In biblioteca #36

Passaggio in biblioteca, oggi, per riportare quattro libri di Philip K. Dick, anche se non li ho letti tutti ma solo due, stante l’elevato numero di ebook che, invece, ho letto.

Guardando nelle vetrine mi sono imbattuta in un romanzo di Massimo Carlotto, autore che mi piace molto.

Se non lo conoscete vi consiglio di provarlo. Fra i suoi libri, particolarmente incisivi due non esattamente romanzi: Il fuggiasco (autobiografico) e Le irregolari. Buenos Aires horror tour (inchiesta).

Questo è il romanzo che ho preso:

Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane – Massimo Carlotto

 

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Fuga dal vuoto: storie di uomini sconfitti – Jacques Oscar Lufuluabo * impressioni di lettura

Racconti ben scritti, storie dure, spesso senza speranza. Personaggi sconfitti, più da se stessi che dalla vita. Un linguaggio diretto, ma non povero, di volta in volta disegnato sul protagonista della storia o, meglio, atto a definire e dipingere il protagonista.

Racconti per riflettere, una lettura che non lascia indifferenti.

cover Fuga dal vuoto Oscar

Sinossi

Insoddisfazione, codardia, inettitudine, sono solo alcuni dei tratti che caratterizzano i personaggi di questa antologia. Uomini prigionieri di se stessi, o del mondo circostante, che nel tentativo di sottrarsi alle complicazioni della vita si ritrovano ad affrontare le paure e le incertezze che segnano l’esistenza di ognuno di noi.
Un viaggio interiore in cui la “fuga” diviene sinonimo di sconfitta, perdita, evasione e spirito di sopravvivenza.

Tutto a un tratto ripenso a me e mio padre. Amici nemici. Una casa per amarsi. Una casa per odiarsi. E un mondo dal quale restar fuori.

 

 

Senza volto – Andrea Engheben * impressioni di lettura

Uno strano romanzo, direi. E con strano intendo un po’ di tutto: un protagonista che non è un eroe convenzionale, come non è convenzionale la protagonista femminile; un deus ex machina, il Fante di Cuori, di cui non si scopre mai l’identità, ma di cui – forse – si viene a sapere la storia, che si erge a giustiziere.

Un po’ giallo, un po’ romanzo d’avventura, un po’ storia d’amore; ambientato nella Venezia del 1701 e 1702, fra congiure, vendette e tradimenti.

cover Senza Volto

Intrigante quanto occorre per desiderare di leggere ancora una pagina e poi un’altra e un’altra, fino a che non si arriva alla fine.

Mi piace la cover, evocativa e misteriosa, da notare il gatto seduto in fondo a destra (chi è stato a Venezia avrà notato questi felini aggirarsi nelle calli).

Sinossi

Venezia, 1701. Niccolò Salvier, membro dei “servizi segreti” veneziani, si trova a indagare sull’omicidio dell’ambasciatore francese, mandato da Luigi XIV a trattare con il Doge. Angelica Baldan è invece una giovane nobildonna, sposata con Giovanni, un patrizio sempre in bilico sull’orlo della bancarotta, che per rimediare si dedica clandestinamente al commercio di tulipani. Entrambi vengono avvicinati da un uomo sempre in maschera: il Fante di cuori. Su quest’ultimo aleggiano molte leggende: c’è chi lo vede come un omicida, chi come un amante libertino e altri come un fantasma. Angelica e Niccolò non sanno chi, o cosa, ci sia dietro la maschera. Il Fante è uno che parla molto, ma in effetti non dice molto. Quello che sanno è che prima che l’uomo senza volto si interessasse a loro (il che implicherà complotti, amori, omicidi, inseguimenti e rapimenti) la loro vita era decisamente più tranquilla, ma forse non era quella giusta per loro. I due dovranno quindi imparare a indossare certe maschere e a toglierne altre, quelle sottocutanee. Quelle che non sappiamo nemmeno di portare, ma che spesso tengono nascoste verità che non andrebbero mai celate.

 

Scrivere una storia: facile o difficile?

Idee per una storia? Oh, è facile averne.

Una scena, una parola, un personaggio, una cosa che sembra un’altra cosa… sono infiniti gli spunti che suggeriscono una possibile vicenda.

Fin qui, credetemi, è tutto semplice. La fantasia trasforma un granello di sabbia nell’incontro fra due persone, nella ricerca di un tesoro, nella prova di un omicidio. Geniale.

Subito dopo, però, arriva la parte difficile: l’idea deve essere sviluppata, la possibile vicenda popolata di personaggi reali (e non è un ossimoro: i personaggi, anche quelli fantastici, devono essere realistici ovvero reali nel contesto in cui agiscono, ovvero nella storia). E ognuno deve essere coerente con se stesso, e partecipare allo svolgimento della storia, com’era nell’idea di partenza (anche se, ovviamente, strada facendo quell’idea si può modificare – si spera in meglio).

Prendiamo ad esempio un plot classico dei rosa: un lui e una lei che si incontrano, subito si detestano ma in realtà si piacciono, ma lo scoprono o ammettono solo alla fine del romanzo. È facile scrivere una storia così? Non quanto – forse – sembra. Almeno se la si vuole rendere coerente. Ancora più complicato se la si vuole originale.
Limitiamoci per ora alla coerenza: perché lui e lei all’inizio si odiano? Ci vuole un motivo valido e plausibile, possibile nell’ambiente e nell’epoca in cui si svolge la vicenda. E perché l’odio si trasforma in amore? Oppure, perché alla fine i protagonisti decidono di ascoltare la voce dell’amore invece che quella dell’odio?
Il cambiamento per essere credibile deve essere graduale oppure conseguente a un avvenimento che può suscitarlo anche all’improvviso. In un susseguirsi di piccoli eventi i due si conoscono meglio, vengono svelati segreti e/o dettagli sulla loro vita e quindi imparano ad apprezzarsi e/o a giustificarsi a vicenda oppure lo svelarsi di un mistero capovolge le prospettive e fa sì che i due possano amarsi senza più problemi.
Il tutto deve essere coerente con i personaggi, su come sono descritti e mostrati dall’inizio; ciascuno dei personaggi deve affrontare gli eventi com’è logico che sia per una persona con il suo carattere, con le sue abitudini, cultura eccetera. Anche i personaggi ala fine saranno diversi da com’erano all’inizio, almeno in parte, certo, ma la loro evoluzione – o involuzione, in alcuni casi – dev’essere motivata.

In sintesi si potrebbe dire che è la storia non è altro che il percorso dall’incipit all’epilogo, in cui i protagonisti, dopo aver vissuto una serie di vicende, saranno cambiati. Perché così è anche nella vita, nel fiume non scorre mai la stessa acqua anche se sembra che sia così, Eraclito docet. Ma fra una goccia e l’altra non ci sono interruzioni, non ci sono salti, il flusso è continuo e così dev’essere anche in una buona trama.

Per questo, a mio parere, è facile avere idee accattivanti e interessanti, mentre non lo è affatto svilupparle fino a scrivere un’intera storia. Per farlo occorrono volontà, disciplina e impegno.

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Sentirsi giovani significa invecchiare cerebralmente più lentamente

ORME SVELATE

Risultati immagini per old young saatchi art Old and Young (Yuri Vasiliev)

Mentre tutti invecchiano, non tutti sentono la loro età. Uno studio recente rivela che tali sentimenti, chiamati età soggettiva, possono riflettere l’invecchiamento cerebrale. Utilizzando le scansioni cerebrali con risonanza magnetica, i ricercatori hanno scoperto che le persone anziane che si sentono più giovani della loro età mostrano meno segni di invecchiamento cerebrale, rispetto a coloro che sentono la loro età o più vecchia della loro età. Pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience, questo studio è il primo a trovare un legame tra età soggettiva e invecchiamento cerebrale. I risultati suggeriscono che le persone anziane che si sentono più grandi della loro età dovrebbero prendere in considerazione la cura per la loro salute del cervello. Tendiamo a pensare all’invecchiamento come a un processo fisso, in cui i nostri corpi e le nostre menti cambiano costantemente. Tuttavia, gli anni che passano influenzano tutti in modo diverso. Quanti…

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Un grande fuoco – incipit

Pura siccome un angelo
Iddio mi diè una figlia;
se Alfredo nega riedere
in seno alla famiglia,
l’amato e amante giovine,
cui sposa andar dovea,

or si ricusa al vincolo
che lieti ne rendeva.
Deh non mutate in triboli
le rose dell’amor.
A’ prieghi miei resistere
no, no, non voglia il vostro cor.
(dall’atto secondo de “La Traviata”,

musica di Giuseppe Verdi,
libretto di Francesco Maria Piave)

 

Quando Giorgio Germont, nel secondo atto, si presentò a Violetta come un latore di destino, Ada, come sempre, si indignò.

Conosceva La Traviata a memoria e avrebbe potuto cantarla, anche se non bene per carenza di voce e di adeguata formazione musicale, dall’inizio alla fine senza sbagliare una parola: ciò nonostante, ogni volta che l’ascoltava, e ancor di più se la vedeva a teatro, provava una grande rabbia per quel modo tutto maschile di dividere le donne in due categorie, quelle per bene e le altre, e per quella specie di amore, capace solo di possedere, ma non di comprendere, sostenere, rispettare. Sapere che all’epoca in cui era ambientata la storia il femminismo era ancora di là da venire e che Verdi stesso aveva inteso condannare l’ipocrisia e la morale borghese, non bastava a placare la sua collera.

Quegli uomini che passavano nella vita di Violetta erano ciechi ed egoisti, ciascuno le chiedeva qualcosa per darle in cambio solo briciole. Briciole di un amore affogato nell’orgoglio e nella gelosia, briciole di una pietà e di un rimorso inutili e tardivi…

Pura siccome un angelo… quei versi evocavano nella mente di Ada l’immagine di una ragazza di buona famiglia, timida, vergine, bene educata, graziosa ma non bella, ignara causa della tragedia che avrebbe condotto a morte Violetta.

Mentre Germont cantava le sue ragioni la fantasia di Ada dette vita ai personaggi appena nominati: le mostrò l’uomo tanto per bene da rifiutarsi di sposare la giovine perché il fratello viveva con una cortigiana e ne smascherò l’ipocrisia: proprio lui, che aveva frequentato più e più volte le Violette di turno, adesso si ergeva a giudice degli altrui costumi; le svelò la fanciulla, che piangeva nella sua camera per l’ingiustificato abbandono, mentre il padre sulla scena vi poneva rimedio, a sua insaputa, e convinceva la traviata a sacrificarsi per lei, lasciando Alfredo.

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Anche Ada pianse, pianse con Violetta nel secondo e nel terzo atto, per le parole, la musica e l’interpretazione struggente. Non le era mai accaduto di partecipare a quanto si svolgeva in teatro in modo così totale come in quel momento e avvertì il prepotente bisogno di esaudire il desiderio provato fin dal primo ascolto dell’opera, tanti anni prima: riscrivere la storia di Violetta. Asciugò le lacrime e, al buio, più per la necessità di farlo che per il timore di dimenticare l’idea che andava sviluppando mentalmente, scarabocchiò poche frasi sul programma: la giovine pura, sorella di Alfredo non accetterà di costruire la propria felicità sull’infelicità di un’altra donna, ma le darà il suo rispetto e la sua solidarietà e, raccontando la verità al fratello, l’indurrà a riconciliarsi con lei prima che sia troppo tardi.

Uscì dal teatro mentre ancora scrosciavano gli applausi per i cantanti e il direttore d’orchestra che si era unito a loro sul palco e guidò veloce verso casa. Appena varcata la soglia, gettò il cappotto su una sedia, levò le scarpe infilando i piedi gelati nelle calde pantofole e sedette al computer: Violetta aspettava da lei un nuovo destino. E non solo Violetta, ma anche e soprattutto l’ignara fanciulla che il libretto dell’opera univa a un uomo per cui la morale e le convenzioni contavano molto più dell’amore.

 

 

Glitch (Wired Vol. 1) – Mirya * Impressioni di lettura

Una bella storia d’amore, soprattutto.
I protagonisti, adolescenti, riescono a superare ciascuno le proprie paure e i propri pregiudizi e a capire che possono davvero fidarsi l’uno dell’altra, nonostante le differenze tra loro.
Sì, perché in certo modo sono come Giulietta e Romeo, le loro famiglie appartengono a classi diverse e loro stessi, pur essendo entrambi Wired, lo sono in modo diverso.
È molto bello e originale il cammino che percorrono insieme per crescere e far uscire alla luce i sentimento che c’è fra loro.

cover Glitch

L’ambientazione, fantascientifica, può sembrare già vista, e magari lo è: una scuola per ragazzi superdotati; c’è il Male che incombe su tutti loro a anche sul mondo. Ma del resto si è già scritto di tutto, la bravura di un autore – autrice in questo caso – sta nell’esprimere qualcosa di nuovo su un canovaccio già visto, nel raccontare in modo diverso una storia che sembrava di conoscere, ma la conoscevamo diversa, non era così, i personaggi non agivano e non pensavano come Leanne, Caleb e i loro amici.
Ho letto Harry Potter, la saga di Terramare e diversi romanzi young adult in cui ci sono storie simili a questa. Ma l’ho trovata comunque diversa dalle altre, originale e mi è piaciuta. E non ha niente da invidiare alle storie più famose.

Infine, da sottolineare, la bravura dell’autrice con le parole, le frasi. Una scrittura davvero di alto livello e, nello stesso tempo, molto fluida e chiara.

Sinossi

A partire dalla generazione 3.0, gli esseri umani si sono abituati a essere quasi sempre connessi al web, tramite il portale installato nella nuca. Ma alcuni di loro sono davvero sempre connessi, e possono accedere a un’altra realtà virtuale, in cui si trova la loro altra anima.
Considerati pericolosi dal resto dell’umanità, i Wired vivono nascosti e sono educati in scuole nascoste, dove imparano a gestire i loro poteri e i loro Alter.
Leanne non sapeva di essere una Wired impura, finché non ha percepito la sua Alter.
Caleb ha sempre saputo di essere un Wired puro, nato e cresciuto per onorare il DNA della sua famiglia.
Il loro odio dura da più di quattro anni.
Il loro amore è appena iniziato.
E tutto il Mondo Connesso scommette contro di loro.

L’autore

Mirya vive a Ferrara con il marito, il figlio e un gran numero di personaggi immaginari. Il suo desiderio di includere nel nucleo familiare il kindle si è scontrato con la definizione di essere umano, che pare non potersi estendere al reader, nonostante esso risulti più utile e affezionato di alcuni cosiddetti esseri umani. Sempre a Ferrara, per non ammorbare il resto del mondo, Mirya insegna le materie umanistiche e la sopportazione del dolore agli alunni liceali, celandosi dietro al suo reale nome anagrafico che, come tutte le cose reali, non dice nulla della realtà.

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