Pubblicato in: Libri, Racconti

PECORE CON GLI SCARPONI, #18

La grande illusione

Dal libro che aveva preso dal comodino scivolò un foglio, che volteggiando si posò ai suoi piedi. Era a quadretti, strappato da un blocco di quelli con la spirale, come testimoniavano le frange lungo uno dei lati più corti. Lo raccolse per gettarlo, supponendo fosse un promemoria che aveva fallito o esaurito il suo compito.

Era qualcos’altro: una pagina e mezzo riempita di parole fitte, senza data né firma, quindi non una lettera. Chissà chi le aveva scritte e perché erano finite nel suo libro, lei non aveva l’abitudine di affidare alla carta i suoi pensieri. Da adolescente aveva tenuto un diario per un po’, poi le era sembrato che una persona adulta potesse e dovesse farne a meno. Però, guardando meglio, si accorse che la calligrafia era molto simile alla sua…

Sono il figlio, o la figlia. Incerta presenza nella tua vita. Incerta per il sesso ma non solo. Anche per la realtà. Talvolta quasi tangibile, più spesso dimenticata. Banco di prova, timore, paura. Sgomento e attrazione, bisogno, desiderio, ripulsa. Sono tutto e niente, un compimento e una rinuncia, forse una degradazione. Sono il figlio e la figlia, carne tenera da curare, animo fragile da proteggere e rispettare.

Una sfida continua per te stessa e per gli altri. Sono il figlio nascosto fra le pieghe della tua gonna, attaccato ai tuoi pantaloni che sfugge la mano protettrice e poi la ricerca.

Che dice sì e poi no alla stessa domanda, forse era diverso il tono.

Sono il figlio che ti fa gli agguati, sorridendo invitante dai passeggini incontrati sui marciapiedi, e anche quello che afferma la sua diversità nelle bizze al mare, in un bar, per la strada.

Sono un elastico che si avvicina e si allontana. Un dubbio che si insinua sempre più nel profondo e che non riuscirai mai a colmare.

Sono vivo e presente. Anche se non nascerò.

Ho mille problemi e paure. Ho paura del buio e del domani, cerco un rifugio sicuro e piango spesso. Ma so ridere e vedere oltre la notte. Sono qui e aspetto. Potremmo piangere insieme, un giorno, invece che ognuno sul proprio cuscino. Potremmo farlo, se vuoi.

Sono piccolo e biondo, forse sono una bambina. Occhi chiari, intimiditi. Grassottella, paciosa. Sensibile agli umori come un barometro all’atmosfera. Sono qua e là, girello per la casa.

Ci sono e non ci sono. Vengo, me ne vado. Faccio promesse, non so se le manterrò.

Ascolto, penso, osservo. Forse vorrei venire, forse no.

Più facile restare nel limbo, più facile aspettare, forse un’altra occasione. Più facile ma anche più noioso. Forse vorrei venire, affacciarmi davvero. Vedere di persona come funziona, cosa vuol dire. Mamma perché non mi chiami? Forse se tu lo facessi potrei venire e allora non ci sarebbero più dubbi. Sono qui che aspetto e mi domando e ti domando “che si fa?”.

Questo parlarci a distanza mi stanca, mi esaurisce. Mi svuota. Come se invecchiassi senza essere mai nata. Diciamoci una parola definitiva, in fondo la scelta è fra due sole: ”vieni” o “addio”.

Credo che saprei scomparire, se fosse necessario. Ma decidiamo se ci vogliamo conoscere o no. Se vogliamo portare alla luce il nostro rapporto o lasciarlo nell’ombra e allora io piano piano svanirò, mi allontanerò e resterò un ricordo, uno dei tanti, forse un rimpianto, uno dei tanti. Una candela consumata e spenta come dice (d’altro) Kafavis.

Incredula lo rilesse, fino a che ammise che sì, c’era stato un momento e un uomo, una decina di anni prima, con cui aveva creduto – per poco – di poter condividere molto, forse anche un figlio.

La grande illusione, così l’aveva definita fra sé. Poi si era convinta che in fondo lo aveva sempre saputo che quel rapporto non sarebbe durato, tanto che anche nella sua memoria occupava uno spazio remoto, e non sarebbe tornato a galla senza quel foglio galeotto. Quell’esperienza le aveva lasciato un’ultima manciata di chili in più e un foglio. Lo ripose nel libro e il libro sullo scaffale.

Un figlio… quali sensazioni, sentimenti, emozioni le negava la sua assenza? Avrebbe saputo assaporare il mistero della nascita o sarebbe stata travolta dal suo accadere?

Carezzò la costola del libro, quel foglio era tutto ciò che restava dell’unica volta in cui si era sentita appena sfiorare dalla possibilità di essere madre. Era un’eventualità così lontana dalla sua vita che aveva sempre evitato di rifletterci su e di chiedersi se avrebbe desiderato diventarlo o meno.

Probabilmente sarebbe stata una cosa media anche come madre…

 

Pubblicato in: Citazioni, I miei libri, Libri, Scrittura

Progetti #1 – un romanzo

A breve, spero, pubblicherò un nuovo romanzo in formato ebook Kindle, il cui titolo dovrebbe essere “La grande menzogna” (ma potrebbe diventare “La più grande menzogna”).

Al momento l’ho affidato ad alcuni beta reader, per avere un riscontro pre-pubblicazione. È una cosa che non ho fatto per nessuno degli altri ebook e quindi rappresenta per me una nuova esperienza.

Non so come mi comporterò se le critiche di questi lettori saranno tali da farmi mettere in dubbio l’opportunità di pubblicare il romanzo. Spero che questo non accada, ovviamente, ma la possibilità esiste. In questo momento però non ci voglio pensare, avrò tempo e modo di farlo se sarà il caso.

Anche in questo romanzo si parla di scrittori, ma il tono non è ironico come ne “Il prossimo best seller”. La vicenda è una sorta di giallo psicologico, anche se non si tratta neanche stavolta di un vero e proprio giallo. È una storia, anzi l’intreccio di due storie, che in certo senso vanno a sovrapporsi.

Trascrivo alcuni dei pensieri espressi da uno dei protagonisti sulla scrittura, perché somigliano molto ai miei.

I personaggi e le loro vicende mi premono dentro, se non li libero mi sento sul punto di scoppiare. Resisto finché posso, ma alla fine vincono loro. Mi chiedo se sono fantasmi che vagano per l’etere alla ricerca di qualcuno che dia loro una sorta di corpo e di vita.

Dapprima è un caos, un alternarsi di buio e luce, un confondersi di immagini e di sensazioni. Poi, lentamente, linee disordinate e disperse si uniscono, un po’ per volta, e si formano figure sempre più distinte, con una loro volontà e vicende loro da raccontare. Allora scrivo. Forse, fra un po’, questi giorni saranno sufficientemente lontani nel tempo e diverranno altro, concime necessario per un nuovo raccolto. Il mio passato, quel che avviene intorno a me e nel mondo si depositano a strati nel mio inconscio, e, lì, nutrono fantasmi.

Niente di quello di cui scrivo esiste. Ma è poi così sicuro che la realtà sia proprio quella che consideriamo tale? E i mondi creati nella fantasia cosa sono? Sono davvero senza consistenza oppure hanno la realtà che scegliamo di dare loro? A volte penso che i miei romanzi trattino di persone vere, che io non conosco, ma che in qualche modo comunicano con me e mi raccontano le loro vicende, così che io le possa mettere su carta.

Tutti i miei personaggi inseguono se stessi, in un modo o nell’altro. Si scrive sempre la stessa storia, qualcuno l’ha detto. Magari a pezzi, di certo cambiando gli attori e, solo apparentemente, le scene: da ciascuno di noi non può venire fuori altro che quello che ha dentro, è inevitabile.