già distrutto la sua vita, quando aveva soltanto sedici anni.
L’attico, perfetto e ordinato, comincia a mostrare le prime crepe…

 

Pubblicato in: Libri

Tre piani: L’attico di vetro – Laureen Caldwell * Impressioni di lettura

Il pregio maggiore di questo romanzo, che pure ne ha parecchi, è, a mio parere, la scrittura. Inconsueta. Precisa. Sapiente.

Originale e condotta in modo mai banale anche la narrazione, che rende una storia apparentemente come tante diversa da tutte le sue simili.

I personaggi sono a tutto tondo, complessi e credibili.

In qualche passaggio mi è sembrato appena lento, ma non credo che questo si possa considerare un “difetto”, bensì una caratteristica dello stile, appunto, molto particolare, insolito. Uno stile che rifugge dalle frasi facili e no teme i periodi più lunghi.

Per rendere l’idea riporto l’incipit.

Convenzione vuole che il primo incontro tra due persone sottintenda la presenza fisica dei diretti interessati, o quantomeno la consapevolezza, da parte di entrambi, che l’incontro abbia avuto luogo. Sul piano semantico, un incontro a cui gli incontrandi non siano presenti, non può definirsi tale.

cover attico vetro

Sinossi

Un vecchio palazzo del centro, di una qualsiasi città in Italia, vede passare la storia, crolla sotto i bombardamenti, cede nell’abbandono del dopoguerra. Viene ristrutturato, acquistato, venduto, e infine suddiviso secondo criteri diversi da quelli degli aristocratici medievali che l’avevano costruito. I negozi del pianterreno, gli appartamenti dei piani nobili, e nel seminterrato, il sottomondo di studenti, precari, semiclandestini che vivono in affitto. Niente sembra destinato a cambiare, e forse, in fondo, niente cambia davvero.
Ian Alberici, italianissimo e facoltoso avvocato, di ricca e nobile famiglia, affascinante, intelligente, pieno di qualità, sposato con un’attrice televisiva dalla carriera in ascesa, è il nuovo proprietario dello stabile.
Stella Salieri, laureanda in veterinaria, già lavoratrice nell’ambulatorio posto a pianterreno, vive nel seminterrato, in un monolocale che niente ha a che vedere con l’attico eccelso nel quale risiede la sorella di Ian, che ha lasciato la tenuta di famiglia dopo che un evento terribile ha stravolto per sempre l’esistenza degli Alberici.
Destinati a non incrociarsi mai, i loro destini convergono, si ingarbugliano, e non ci sarà più modo di districare la matassa.
Dall’attico al seminterrato, e poi dal seminterrato all’attico, Ian e Stella hanno entrambi disperatamente bisogno di sfuggire alla condanna delle rispettive esistenze, e soltanto quella che dovrebbe essere una squallida storiella clandestina riuscirà a risollevarli dalla condanna che li ha intrappolati, rispettivamente, nell’attico e nel seminterrato.
Forse, l’amore può rimediare all’ingiustizia.
Ma abbandonare il proprio piano non è facile.


Pubblicato in: Interviste self

Intervista a Roberto Bonfanti

Oggi pubblico l’intervista fatta a un altro bravo autore self, Roberto Bonfanti, autore di alcuni romanzi e raccolte di racconti, tutti pubblicati come ebook self sullo store di amazon. Ho un particolare feeling con la scrittura, spesso velata di ironia, di Roberto, forse perché siamo entrambi toscani.

  1. Perché scrivi? Qual è la molla che ti spinge a farlo?

Domanda difficile. Credo che scrivere sia la forma di comunicazione per eccellenza, il modo di esprimere i propri pensieri con una costruzione complessa e articolata. Inoltre mi piace immaginare e dar voce a qualcuno “altro da me”, forse per lo stesso motivo per il quale amo leggere: vivere più esistenze rispetto alla mia, della quale non mi posso lamentare, ma che è pur sempre una sola.

  1. I tuoi scritti appartengono a generi diversi; ti trovi a tuo agio in tutti o ci sono dei temi e dei contesti che senti più affini e, quindi, dei quali preferisci scrivere?

La narrativa contemporanea, termine che racchiude tutto e niente, è il genere nel quale mi trovo più a mio agio. Nei miei scritti ci sono spesso riflessioni sulla vita, sul quotidiano, affidate ai miei personaggi, che sono uomini e donne comuni, con le loro gioie e i loro piccoli e grandi drammi. Mi piace mettere alla prova questa “normalità” calandola in situazioni che, invece, non lo sono affatto.

cover La vita è dura nei dettagli

  1. Da cosa prendi spunto per le tue storie?

Dipende, a volte da una parola, da una conversazione ascoltata per caso, da un fatto o una notizia di cronaca, in generale dal mondo che mi circonda. Poi magari lo spunto iniziale diventa secondario e le parole vanno in tutt’altra direzione. Spesso il titolo mi viene in mente prima della storia e del suo sviluppo.

  1. Quanto c’è di autobiografico nelle tue storie?

C’è il mio riflesso, che cerco di nascondere il più possibile, qualche volta ci riesco bene, altre volte continua, capricciosamente, a fare capolino qua e là nel racconto.

  1. Cosa ti resta più difficile nello scrivere? (Ad esempio l’inizio, la fine, la revisione…)

L’inizio, la fine, la revisione… e tutto quello che c’è in mezzo. Seriamente, penso che scrivere non sia mai facile; ci sono i momenti in cui le parole scorrono fluide dai miei pensieri al foglio di carta, pardon, alla pagina di word, ma anche in quelle occasioni felici trovo che lo sforzo di rendere, al meglio delle mie possibilità, la mia scrittura convincente, be’, quello non  mi abbandona mai. Non parliamo poi di quando vengo assalito dal blocco dello scrittore!

  1. Cosa ti entusiasma di più nella scrittura?

Quando riesco a scrivere un passo che mi sembra ben riuscito mi sento gratificato. Poi, magari, il giorno dopo lo rileggo, non mi sembra più così buono, lo modifico finché non mi appaga. Questa alternanza di entusiasmo e scetticismo che, forse, è il mio approccio comune a tutto quello che faccio.

  1. Cosa cerchi o pensi di comunicare/condividere con i tuoi lettori?

Spero di riuscire ad entrare in empatia con il lettore, di esporre ciò che voglio raccontare come un possibile punto di vista capace di far riflettere, sorprendere, emozionare, all’occorrenza divertire.

  1. Quali sono le tue letture preferite, intese sia come genere che come libri singoli?

Sono cresciuto leggendo di tutto, molti classici, tanta fantascienza (non mi perdevo mai un numero di Urania), genere che peraltro non ho mai affrontato come autore, forse perché mi manca quella capacità visionaria che mi affascinava tanto nei romanzi che leggevo da ragazzo. Anche ora sono un lettore onnivoro, ma se devo citare qualche autore in particolare direi che, in ordine sparso, i miei preferiti sono: Calvino, Bulgakov, Ballard, Palahniuk, Dostoevskij, Benni, Kafka, Bukowski, Eco…

  1. Da quanto tempo scrivi?

Da tanto tempo, ma in maniera molto discontinua. Solo negli ultimi anni sono riuscito a dare forma più concreta ai miei scritti, e così sono nati i racconti, i romanzi.cover-rb-cose-che-si-rompono

  1. Trovi stimolante, utile, piacevole la collaborazione con colleghi o preferisci evitarla?

La trovo molto interessante, forse più negli aspetti comunicativi che nella scrittura vera e propria. L’era dei social network mi ha fatto scoprire un universo variegato e multiforme di letteratura indipendente. Ho frequenti contatti e scambi di opinioni con altri autori, con i quali intrattengo, quasi sempre, un ottimo rapporto. Ho anche dedicato un blog a questo mondo.

  1. Progetti per il futuro, relativamente alla scrittura e dintorni?

Avere più tempo da dedicargli, scrivere meglio, leggere tanto, portare a termine cose iniziate e passare oltre.

  1. Una domanda a cui ti piacerebbe rispondere che non ti ho fatto?

Non abbiamo parlato di motociclette, sarà per un’altra volta!

 

Grazie Roberto per averci raccontato di te e del tuo rapporto con la lettura e la scrittura.

Auguri per i tuoi romanzi e racconti. Spero di leggere presto un tuo nuovo ebook.

Pubblicato in: Interviste self

Intervista a Concetta D’Orazio

Ecco una nuova intervista self.

Concetta D’Orazio, raffinata autrice, ha risposto alle mie domande e nel seguito potete leggere le sue risposte, che trovo molto interessanti e personali. Concetta tiene da diversi anni un blog in cui parla fra l’altro di scrittura, di Abruzzo (la sua terra); vi consiglio di visitarlo perché i suoi articoli sono originali e scritti in un italiano impeccabile. Questo il link: questepagine.

  1. Perché scrivi? Qual è la molla che ti spinge a farlo?

Ho sempre enorme difficoltà a elaborare risposte di questo tipo. Il motivo è molto semplice: non esiste una molla che mi spinge a scrivere, o meglio, essa non è sempre la stessa. Il bisogno di calare sul foglio sensazioni, ricordi, storie che sento nell’intimo non è mai uguale. Negli anni mi è capitato di mettermi a scrivere in momenti di particolare tristezza o anche nel corso di periodi per me molto felici. A volte la scrittura si è rivelata importante per superare situazioni difficili, a volte è stata compagna di momenti di tranquillità.
Spero che un giorno riuscirò a comprendere qual è lo sprone allo scrivere. E se anche non dovessi scoprirlo, me ne farò una ragione.

  1. Mi sembra che per te siano molto importanti la lingua, la correttezza della scrittura, la precisione delle parole utilizzate nei tuoi testi: quanto lo sono rispetto alla trama e ai personaggi? E, per te, quanto sono legati fra loro questi tre elementi?

Una buona scrittura deve saper trasmettere emozioni, tempi, attese, azioni. Mi pare naturale che, al fine di ottenere questo risultato, l’impegno di chi scrive debba concentrarsi sulla resa linguistica adatta e corretta, finalizzata alla comprensione della storia. In diverse parole: l’errore di lingua finisce per penalizzare la stessa storia e per rendere incomprensibile lo svolgimento della trama.
L’utilizzo del linguaggio, naturalmente, deve essere anche adattato alle caratteristiche dei diversi personaggi e alla ricostruzione scenica: un’ambientazione raffinata non può prescindere da una dizione elegante, così come una cornice ti tipo popolare ha bisogno di una parlata modesta.
La correttezza grammaticale e sintattica, la scelta del registro linguistico sono, dunque, in proporzione e in sintonia con trama e personaggi.

  1. Quanto c’è di autobiografico nelle tue storie?

Quando una storia prende forma, sotto le mie mani, mi pare naturale ed istintivo lasciare una impronta nella narrazione.
Non saprei scrivere in maniera assolutamente oggettiva e distaccata. L’elemento autobiografico non si esplicita per forza (quasi mai) in un episodio veramente accadutomi o nell’inserimento di un personaggio che davvero mi appartiene.
La mia vita è composta di emozioni, colori preferiti, paesaggi che prediligo, comportamenti che detesto: sono queste le componenti personali che lascio cadere in quel che sto scrivendo.
Il discorso, se vogliamo, si fa un po’ diverso per quel che riguarda Nero di memoria, il romanzo che trae spunto dai racconti che i miei nonni riferivano al tempo di guerra: l’idea ha preso forma dai ricordi ma poi è stata elaborata in maniera molto libera e lontana dal verosimile accaduto ai miei famigliari.

  1. Cosa ti resta più difficile nello scrivere? (Ad esempio l’inizio, la fine, la revisione…)

Sono sincera, quando sono impegnata nella scrittura di un romanzo, l’ascolto della storia da narrare non sempre mi riesce semplice e chiaro. La scrittura, dunque, incontra spesso molte difficoltà causate dal fatto che non riesco ad intendere con chiarezza quello che i personaggi che mi parlano dentro hanno da mostrarmi e da farmi registrare.
Generalmente l’inizio è quasi sempre abbastanza chiaro: deve esserlo, altrimenti la storia non parte. E questo quei furbi dei miei personaggi lo sanno: mi parlano in maniera diretta, incalzando l’inizio del racconto. In taluni casi, tuttavia, si prendono gioco di me e mi mescolano le carte in centro. Ecco, diciamo che la parte che mi risulta più difficile da narrare si trova spesso nel mezzo della storia!
La revisione, pur essendo un po’ noiosa, è invece il momento in cui procedo più spedita.

  1. Cosa ti entusiasma di più nella scrittura?

Una volta che ho deciso la direzione a dare alla trama, inizia per me il momento più entusiasmante della scrittura: sviluppare la storia, giocando con le parole: le scelgo giuste, le calibro, le arrotondo e le abbellisco.
La versatilità della parola scritta si rivela ogni volta un gioco molto elettrizzante. Mi diventa così difficile staccarmi dal foglio, dal momento che voglio e cerco la compiutezza del messaggio, che possa presentare e far comprendere le linee evolutive della storia.

  1. Cosa cerchi o pensi di comunicare/condividere con i tuoi lettori?

Quando mi accingo a scrivere non penso mai al fatto di voler comunicare qualcosa. Non credo di avere messaggi importanti o ideali così magnanimi da condividere. La scrittura, l’ho già detto, per me è momento di sfogo e io sono e resto la prima persona cui le mie frasi e i miei racconti sono rivolti.
Al limite posso dire che mi piace mettere in pubblico il mio sfogo, ma non ho nessuna presunzione di voler trasmettere qualcosa.
Devo tirare fuori quello che mi balla dentro e questo mi basta. Lascio ad altri, più bravi di me, il sacro furore dello scrittore.
E poi, me lo chiedo, te lo chiedo: davvero ho dei lettori?

  1. Trovi stimolante, utile, piacevole la collaborazione con colleghi o preferisci evitarla?

La collaborazione con altri colleghi è per me stimolo a perfezionarmi. La crescita professionale degli altri si rivela, oltre che grande soddisfazione, anche un’esortazione a mettermi alla prova e tentare di avanzare anch’io.
A questo aggiungo che sono sicura che, in ogni campo del sapere e della scienza, la collaborazione positiva permette di unire le forze (esperienze, conoscenze, attitudini) per ottenere un qualsivoglia prodotto sempre perfetto.
Non posso dire di sentirmi sempre in sintonia con tutti. Con gli anni ho imparato a selezionare (che brutto verbo!) le persone con cui penso di avere affinità di redazione o comunque di pensiero. Mi piace, perciò, concentrarmi su questo tipo di relazione prima di tutto di amicizia, dopo di stesura e composizione.

  1. Una domanda a cui ti piacerebbe rispondere che non ti ho fatto?

Potresti chiedermi quanta parte del mio tempo è dedicata alla scrittura. Io potrei risponderti che, contrariamente alle mie previsioni, con l’avanzare degli anni, il tempo da riservare alla mia passione è sempre più limitato.
Ogni volta che faccio qualche progetto in merito, sono costretta a ridimensionare lo spazio, in termini temporali, che posso dedicare ai miei pensieri di scrittura. Gli impegni della vita quotidiana sono sempre in aumento e così, ogni volta, sono costretta a rivedere le mie priorità, revisionare le mie pianificazioni e semmai cancellare qualche progetto.
Non mi perdo d’animo, però! Sono fiduciosa e spero di poterti rispondere con più soddisfazione, quando in futuro mi farai nuovamente questa domanda che ora non mi hai fatto. Scherzo!

Ti ringrazio per aver pensato a me per questa intervista.

Io ringrazio te per le risposte e per il tempo che ci hai dedicato.

Fra i vari ebook pubblicati sullo storie di amazon da Concetta D’Orazio vi propongo i due romanzi “Nero di memoria” e “La fragranza dell’assenza”. È superfluo dire che li consiglio entrambi.

cover Nero    cover Fragranza